Alberto Bagnai.
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Il tramonto delleuro.
Come e perch la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa.
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Parte 2.
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2012 Imprimatur Editore, Reggio Emilia.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Inflazione e disoccupazione.
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Con la disoccupazione. E il divorzio a questo serviva.
Mi spiego. Abbiamo visto che  assurdo pensare che chi fissa i prezzi guardi alla massa
monetaria. Guarder invece ai costi, fra i quali uno dei pi rilevanti  il costo del lavoro.
Anche questo dipende dalla legge della domanda e dellofferta. Permettetemi una
precisazione da economista, altrimenti non ci capiamo. In economia il lavoro  domandato
dalle imprese e offerto dalle famiglie. Per gli economisti, insomma, la domanda di lavoro 
quella dellimprenditore che cerca un lavoratore, non quella del lavoratore che cerca un
lavoro. Ora, anche nel mercato del lavoro, come in tutti i mercati,  la domanda che fa salire
il prezzo. Se c poca disoccupazione, limprenditore che cerca (domanda) un lavoratore
normalmente dovr offrire un salario pi elevato.  normale che sia cos: se leconomia
tira, il lavoratore ha o pu trovare molte altre alternative, e poi magari ha dei soldi da parte
che gli consentono di tirare avanti alla ricerca di qualcosa di meglio. Ma se c molta

disoccupazione, allora sono molti i lavoratori che si offrono di lavorare, e limprenditore
pu offrire salari pi bassi. La disoccupazione  una misura di eccesso di offerta sul
mercato del lavoro. Quindi, quando la disoccupazione cresce, i salari calano o crescono
meno in fretta, cio linflazione si riduce.
Questa relazione, che poi  una semplice applicazione della legge della domanda e
dellofferta, viene chiamata in economia curva di Phillips, ed  una fra le relazioni pi
robuste osservate fra i dati economici, tant vero che i previsori professionisti si affidano
sempre di pi ad essa per prevedere gli andamenti futuri dellinflazione (Fender et al.,
2011).

Figura 36  Inflazione e disoccupazione (1970-2009).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2010).

In che modo il divorzio favoriva laumento della disoccupazione? Semplice: perch
comprimeva due importanti fonti di domanda interna. Gli alti tassi dinteresse reale che il
divorzio causava da un lato scoraggiavano gli investimenti delle imprese, o, peggio ancora,
distorcevano il circuito del risparmio, inducendo gli imprenditori a investire in titoli di
Stato per ottenere rendimenti rapidi, elevati e certi, anzich a investire nella propria
impresa per innovare e aumentare la competitivit; dallaltro costringevano lo Stato a

ridurre il disavanzo primario, alzando le imposte e riducendo la spesa per servizi, con ovvi
effetti di contenimento dei consumi. La contrazione di queste due fonti di spesa (delle
imprese e del governo) non  ovviamente estranea al calo della crescita che si verifica dopo
il divorzio, visto nella figura 34. E cos, oltre al decollo del debito pubblico (visto nella
figura 33), il divorzio segna un altro decollo, quello del tasso di disoccupazione, che nel
giro di cinque anni sale fino al 12 per cento: lo vediamo nella figura 36.

Quelli che linflazione  la pi iniqua delle imposte
La gente, dellinflazione, ha unidea un po strana.
Per esempio, avete mai sentito dire che linflazione  la pi iniqua delle imposte perch
colpisce in modo maggiore i pi poveri? Frase usata spesso dai luogocomunisti per
convincere prima se stessi, e poi gli altri, che in fondo entrare nelleuro  stata una buona
idea, perch, s, siamo in crisi, s, abbiamo fatto sacrifici, ma almeno ci siamo protetti
dallinflazione (che  la pi iniqua delle imposte perch colpisce eccetera).
Questa massima  variamente attribuita a nostri ex-capi dello Stato, ma per carit di patria
non minteressa ricercarne lesatta paternit, perch il concetto che essa esprime 
radicalmente errato, come lesperienza italiana dimostra in modo inequivocabile.
Linflazione, certo,  una variabile centrale nel conflitto distributivo, cio nella ripartizione
del prodotto nazionale fra le varie categorie o classi sociali che dir si voglia (imprenditori,
lavoratori dipendenti, eccetera). Ma le sue implicazioni non sono quelle che i giornali ci
ripetono: spesso, le classi pi svantaggiate, ci perdono da una minore inflazione, anzich
guadagnarci.

Intanto, una cosa  chiara. Linflazione, soprattutto se imprevista, danneggia i creditori e
simmetricamente avvantaggia i debitori. I primi infatti prestano moneta buona, e si vedono
per restituire dai secondi moneta cattiva, cio moneta che compra meno beni, perch nel
frattempo i prezzi sono cresciuti. Simmetricamente, riducendo quello che gli economisti
chiamano il valore reale (cio depurato dalleffetto dei prezzi) del debito, linflazione
favorisce il rimborso del debito ai debitori. Non sono concetti cos astrusi, e, tra laltro,
spiegano bene perch in questa fase storica i Paesi del Nord siano cos intransigenti
riguardo a manovre di politica economica che rischino di far crescere linflazione (come
tutte quelle che prevedono massicci interventi della Bce per acquistare titoli di Paesi in
difficolt): loro sono creditori, e ci rimetterebbero.

Figura 37  Produttivit media del lavoro, salario reale e inflazione (1970-2009).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2010).

Ma c dellaltro. In Italia, il processo di disinflazione innescato dal divorzio si 
accompagnato a una stagnazione dei salari reali, che si sono praticamente appiattiti,
smettendo di crescere di pari passo con la produttivit. I lavoratori, quindi, hanno perso
terreno, nella distribuzione del reddito, rispetto ai datori di lavoro: producevano quanto
prima del divorzio, ma guadagnavano sempre di meno.
Lo si pu vedere in due modi. La figura 37 mostra lindice della produttivit media del

lavoro insieme a quello del salario reale, a partire dagli anni Settanta. Per tutti gli anni
Settanta i salari reali crescono a ritmi sostenuti, anche superiori a quelli della produttivit
media del lavoro (che subisce una battuta darresto con la recessione del 1975). Per la
precisione, dal 1971 al 1980 la produttivit cresce a una media del 4 per cento e il salario
reale a una media del 5 per cento. Questo significa, in buona sostanza, che i lavoratori
stanno recuperando quote di prodotto: la loro fetta cresce pi in fretta della torta.
Poi interviene il divorzio. La crescita del salario reale si arresta, mentre quella della
produttivit, dopo una breve flessione, riprende. Dal 1981 al 1995 i salari reali crescono in
media dello 0.6 per cento, e la produttivit del 2 per cento allanno.
Altro cambiamento di passo nel 1996: la lira si rivaluta e la produttivit rallenta
bruscamente. Dal 1996 al 2009 la crescita media di salari reali e produttivit  virtualmente
nulla (0.4 per cento e 0.2 per cento).
Il cambiamento di struttura determinato dal divorzio  coerente con i modelli standard
usati nellanalisi macroeconomica teorica e applicata (vedi ad esempio Turner et al., 1996).
Questi prevedono che nel lungo periodo il salario reale si sviluppi proporzionalmente alla
produttivit del lavoro, ma che questa relazione possa essere alterata dal tasso di
disoccupazione. Il motivo  semplice: se la disoccupazione aumenta, la minaccia di restare
senza lavoro spinge i lavoratori ad accettare retribuzioni non in linea con la crescita dei
prezzi, perdendo potere dacquisto. Il divorzio centra, lo abbiamo visto: con il divorzio
decolla la disoccupazione, e quindi, a valle, i lavoratori accettano lo smontaggio della scala
mobile. Linflazione diminuisce, certo, e sarebbe strano il contrario (visto che tra laltro
negli anni Ottanta il prezzo del petrolio stava decrescendo rapidamente), ma anche i salari

crescono sempre di meno, e cos il rapporto fra salari e prezzi si stabilizza. Per i salariati
ovviamente non  una buona cosa, perch la produttivit continua a crescere, e se lavoratori
sempre pi produttivi sono pagati sempre allo stesso modo, vuol dire che la quota dei salari
sta diminuendo (a beneficio di quella dei profitti).

Figura 38  Quota salari (scala di sinistra) e tasso di inflazione (scala di destra).

Fonte: Ocse (1997), Fondo monetario internazionale (2010), Istat (2011).

Lo si pu vedere nella figura 38, che con fonti e metodi diversi illustra il medesimo
fenomeno. La figura rappresenta landamento della quota salari e del tasso dinflazione dal
1960 al 2010. Se la favoletta luogocomunista avesse fondamento, a maggiore inflazione
corrisponderebbe una perdita di potere dacquisto dei lavoratori, e quindi una compressione
della quota salari, per cui le due variabili si muoverebbero in senso opposto. Invece si
muovono di pari passo. La quota salari si impenna prima nel 1963, a seguito di un primo
ciclo di lotte operaie che si associano anche a una fiammata del tasso di inflazione, che
raggiunge il 5 per cento. Linflazione accelera nuovamente nel 1969, a seguito del noto
autunno caldo, che porta anchesso a un aumento dellinflazione. Segue, nel 1974,
lesplosione dellinflazione dovuta al primo shock petrolifero. Nella figura 37 vedete che in
effetti in quellanno il salario reale smise di crescere, perch operai e sindacati erano stati
colti di sorpresa, e la quota salari flette leggermente. Poi, dallanno successivo, le lotte che
portarono il Partito Comunista Italiano al proprio massimo storico in termini elettorali (34
per cento nel 1976) spingono la quota salari fino a un picco del 51 per cento.
Dal divorzio in poi  una continua flessione, che porta la quota salari a toccare, allentrata
delleuro, i valori dellinizio degli anni Sessanta.
La favoletta luogocomunista quindi non funziona (n ce lo saremmo aspettato). In realt,
tassi dinflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione
contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a
beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul
prodotto. Il processo di disinflazione compiuto negli anni Settanta, viceversa, ha eroso (via

disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei
presidi del loro potere dacquisto (meccanismi dindicizzazione del salari) e quindi,
inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.
Alcuni economisti criticano lipotesi di uscita dalleuro sulla base del fatto che nel 1992,
in occasione dello sganciamento della lira dallo Sme (con svalutazione del 20 per cento), la
quota salari diminu di quattro punti in due anni. Seguono dettagliate considerazioni su come
uscire dalleuro a sinistra anzich a destra: un dibattito gi visto, perch si  svolto
esattamente negli stessi termini in Francia, quando Marine Le Pen ha fatto propria la
battaglia per il recupero della sovranit monetaria che, in Francia come in Italia, la sinistra
considerava con sufficienza, ritenendola un retaggio del nazionalismo ottocentesco. Un
grossolano errore di valutazione dal quale la sinistra francese cerc di smarcarsi abbastanza
rapidamente, e in quel contesto fu Jacques Sapir (2011) a rincorrere la destra, cercando di
dimostrare i limiti del piano della Le Pen.
In Italia siamo, come di consueto, un po in ritardo, e per quel che ci riguarda vanno fatte
tre osservazioni.
La prima, pi generale e sulla quale torneremo,  che in tutta probabilit non si uscir
dalleuro con un governo di sinistra, sia perch levento critico potrebbe essere vicino, sia
perch, in ogni caso, la sinistra italiana ha mentito ai propri elettori, rivendicando come di
sinistra il percorso verso leuro, percorso iniziato di fatto dallo Sme e dal divorzio, i cui
benefici per i lavoratori italiani abbiamo appena illustrato. Bisogna quindi rassegnarsi al
fatto che, salvo ritrattazioni (comunque disastrose in termini elettorali), se si uscir lo si
far con un governo di destra, o con un governo di sinistra che star facendo politiche di

destra. 33
Questo per, ed  la seconda osservazione, non pare sia un buon argomento per restare. Lo
slittamento della quota salari dopo la svalutazione del 1992 certo c stato, ma  un
episodio che si inserisce in una caduta pluridecennale di questa quota, iniziata a met degli
anni Settanta e correlata a variabili politiche, pi che economiche.
La svalutazione quindi centra relativamente poco, anche perch, e questa  la terza
osservazione, anche nel 1992, ma direi in generale, la caduta della quota salari non 
associata a un incremento, ma a un decremento dellinflazione. Largomento secondo cui
quando usciremo dovremo controllare bene i prezzi per evitare che linflazione
impoverisca la vedova e lorfano ha un indubbio richiamo emotivo, e sicuramente
suggerisce delle linee di azione che vanno tenute presenti:  sempre bene essere pronti a
tutto. Ma lesperienza storica non presta particolare supporto a questo tipo di
preoccupazioni.

Le vere intenzioni
Sintesi.
Le buone intenzioni dichiarate della congiura erano quelle di rientrare dallinflazione
senza danneggiare troppo le classi subalterne. La lettura dei risultati suggerisce altre
intenzioni.
Il divorzio, adottato con la tecnica del fatto compiuto,  stato lepisodio saliente del
conflitto distributivo nellItalia del dopoguerra. I suoi due scopi, entrambi raggiunti,
perch complementari, erano quelli di trasferire risorse dalle tasche dei contribuenti

(soprattutto lavoratori dipendenti) alle tasche dei detentori dei titoli del debito pubblico
(soprattutto istituzioni finanziarie), e in generale di ridurre la quota dei salari a vantaggio di
quella dei profitti, arrestando la crescita dei salari reali, che non potevano pi appropriarsi
degli aumenti dovuti alla produttivit del lavoro (essendo inibito, e poi abolito, il
meccanismo della scala mobile, ed essendo prima provocata, poi tollerata, una
disoccupazione a due cifre, nella dbcle della sinistra seguita al crollo del muro di
Berlino).
Questa aggressione  stata giustificata e propagandata in nome dellintegrazione monetaria
europea: ce lo chiedeva lEuropa, insomma, allora sotto forma di Sme. Il ragionamento era
sempre il solito: dobbiamo fare sacrifici (smontare la scala mobile, smantellare lo Stato
sociale) per essere competitivi e restare in Europa. Il presupposto ideologico era quello
dellindipendenza fra Banca centrale e Tesoro, cio della costituzione di un potere
monetario indipendente in seno allo Stato. A sua volta, questo presupposto veniva
giustificato scientificamente in base alla teoria che lofferta di moneta causi i prezzi, e
che quindi essa vada sottratta al controllo del governo, il quale ne farebbe un uso
elettoralistico, finendo per danneggiare la vedova e lorfano. Che invece sono stati
danneggiati dallaumento di disoccupazione e dalla conseguente stagnazione dei salari reali.
La lettura dei dati ci insegna cosa pensare di questa ideologia.
Considerando che con il Trattato di Maastricht il divorzio fra Tesoro e Banca centrale
diventa un pilastro della costruzione europea, a questo punto dovremmo anche sapere cosa
pensare delleuro.
Ma c dellaltro.

Il sogno europeo visto dal Nord
Abbiamo parlato di cosa ci hanno guadagnato i capitalisti del Sud: una massiccia politica
redistributiva, condotta in nome dellEuropa e della competitivit, a danno di contribuenti e
salariati, e a vantaggio di detentori di titoli del debito e imprenditori. Un esito perfettamente
coerente, del resto, con la parallela evoluzione del quadro geopolitico (indebolimento del
blocco sovietico, fino alla caduta del muro di Berlino, e concomitante liberalizzazione
selvaggia dei mercati finanziari internazionali).
Cosa ci abbiano guadagnato i capitalisti del Nord, in fondo,  pi evidente, lo abbiamo
detto parlando del ciclo di Frenkel: la possibilit di lucrare opportunit di arbitraggio
favorevoli, investendo i propri capitali nelle economie del Sud, finanziando in tal modo
lacquisto della propria sovrapproduzione industriale. Profitti finanziari pi profitti
industriali. Il gioco  chiaro, ma  utile ricordare in che modo le regole europee, e la loro
violazione, sono state funzionali allarricchimento di certi Paesi a danno di altri, ed  anche
utile ricordare che le classi subalterne non se la stanno passando tanto bene nemmeno al
Nord. Ne parliamo in questo paragrafo, smentendo uno dei pilastri dellinformazione
luogocomunista, quella che vuole che la Germania sia una sorta di Paese di Bengodi, dove
operai strapagati e assistiti da un generoso stato sociale godrebbero il frutto di meritate e
tempestive riforme strutturali, le stesse che noi non abbiamo fatto, scontandone ora il fio.
Le cose, purtroppo, non stanno esattamente cos, e il problema  proprio questo. Un
economista non potrebbe che ammirare chi conseguisse ottimi risultati, purch,
evidentemente, lo facesse rispettando le regole. La realt  diversa. Intanto, il successo
tedesco si fonda su una violazione sistematica dei principi che dovrebbero regolare

lUnione europea, e fino a qui si potrebbe anche transigere: non sarebbe la prima volta che
in politica si applica la legge del pi forte. Il vero problema  che questo successo poggia
su basi intrinsecamente fragili.
Lapproccio mercantilista, lo abbiamo visto,  logicamente incoerente. Dato che tutti i
Paesi non possono essere simultaneamente esportatori, i casi sono due: chi appoggia la
crescita sulla domanda altrui, se riesce nellintento (e bisogna vedere come), si espone
prima al conflitto (per accaparrarsi mercati di sbocco) e poi alla crisi economica (quando i
suoi mercati di sbocco, strutturalmente in deficit, vengono schiacciati dalla inevitabile crisi
finanziaria). Il successo tedesco  una vittoria di Pirro innanzitutto per questo motivo, un
motivo esterno: la Germania sta, visibilmente, segando il ramo sul quale  seduta, che era
e rimane il resto dellEurozona. Il secondo motivo  un motivo interno: la proiezione
verso lestero implica una ricerca parossistica della competitivit di prezzo che in
Germania  stata giocata in buona parte sul fronte della riduzione dei salari, portando, come
vedremo nelle pagine che seguono, a un aumento della precarizzazione, della
sottoccupazione, e della disuguaglianza.
Le critiche sempre pi frequenti a queste politiche, provengono ormai, come vedremo,
perfino dai commissari europei (dato taciuto dalla stampa italiana), ed  difficile pensare
quindi che siano frutto di scellerate invidie e di risentimenti nazionalistici, che
alimenterebbero sentimenti antitedeschi. Questa  linterpretazione che vogliono darne i
nostri governanti, e che i media italiani servilmente ripropongono. Intanto, mentre la
Germania apparentemente sta sempre meglio, una massa crescente di suoi cittadini sta
sempre peggio, e a questa massa di sconfitti i politici tedeschi raccontano che la colpa 

nostra, dei popoli del Sud. Non c da stare allegri.

Il passo dellOca
Perch lossessione per il pareggio di bilancio? Unossessione che raggiunge oggi il delirio
con il Fiscal compact, ma che ha radici lontane nella costruzione dellEurozona, a partire
dai parametri previsti dal Trattato sullUnione europea (per gli amici, Trattato di
Maastricht). Ve li ricordate?
Per entrare, e poi per restare, dentro lEurozona, occorreva (fra laltro) che il rapporto fra
deficit pubblico e Pil rimanesse sotto al 3 per cento, mentre quello fra debito pubblico e Pil
avrebbe dovuto essere inferiore al 60 per cento. La convergenza verso questi criteri  stata
il tormentone degli anni Novanta. E nel 1997, un altro passo avanti: il Patto di stabilit e
di crescita (Commissione europea, 2012), che rinforzava gli obblighi di Maastricht con le
sanzioni previste dalla Procedura per i deficit eccessivi.
Quanti sacrifici per rientrarci! Ma, complice lapplicazione flessibile di regole rigide,
entrammo tutti, compresi quelli che avevano il debito assolutamente fuori scala: italiani
(113 per cento), belgi (144 per cento), greci (103 per cento), e a voler essere puntigliosi
anche spagnoli (62 per cento) e tedeschi (61 per cento).
Poi, nel 2005, Germania e Francia chiesero unulteriore riforma. In senso restrittivo!,
direte voi. No, tuttaltro. Chiesero di ammorbidire le regole, di tener conto che s, insomma,
il deficit  brutto, il debito  cattivo, ma ci sono circostanze nelle quali, sai com Strano,
eh? Proprio loro?! Invece, come vedremo non  strano per niente. Si specificava che prima
di avviare la procedura bisognava considerare la fase ciclica, perch se leconomia rallenta

il deficit tende ad aumentare, dato che con il calo dei redditi diminuiscono le entrate fiscali.
Bisognava anche tener conto delle implicazioni per il bilancio pubblico di importanti
riforme strutturali (the budgetary implications of major structural reforms; Gonzlez-
Pramo, 2005). Frase sibillina. Tenere conto come? Di quali riforme? Lo scopriremo solo
leggendo.
Poi, nel 2012, il giro di vite, con il Fiscal compact.
In termini di parametri economici il giro di vite  pi apparente che reale. Il bilancio
pubblico deve essere in pareggio o in surplus, il che, in termini operativi, si traduce nel
fatto che il deficit strutturale (cio corretto per la fase del ciclo economico) non deve
superare lo 0.5 per cento del Pil e fino a qui niente di nuovo: anche il Patto di stabilit
diceva che in condizioni normali il bilancio pubblico avrebbe dovuto essere vicino
allequilibrio (0.5 per cento  una buona approssimazione) o in surplus. Questo limite sul
deficit si allenta fino all1 per cento se il debito  sotto al 60 per cento del Pil, mentre se il
deficit dovesse superare il 3 per cento scatterebbero sanzioni automatiche, non meglio
specificate. Ma anche questa non  una novit: il principio secondo cui chi  in difficolt
deve essere punito anzich aiutato, la legge del branco dei lupi, applicazione, par di
capire, della visione europea, vigeva anche nel Patto di stabilit.
Poi, per cappello a tutto, si mette una bella norma fumosa, che stabilisce che certo, bisogna
essere rigorosi, per se sopravvengono eventi inconsueti non soggetti al controllo della
parte contraente si pu anche deviare temporaneamente dagli obiettivi. Il solito giochino
dellapplicazione flessibile di regole rigide, che certo non  il massimo dal punto di vista
della credibilit. Sapete quei genitori che dicono sempre di no, anzi, in questo caso di

Nein, ma poi lasciano fare ai figli quello che vogliono? Quando le regole sono flessibili,
finiscono sempre per piegarsi a vantaggio del pi forte: nella famiglia disfunzionale media,
il bambino tiranno e pestifero, e nella famiglia europea, la Germania.
Ma il Fiscal compact, pur nella sua scarsa originalit e credibilit, inserisce due
pericolose innovazioni.
La prima  una procedura di rientro verso lobiettivo del debito, che rimane quello di
Maastricht (60 per cento del Pil). I Paesi che avessero sforato lobiettivo simpegnano a
rientrare, operando una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo allanno (articolo 4).
La seconda innovazione, quella pi preoccupante,  limpegno dei Paesi contraenti a
inserire nelle rispettive costituzioni queste regole economiche, limitando in modo
significativo la propria sovranit. Il che pone due problemi: queste regole per le quali si
chiede una cos solenne sanzione hanno un fondamento razionale? E i Paesi che le applicano
cosa ottengono in cambio della propria cessione di sovranit?
Per i luogocomunisti la risposta alla prima domanda  semplice: debito pubblico uguale
spesa improduttiva uguale cricca casta corruzione, quindi qualsiasi cosa aggredisca il
debito deve necessariamente avere un senso. Ma per gli economisti il legame non 
altrettanto ovvio. La teoria dellOca parla di integrazione fiscale, intesa come insieme di
regole che consentano a un governo centrale di trasferire in modo automatico risorse da un
Paese membro dellunione monetaria allaltro, compensando eventuali squilibri (che si
suppone siano temporanei). Ma non si parla di convergenza, intesa come raggiungimento da
parte di tutti i Paesi membri di un comune obiettivo di bilancio o di debito. Il motivo 
ovvio: lidea che in un sistema reso rigido dallabbandono della politica valutaria i

problemi si risolvano ingessando anche la politica fiscale era tanto assurda da non poter
venire in mente nemmeno a un economista. Un semplice riscontro lo conferma: la teoria
dellOca nasce con Mundell (1961), ma se si effettua una ricerca bibliografica con le chiavi
convergenza e area valutaria, si scoprir che il lavoro scientifico pi antico risale al
febbraio 1992, subito dopo la firma del Trattato. Chiaro, no?
Prima che i politici si mettessero in testa questa idea, gli economisti non ci avevano
nemmeno pensato. In effetti, lidea che con gli arti irrigiditi si avanzi meglio, se ci pensate,
 tipicamente tedesca:  appunto il passo delloca, o, se volete, dellOca.
Le regole di rigore fiscale sono state imposte dai Paesi del Nord, Germania in testa
(come tutti ricordano), in base a un ragionamento del quale abbiamo dimostrato la scarsa
consistenza: il timore che se il debito diventa eccessivo, si sia costretti a monetizzarlo in
qualche modo (ad esempio, facendolo acquistare alla Bce) e che quindi questa creazione di
moneta crei inflazione. La creazione di moneta con linflazione, centra poco, mentre
limposizione di politiche pro-cicliche ha molto a che vedere con il fatto che la crisi non
trovi uno sbocco. Cosa vuol dire politiche pro-cicliche? Vuol dire politiche che ti
costringono a tagliare quando gi sei in recessione (perch il calo delle imposte ti porta
in deficit, quindi devi imporre nuovi tributi o tagliare di pi le spese), e che pertanto non
contrastano il ciclo, ma lo accentuano (sono pro, non anti). Se in recessione tagli, la
gente avr meno soldi da spendere e la recessione si aggraver. A questo porta la
convergenza, e questo nessun economista sensato lo trova particolarmente opportuno.

Il gioco dellOca

Dietro allossessione per il pareggio del bilancio, per, potrebbe esserci un motivo pi
profondo, forse nemmeno consapevole, ma comunque saldamente iscritto nella logica della
contabilit macroeconomica. Cerco di spiegarvelo meglio che posso.
Abbiamo visto che leconomia non  solo offerta, come pensano i luogocomunisti. Il
barista pi bravo non  quello che fa cento caff allora, ma quello che li vende, e per
venderli non basta metterli sul bancone. In un Paese la domanda di beni pu essere espressa
dalle famiglie, dalle imprese, dal governo, o dal resto del mondo: gli economisti parlano di
consumi (delle famiglie), di investimenti fissi (delle imprese), di spesa pubblica (del
governo) e di esportazioni (verso il resto del mondo).
Ora, queste voci di domanda non sono tutte uguali. Certo! interviene petulante il
luogocomunista. La spesa pubblica  improduttiva! A cuccia, amico, latrerai dopo con
calma, ora fammi finire. La differenza che minteressa farvi capire  unaltra. I consumi e gli
investimenti fissi, in qualche modo, dipendono dal reddito nazionale: famiglie e imprese
possono spendere in funzione di quanto hanno guadagnato, o si aspettano di guadagnare. Gli
investimenti, certo, dipendono da tante cose, fra le quali il costo del denaro, ma nelle
spiegazioni pi classiche  comunque determinante il ruolo della domanda, cio del
reddito. 34 La spesa pubblica e le esportazioni, invece, non dipendono dal reddito nazionale:
sono voci autonome (dal reddito nazionale). Le esportazioni dipendono dal reddito dei
nostri partner commerciali (non dal nostro), e la spesa pubblica non dipende dal reddito
nazionale, se si ammette la possibilit per lo Stato di finanziarla in deficit.
Perch vi faccio questo discorso? Semplice: in condizioni di crisi crollano i redditi e il
sistema si trova in eccesso di offerta (tanti lavoratori che vorrebbero lavorare, cio offrire i

loro servizi di lavoro, stanno a spasso). Per rimettere le cose a posto ci vuole quindi pi
domanda, che necessariamente deve essere autonoma, perch se i redditi sono caduti, non si
pu contare su consumi e investimenti fissi (che dai redditi dipendono) per rimettere in
piedi la situazione:  un cane che si morde la coda. La ripresa pu venire quindi o
dallintervento pubblico, cio dalla spesa in deficit, o dalle esportazioni. Naturalmente, se
un insieme di Paesi adotta regole fiscali pro-cicliche, cio che lo costringono a ridurre la
spesa pubblica quando le cose vanno male, lunica forma di domanda autonoma alla quale si
pu far ricorso  quella estera, le esportazioni.
Limposizione di regole fiscali rigide costringe quindi i membri dellUnione a sostenere la
crescita nazionale con la domanda estera. Ma la logica dellUnione impone che in caso di
crisi, per giocare a questo gioco, si debba ricorrere alla svalutazione interna, quella delle
retribuzioni, visto che la svalutazione esterna, quella della valuta, ovviamente non 
possibile. Una logica descritta magistralmente da un lettore del mio blog:  come se io
rinunciassi a mangiare a casa mia per avere pi patate da vendere al mercato. Sembra
assurdo, vero? Ed  chiaro, ce lo siamo gi detto, che non pu funzionare, perch se tutti
esportano, chi importa?
Ma il fatto  che imponendo la sterilizzazione del saldo pubblico, la Germania ha
costretto tutti gli altri Paesi membri a giocare al gioco del mercantilismo, sapendo che i pi
deboli lo avrebbero perso, per due precisi motivi: primo, perch rinunciare a mangiare a
casa propria (leggi: moderare i salari) comporta meno sacrifici per un Paese che, come la
Germania, parta da posizioni di relativo vantaggio; 35 secondo, perch chi ha imposto le
regole, le ha poi cambiate a suo uso e consumo, arrogandosi questo diritto in base a una

pretesa superiorit morale, quella, se ricordate, delladultero sulladultera.

Che cosa sapete della slealt?
Eh gi! Perch qui si viene alla seconda domanda. Che cosa ci guadagnano i Paesi periferici
in cambio delle cessioni di sovranit implicite nel Fiscal compact? La risposta ce la d la
storia, quella con la doppia s maiuscola: nulla, se non la certezza di vedere, una volta fatti i
sacrifici necessari, le regole disattese e stravolte dai Paesi del Nord, nel sacro nome del
porco comodo loro.
Abbiamo parlato della riforma del Patto di stabilit nel 2005. Come mai i tedeschi erano
diventati cos accomodanti? Elementare, Watson! Perch i primi a violare
significativamente il Patto di stabilit erano stati proprio loro. Lo mostra la tabella 4, che
riporta i saldi pubblici dei Paesi dellEurozona a 11, evidenziando in grassetto quelli che
violavano il parametro del 3 per cento.
Precisiamo: la Grecia, si vede bene, non  mai stata in regola con i parametri di
Maastricht. Ma questo  stato tollerato, semplicemente perch essa costituiva un importante
mercato di sbocco per lindustria tedesca (in particolare per quella bellica) ed era quindi
importante averla a bordo. Inoltre, nel 2001 Italia e Portogallo avevano violato, prima
della Germania, la soglia del 3 per cento. Ricorderete, credo, che nel 2001 gli Stati Uniti
erano in recessione, e se ci fate caso, in quellanno solo Belgio, Lussemburgo e Spagna
riuscirono a ridurre il proprio deficit pubblico. Certo, Italia e Portogallo avrebbero potuto
far di meglio (lo sforamento italiano fu di appena un decimo di punto). Ma il loro deficit
rientr nei ranghi nel 2002, esattamente quando, guarda caso, decoll quello della

Germania.

Tabella 4  Il rapporto bilancio pubblico/Pil nei principali Paesi dellEurozona

Fonte: Fondo monetario internazionale (2012).

Ora, cerchiamo di capirci: la regola del 3 per cento  assurda, e nessun economista serio
ha mai ritenuto di poterla avallare in qualche modo. Quello che preoccupa, in questa storia,
non  che la Germania abbia violato una regola assurda, ma il perch lha fatto, e il come
lha fatto.
Il perch  semplice. Ricordate il discorso delle patate? Fra 2002 e 2003 la Germania
aveva avuto una crescita economica praticamente nulla, con disoccupazione in crescita fin
quasi al 10 per cento, in controtendenza rispetto a molti altri Paesi europei. La risposta fu

una crescita della spesa pubblica (quella che gli altri non potevano fare perch non stava
bene), destinata in massima parte a finanziare le famose riforme Hartz del mercato del
lavoro, che a botte di precariet, sottoccupazione e sussidi mascherati permisero alle
imprese tedesche di incassare un calo del salario reale di circa il 6 per cento. Niente male,
no?
Ricordiamo i fatti:
 fra 2000 e 2003 il deficit pubblico tedesco aumenta di 5.4 punti di Pil, e ricordiamo che la
Germania era gi sul filo del rasoio in termini di debito pubblico (61 per cento del Pil nel
1999);
 questo aumento  dovuto a maggiori spese (da 923 a 1043 miliardi di euro), non a minori
entrate (le entrate aumentano da 946 a 969 miliardi; fonte: Ocse, 2012);
 queste maggiori spese, pari a circa 120 miliardi di euro, sono spiegate per pi di due terzi
da politiche di sostegno indiretto alleconomia attraverso sussidi alle imprese e politiche
attive del mercato del lavoro (per circa 90 miliardi complessivi), mentre, ad esempio, le
spese per listruzione sono aumentate di 8 miliardi e quelle per ledilizia popolare di 3
miliardi.
Adesso sono pi chiare le parole di Gonzlez-Pramo (2005), che chiedevano indulgenza
per violazioni del Patto di stabilit dovute a importanti riforme strutturali? In pratica la
Germania, mentre predicava il rigore fiscale agli altri, praticava una svalutazione reale
attraverso un massiccio programma di sussidi diretti e indiretti al proprio sistema
produttivo, tramite una riforma del lavoro che se da un lato flessibilizzava, dallaltro
doveva sicurizzare i poveracci che perdevano il posto (s, la famosa flexicurity, sapete,

quella cosa tanto moderna). Insomma, lo Stato tedesco ha sussidiato labbassamento dei
costi del sistema produttivo nazionale, facendosi carico delle varie mancette da
elargire alle vittime delle riforme Hartz.
Queste prevedevano, fra laltro, listituzione dei cosiddetti minijob, cio lesenzione dei
contributi sociali per contratti con remunerazione fino a 400 euro. Pi esattamente:
 il limite di esenzione veniva portato da 325 a 400 euro;
 il limite di orario di 15 ore (corrispondente a una paga di 26.6 euro allora) veniva
abolito, quindi il salario orario poteva scendere, e come immaginate scese, data lassenza
in Germania di una legge sul salario minimo, che ora la Merkel pare stia pensando di
introdurre (in campagna elettorale). Nel giugno 2010 un rapporto dellIstituto per il lavoro
e la qualificazione dellUniversit di Duisburg-Essen ricordava che pi di sei milioni e
mezzo di lavoratori tedeschi guadagnavano meno di 10 euro lordi (Kalina e Weinkopf,
2010);
 il tutto veniva favorito dal fatto che i minijob diventavano cumulabili (cio le esenzioni si
estendevano a minijob presi come secondo o terzo lavoro (Caliendo e Wrohlich, 2006).
Oh, non pensiate che in economia esistano i miracoli! Ormai lo sapete: nel breve periodo
il modo pi efficace di controllare la crescita dei prezzi  far aumentare la disoccupazione.
Le riforme Hartz a questo servivano, con il corredo di un po di spesa pubblica sociale
fatta pro bono pacis, per tener buoni i nuovi poveri, infischiandosene del Patto di stabilit,
in nome del solito principio: la legge del pi forte. Certo, vi parleranno di riforme
strutturali che incrementano la produttivit e altre boiate simili. Ma queste sono bufale,
appunto. Guardiamo i dati.

Fra 1999 e 2008 le riforme Hartz hanno determinato unesplosione delle forme di lavoro
atipico di circa il 30 per cento, a fronte di una flessione di circa il 3 per cento dei
contratti a tempo indeterminato. Nello stesso periodo, gli atipici sono passati dal 20 al 39
per cento degli occupati (s: in percentuale sono raddoppiati), e la dinamica pi rilevante 
stata proprio quella dei minijob, aumentati di circa il 50 per cento, fino a riguardare, nel
2008, due milioni e mezzo di tedeschi, e raddoppiando quasi dallo scoppio della crisi al
2011, quando i minijob hanno raggiunto quasi 5 milioni (Meillassoux, 2011). Aspettate, ve
lo spiego con parole semplici: secondo voi a un datore di lavoro conviene assumere una
persona a tempo pieno, pagandola 1200 euro, pi i contributi sociali, o gli conviene
assumere tre minilavoratori, pagandoli in totale 400 x 3 = 1200 euro, ma senza contributi
sociali? Dai, che lo sapete! E il bello  che, siccome i minijob sono cumulabili, alla fine
non hai nemmeno bisogno di assumere tre persone: basta assumere tre volte la stessa
persona!
Intendiamoci: questo  un caso limite, praticamente una legalizzazione del lavoro nero.
Ora, va da s che questo comportamento  criminale anche e soprattutto nella virtuosa
Alemagna, ma i casi, ahim, non sono mancati:  rimasto famoso quello della catena di
drogherie Schlecker, che ha costretto il ministro Van der Leyen a rispondere a
uninterrogazione parlamentare (come ci ricorda Meillassoux, 2011), e che quando ha
dovuto rinunciare a questa forma di dumping sociale  fallita mettendo in pericolo 24 000
posti di lavoro (ver.di, 2012).

Tabella 5  Il calcolo dei salari unitari reali in Germania: 1999-2010

Fonte: Ocse (2007, 2012) e Fondo monetario internazionale (2012).

Tralasciando questi casi estremi, il dumping sociale tedesco risalta nelle cifre della
disoccupazione, purch corrette per tener conto della sottoccupazione da lavoro atipico.
Si pu fare in vari modi, ad esempio consultando le statistiche delle persone che ricevono
sussidi di disoccupazione. Se ne  occupato un docente della Sorbona, Philippe Murer
(2012), concludendo che nel 2009 il tasso di disoccupazione corretto era il doppio di quello
ufficiale: il 16 per cento, invece dell8 per cento. Un dato sconcertante, forse sovrastimato
(lo speriamo per i lavoratori tedeschi), ma coerente con la drastica flessione dei salari reali
tedeschi fra 2003 e 2009, pari a circa il 6 per cento e documentata dalla tabella 5.
Del resto, nel periodo di gestazione della crisi, la caduta dei salari (numeratore) ha
anticipato laumento della produttivit nel determinare la flessione del costo del lavoro per
unit di prodotto (Clup) e quindi il miglioramento della competitivit estera della Germania.
Lo si vede nella figura 39. La zona ombreggiata  quella nella quale entrano in vigore le

riforme Hartz. Nota che dal 2000 al 2003 il tasso di crescita della produttivit (linea
puntinata) stava diminuendo, mentre quello dei salari era pi o meno stabile (linea
tratteggiata), e quindi il costo del lavoro stava accelerando (linea continua).

Figura 39  Salari, produttivit e costo del lavoro in Germania (1999-2008)

Fonte: Ocse (2007, 2012).

Con la riforma la musica cambia. I salari rallentano bruscamente e il costo del lavoro
comincia a diminuire (la linea continua passa sotto lo zero). Tre anni dopo, nel 2006, si
manifesta un picco nellindice di produttivit. Sai com La scarsa competitivit aveva
portato il tasso di crescita delle esportazioni tedesche gi, fino al 3.2 per cento nel biennio
2002-2003. Ma appena gli effetti del dumping sociale si fanno sentire, le esportazioni
decollano, con tassi di crescita a due cifre (crescita media del 10.3 per cento fra 2003 e
2006). Ricordi, caro lettore, quel discorso sulle relazioni fra domanda e produttivit? Il
fatto che il caff viene meglio al barista che riesce a venderne di pi, semplicemente perch
con lesercizio si migliora? Quella cosa che gli economisti chiamano legge di Verdoorn?
Ecco, appunto: non  strano che dopo aver promosso le proprie esportazioni con una bella
svalutazione interna ante litteram, la Germania abbia avuto benefici di produttivit:
svaluti, vendi di pi, la produttivit migliora. Ma la catena causale parte dalla svalutazione.
Scusami, sai, caro lettore, se ti sto annoiando con tutte queste cifre e queste citazioni. Ma
vedi, il problema  questo: quando ti parlano delle meravigliose riforme strutturali che ci
renderanno competitivi, ti stanno parlando di questo. Quindi  meglio che tu lo sappia, non
trovi? E poi, non vorrei farti preoccupare troppo, ma hai presente cosa significano cinque
milioni di tedeschi che vivono da poveracci, e ai quali una classe politica particolarmente
incline a giocare sporco ripete da quasi dieci anni che se questo succede, caro lettore,  per
colpa tua, di te che sei un pigro porco del Sud? Ti ricordi, vero, com andata a finire
lultima volta che in Germania la disoccupazione  cresciuta troppo? Ma forse il problema 
proprio che non te lo ricordi: a te hanno spiegato che fu linflazione di Weimar a favorire
lascesa del nazismo. Peccato che fra la fine delliperinflazione (1924) e lascesa di Hitler

al cancellierato (1933) passino nove anni, nei quali erano successe tante cose. Una delle pi
significative fu la decisione del cancelliere Brning di rispondere alla crisi mondiale del
1929 con politiche, indovina un po? Pro-cicliche, certo! Tagliare, tagliare, austerit,
austerit. Ovviamente la disoccupazione and alle stelle, e il resto lo sai (e ora ne sai anche
il perch).
Certo, se uno trascura questi eventuali danni collaterali di medio-lungo periodo, come il
riaffermarsi di movimenti neonazisti, per fare un esempio, nel breve periodo i vantaggi per
il datore di lavoro sono piuttosto evidenti. Quelli per il lavoratore molto di meno. Diverse
ricerche indicano che il lavoro atipico in Germania ha svolto un ruolo di precarizzazione,
pi che di flessibilizzazione (Lestrade, 2010). Qual  la differenza? Semplice: si ha
flessibilizzazione se il lavoro atipico serve da cuscinetto per assorbire shock
temporanei, e da trampolino verso un lavoro non atipico. Ma se nel lavoro atipico ci rimani
intrappolato per sempre, e se in quella trappola cadono, casualmente, categorie sociali
sfavorite, allora si deve parlare di precarizzazione, di mercato del lavoro a due velocit.
Che poi, a essere precisi, le velocit in Germania sono almeno tre: perch oltre ai
lavoratori regolari, quelli fortunati, quelli dei quali ci parlano i giornali quando ci
vogliono dipingere la Germania come il Paese di Bengodi, come il modello da imitare, ci
sono due categorie di irregolari: quelli dei minijob, e quelli dellEst. Lo Spiegel ci
ricorda che a ventanni dalla riunificazione il reddito medio di una famiglia dellEst 
passato dal 35 per cento al 53 per cento di quello di una famiglia dellOvest (Spiegel,
2010), mentre studi accademici ci avvertono del fatto che la provenienza dallEst  un
fattore significativo di discriminazione salariale (Smolny e Kirbach, 2004). Ma va! Con due

serbatoi simili di manodopera a buon mercato, capite bene, si fa presto a essere competitivi.
E vogliamo parlare dei danni per i partner europei?
Su, diciamoci tutto. Che la politica di dumping salariale tedesco condivida, con quella di
credito facile delle banche tedesche, la principale responsabilit negli squilibri e nella crisi
dellEurozona non , vi assicuro, il delirio ideologico di uno studioso di provincia accecato
dal furore antigermanico. Tuttaltro. Si tratta di un dato di fatto riconosciuto non solo da
studi accademici, ma anche dai rapporti di organizzazioni multilaterali al di sopra delle
parti.
Sentite ad esempio cosa dice lInternational Labour Office delle Nazioni Unite (Ilo, 2012):

Sotto la spinta di una disoccupazione elevata e rigida, il governo Schrder inizi a partire dal 2003 una serie di riforme
del mercato del lavoro, riducendo efficacemente i salari di ingresso nella porzione meno avvantaggiata del mercato del
lavoro. [] In parte queste riforme erano state motivate dal fatto che i tassi di cambio nominali erano stati fissi dal
1995, nel percorso verso leuro. [] La svalutazione interna veniva quindi vista come il solo modo per ristabilire quella
che veniva considerata una situazione pi equa. Tuttavia, la maggior parte delle riforme port a deflazione salariale nel
settore dei servizi, nel quale vennero creati nuovi posti di lavoro prevalentemente a basso salario. [] Al contempo,
poco  stato fatto per ripristinare la competitivit in termini di incrementi della produttivit. In effetti, lo sviluppo della
produttivit  rimasto in linea con la media europea. Queste politiche di deflazione salariale non hanno solo influenzato i
consumi privati, la cui crescita  rimasta indietro rispetto a quella dei consumi degli altri Paesi dellEurozona di pi di un
punto percentuale dal 1995 al 2001. Hanno anche portato a una crescente disuguaglianza dei redditi, a una velocit mai
vista, nemmeno subito dopo la riunificazione, quando milioni di persone persero il proprio lavoro in Germania Est. A
livello europeo, questa politica ha creato le condizioni per una depressione economica prolungata, dato che gli altri
Paesi membri sono sempre pi spinti a vedere la soluzione dei propri problemi di competitivit in una deflazione
salariale ancora pi rude.

Chiaro, no? Saranno complottisti gli economisti delle Nazioni Unite? I soliti amerikani
invidiosi del successo delleuro, come blaterano gli esperti nostrani di geopolitica? A
Ginevra? Pu darsi. Quello che  certo  che mentre in Francia luscita di questo rapporto 
finita in copertina sui giornali e perfino sui telegiornali nazionali (Le Monde, 2012), nel
nostro Paese ormai colonizzato non mi risulta (ma forse sbaglier) che qualcuno ne abbia
dato notizia, oltre al sottoscritto sul suo blog (e solo perch per caso mi trovavo in Francia).
Perch noi, gli Untermenschen, dobbiamo vivere nel mito degli bermenschen.
Certo che poi, dopo il 2005, le finanze tedesche sono migliorate! Ci mancherebbe! Una
volta che con sussidi mascherati, slealmente competitivi, hai messo la tua economia su un
sentiero di crescita tirato dalle esportazioni, vedi che poi le cose vanno a posto. Lo diceva
Domar: il problema del debito pubblico  un problema di crescita del reddito nazionale.
Insomma: infrangendo il Patto di stabilit prima, i tedeschi hanno posto le basi per non
infrangerlo dopo. Ma  proprio in questo che risiede la slealt del comportamento del
governo Schrder, tale da configurare una violazione dei trattati europei. Scusate: ma
non si era detto che siamo unUnione, e che tutti insieme dobbiamo competere per
combattere contro la Cina(?). E allora, se queste riforme strutturali andavano fatte per
competere contro lesterno,  ovvio che se ne sarebbe dovuto discutere insieme e che le si
sarebbe dovute adottare allo stesso momento. Ma veramente del Trattato sullUnione ci
ricordiamo solo quei due maledetti numeri privi di senso, il 3 per cento e il 60 per cento?
Io, che non sono un giurista ma un europeo s, mi ricordo anche i principi sui quali si
sarebbe dovuta basare lUnione:

Articolo 2 - La Comunit ha il compito di promuovere, mediante linstaurazione di un mercato comune e di ununione
economica e monetaria e mediante lattuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 3A, uno
sviluppo armonioso ed equilibrato delle attivit economiche nellinsieme della Comunit, una crescita sostenibile,
non inflazionistica e che rispetti lambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di
occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualit della vita, la coesione economica e
sociale e la solidariet tra gli Stati membri.
Articolo 3 A 1. Ai fini enunciati allarticolo 2, lazione degli Stati membri e della Comunit comprende, alle condizioni e
secondo il ritmo previsti dal presente trattato, ladozione di una politica economica che  fondata sullo stretto
coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi
comuni, condotta conformemente al principio di uneconomia di mercato aperta e in libera concorrenza. [corsivo
aggiunto, nda]

Chiaro? Sviluppo armonioso e equilibrato delle attivit economiche, da raggiungere
mediante uno stretto coordinamento delle politiche economiche basato sulla definizione di
obiettivi comuni. Si ha quasi il sospetto che in tedesco questa frase sia stata tradotta:
Creazione di squilibri devastanti, da raggiungere mediante una svalutazione competitiva
interna, basata su politiche beggar-thy-neighbour. In ogni caso, cos  come la leadership
tedesca lha interpretata.
Piccolo inconveniente: quando tutto stava andando a posto (per lei), sulle finanze
pubbliche della Germania, fragilizzate da questa strategia spregiudicata e sleale, si 
abbattuta la crisi finanziaria, e quindi, come abbiamo ricordato, sono sorte delle piccole
spesucce extra per salvare qualche banca. Perch oltre alla slealt, anche una certa
dabbenaggine pare adorni talora il cranio di certi capitalisti, i quali, guarda un po, si erano
imbottiti di quei prodotti subprime provenienti dallAmerica, che davano tanti bei
rendimenti.

E fatto il tonfo, hanno, come da copione, cominciato a prendersela con i pi deboli.

Lunica inflazione buona  quella morta
Ma certo, un apparente fondamento normativo le politiche beggar-thy-neighbour lo
avevano, ed era nel gi ricordato obiettivo asimmetrico dinflazione della Bce. Ogni
insegnante sa che atteggiamenti da primi della classe minano la coesione del gruppo. Il
requisito che i tassi dinflazione dei partecipanti siano uniformi  giustificato e razionale, lo
abbiamo detto sopra, ma la regola adottata ha un problema:  asimmetrica. Sposando il
principio semplicistico che lunica inflazione buona  quella morta, Maastricht attribuisce
la patente di primi della classe ai Paesi con linflazione pi bassa. La razionalit
economica vorrebbe che, in un contesto nel quale una banca centrale indipendente fissa un
obiettivo di inflazione, venga punito non solo chi se ne discosta al rialzo, ma anche,
simmetricamente, chi se ne discosta al ribasso, perch sta attuando una politica beggar-thy-
neighbour.
Ed  proprio questo lobiettivo della Germania fin dal secondo dopoguerra, per
ammissione esplicita degli stessi responsabili della sua politica economica. Gi nel 1951 il
presidente della futura Bundesbank, Wilhelm Vocke, affermava che incrementare le
esportazioni  vitale per noi, e ci dipende dal mantenimento di un basso livello di prezzi e
di salari Mantenere il livello dei prezzi inferiore a quello degli altri Paesi  lobiettivo
principale dei nostri sforzi. (Cesaratto e Stirati, 2011). Non volete andare cos indietro nel
tempo? Allora leggete sul Corriere della Sera del 4 dicembre 2011 lintervista a Roland
Berger, consulente del governo Merkel: sono i sacrifici dei lavoratori tedeschi fra il 2000

e il 2010 che hanno permesso ai prezzi dei prodotti tedeschi di diminuire del 18.2 per cento
rispetto a quelli dellEurozona, aumentando competitivit ed esportazioni tedesche. Da 60
anni a questa parte la politica economica tedesca persegue il current account targeting :
lobiettivo dichiarato  quello di avere sempre un po meno inflazione degli altri, per poter
essere sempre in surplus e accumulare crediti verso il resto dellEuropa. Che sono debiti
(per lo pi privati) del resto dellEuropa.
Questa non  la logica di ununione:  la logica del pi forte, di chi sa che pu vincere al
gioco della deflazione perch ha accumulato sufficienti risorse per poterselo permettere, e
che quindi impone questo gioco a tutti, per mezzo di regole fiscali insensate, con la
complicit delle lite dei Paesi periferici, che, volendo conservare un minimo di fiducia
nella razionalit umana, evidentemente stanno traendo un loro tornaconto dal favorire
l Anschluss, lannessione.

Il danno e la beffa
Ma il delirio e loltraggio insito nelle regole europee non si arresta qui. Il culmine si
raggiunge forse con la Procedura per gli squilibri macroeconomici. Credo non la
conosciate, perch  roba recente, e di unipocrisia talmente vergognosa che chi lha
proposta ha evidentemente preferito evitare di strombazzarla.
S, perch dopo che per un decennio si sono tollerati, e anzi alimentati, nel modo che
abbiamo visto, quegli squilibri che necessariamente dovevano condurre alla crisi, e che
venivano prodotti in aperta violazione dei trattati, mentre si  evitato anche solo di porre un
occhio su di essi, concentrando lattenzione su indicatori privi di particolare significato,

come il rapporto fra deficit pubblico e Pil, salvo poi decidere di ignorare anche quelli,
quando ci ha fatto comodo a chi comandava, improvvisamente ci si rende conto che il
problema sono gli squilibri macroeconomici (ma va?) e che quindi occorre tenerne conto.
E il bello  che questa esigenza, lesigenza cio di garantire il coordinamento delle
politiche economiche e la convergenza duratura dei risultati economici degli Stati
membri (cio il contrario degli squilibri fra Stati membri)  saldamente iscritta nel Tfue,
che allarticolo 121, comma 3 (ex articolo 99 Tce), prevede espressamente che la
Commissione presenti relazioni al Consiglio europeo, in base alle quali questultimo
sorvegli la coerenza delle politiche economiche. Inutile dire che rispetto a questo
compito, espressamente previsto dal Tfue, la Commissione  stata nei fatti inadempiente
fino al 2011.
In quellanno, in esecuzione dellarticolo 121, comma 6 del Tfue, la Commissione produce
una Procedura per gli squilibri macroeconomici . Questa prevede che la Commissione e il
Consiglio europeo possano emanare delle raccomandazioni per i Paesi che stanno
accumulando squilibri. Laddove queste raccomandazioni non siano seguite, si avvia una
procedura di correzione, che, secondo la solita logica sbilenca del punire chi  in difficolt,
prevede, in caso di esito negativo, multe per i Paesi inadempienti. Gli indicatori dei quali
tenere conto sono diversi:
 la media mobile su tre anni del rapporto fra saldo delle partite correnti e Pil, con soglie
pari a +6 per cento e -4 per cento del Pil;
 la posizione finanziaria netta sullestero, con una soglia di -35 per cento del Pil;
 la variazione sugli ultimi cinque anni della quota di mercato delle esportazioni, con una

soglia del -6 per cento;
 la variazione sugli ultimi tre anni delle retribuzioni pro capite (nominali), con una soglia
del +9 per cento;
 la variazione del tasso di cambio effettivo reale, basato sui prezzi al consumo e riferiti a
35 Paesi industrializzati, con una soglia di 5 per cento;
 il rapporto fra debito privato e Pil, con una soglia del 160 per cento;
 il flusso di credito erogato al settore privato, con una soglia del 15 per cento;
 lo scarto fra variazione dei prezzi delle case e dellindice dei prezzi al consumo, con una
soglia del 6 per cento;
 il debito pubblico, con la solita soglia del 60 per cento del Pil;
 la media mobile su 3 anni del tasso di disoccupazione, con una soglia del 10 per cento.
Dieci indicatori per un piccolo capolavoro dipocrisia e dinsipienza (o furbizia?) tecnica.
Permettetemi di motivare questo giudizio.
Lipocrisia consiste nel conservare limpostazione mercantilista (lo dimostra
lattenzione prestata al calo della quota di mercato delle esportazioni), rifacendosi una
verginit con il prestare una tardiva attenzione ai saldi esteri, per i quali finalmente si
stabiliscono delle soglie quantitative.
Attenzione: va ricordato che gi il trattato di Maastricht teneva conto dellindebitamento
estero. Larticolo 3A del trattato cita la sostenibilit del deficit estero fra i principi
direttivi che gli Stati membri devono rispettare, e larticolo 109j sancisce che la
Commissione deve considerare fra i criteri di convergenza anche levoluzione
dellindebitamento estero. Tuttavia, mentre sullindebitamento pubblico si pose subito un

vincolo quantitativo preciso (il famoso 3 per cento del Pil), su quello estero non ne venne
posto alcuno, per motivi ideologici e tattici che ormai dovrebbero esservi chiari. Contenere
lindebitamento pubblico significa comprimere il ruolo dello Stato (il grande Nemico), e
costringere i Paesi satellite a giocare (e perdere) al gioco del mercantilismo. Insomma: al
saldo estero non si  guardato non per distrazione, ma perch a ignorarlo cera da
guadagnarci (per chi comanda, va da s). Proporre ora, in tardivo adempimento di qualcosa
che era nei trattati da almeno ventanni, una norma del genere, equivale a chiudere la stalla
quando i buoi sono scappati, e gi questo suscita indignazione.
Va anche detto che questi criteri rifiutano di ammettere la natura intraeuropea degli
squilibri e di temperare in modo efficace lapproccio mercantilista germanico.
Lo dimostra innanzitutto il fatto che si prende in considerazione il tasso di cambio reale
effettivo (cio calcolato come media rispetto a tutti i Paesi industrializzati), come se i
problemi fossero gli squilibri complessivi dei Paesi dellEurozona, anzich i tassi di
cambio effettivi bilaterali, quelli che abbiamo visto in figura 20, e che sono alla base dei
veri squilibri, quelli dei Paesi dellEurozona verso la Germania. Lo dimostra poi il fatto
che si dettano soglie asimmetriche per il saldo delle partite correnti, ovviamente nel senso
di tollerare surplus pi grandi dei deficit (+6 per cento/-4 per cento), perch, si sa, chi
esporta  bravo e chi importa cattivo. Questo approccio  demenziale, non solo perch
fornisce un messaggio ideologicamente distorto, ma anche perch nei fatti il Paese in
posizione creditoria netta, la Germania,  il pi grande dellEurozona. Con i dati del 2012,
un surplus del 6 per cento della Germania corrisponde a circa 160 miliardi di euro, mentre
un deficit del 4 per cento nei cinque Piigs corrisponde complessivamente a circa 125

miliardi di euro. Chiaro, no? In pratica, si permette al creditore di prestare pi di quello che
i debitori possono prendere in prestito. Il che significa condannare questi ultimi al ruolo di
cattivi, come al solito.
Del resto, la soglia sul debito estero penalizza i debitori, ma non i creditori. Rimane un
mistero come faccia qualcuno a essere il debitore di nessuno. Ma questo  un mistero della
fede europea, e tale rimarr per i tecnocrati di Bruxelles.
I quali, come al solito, danno i numeri. La soglia del 35 per cento sul debito estero netto 
prudenziale e conforme agli studi pi recenti e documentati (Manasse e Roubini, 2005), ma
per quanto riguarda il debito privato e quello pubblico non ci siamo proprio. Gli studi pi
seri e recenti sul tema (Arcand et al., 2012), che circolano da tempo negli ambienti della
ricerca non solo accademica, indicano che gli effetti negativi del debito privato sulla
crescita si fanno gi sentire quando questo supera il 100 per cento del Pil. Una soglia al 160
per cento, di manica molto larga,  dettata evidentemente nellinteresse dei Paesi creditori:
si vuole cio preservare il loro interesse a prestare irresponsabilmente (interesse riflesso
anche dallasimmetria delle regole sullindebitamento estero).
Inutile dire che la soglia al 60 per cento sul debito pubblico, prevista gi da Maastricht, 
totalmente insensata anchessa, ma ovviamente (vince lideologia) in direzione opposta. Gli
studi pi seri e documentati sul tema indicano che il debito pubblico esercita influssi
negativi sulla crescita quando supera una soglia del 90 per cento del Pil (Reinhart e Rogoff,
2010), o superiore (Panizza e Presbitero, 2012). Stabilire una soglia cos restrittiva (il cui
unico razionale  che essa corrisponde a quello che la Germania credeva di poter sostenere
data la sua esperienza storica negli anni Ottanta), espone i Paesi membri al pericolo di un

massacro fiscale (Fiscal overkill), come dissero a suo tempo Buiter, Corsetti e Roubini
(1993).

Concludendo
Un mondo nel quale i Paesi si privano della sovranit fiscale (a valle e come conseguenza
della privazione della sovranit monetaria) non pu essere un mondo di uguali, ma , per
necessit contabile, prima ancora che economica, un mondo di vincitori e vinti, la cui
stabilit sociale e politica dipende solo dalla saggezza dei vincitori nel non approfittare
troppo della vittoria, e dalla pazienza dei vinti nellaccettare la sconfitta. La storia dimostra
che la saggezza in Europa (del Nord)  una risorsa pi scarsa del petrolio, e che la pazienza
 soggetta a periodiche strozzature dal lato dellofferta, come direbbe un economista, cio
ogni tanto si esaurisce, come direbbe una persona normale.
Forse  meglio cambiare le regole prima che la prossima crisi si presenti. Ma siamo sicuri
che un cambiamento delle regole sia sufficiente?

Un altro euro non  possibile
Qualora leuro non fosse gi esploso nel periodo fra la consegna del manoscritto e luscita
del libro, voglio precisare una cosa, che ho gi detto altrove (Bagnai 2012a): in inferno
nulla est redemptio. Tradotto: un altro euro non  possibile.
Se non sar successo, se luscita del libro preceder quella dalleuro, come credo,
staremo ancora assistendo a uno degli spettacoli intellettualmente, civilmente e
politicamente pi penosi dellultimo decennio: quello dei tanti che si arrabattano
nellimprobabile esercizio di salvare leuro da se stesso, invece di salvare gli europei
dalleuro, come sarebbe pi giusto. Un conato che, accomuna, in Italia, due categorie di
soggetti: sono in prima fila, ovviamente, gli esponenti di quelle oligarchie finanziarie che ci
hanno democraticamente imposto leuro per farsi i comodi loro, come da ciclo di Frenkel;
subito dietro incalzano i rinforzi: le anime belle della sinistra liberista, che identificano
leuro con il non meglio specificato sogno europeo, e continuano cos a difendere a spada
tratta, chi per opportunismo, chi per difetto di strumenti culturali, un sistema monetario nel
quale a pagare il conto sono sempre le classi subalterne.
Questa, purtroppo, non  una cosa di sinistra, e la sinistra lo sa e lo sapeva benissimo.

Sapevano
Basta rileggere il recente discorso di un esponente di spicco del pi importante partito di
sinistra, tenuto alla vigilia di una decisione cruciale. Non preoccupatevi: se non vi ricordate
chi , ve lo dir dopo. Concentratevi per un momento sui contenuti.

In Italia, tra i partiti democratici e nello spirito pubblico, non circolano pregiudizi antieuropeistici. La discussione attorno
al progetto di Unione Monetaria avrebbe dunque potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi. Nella fase finale, sono
affiorate e prevalse forzature di varia natura, venute da una parte sola, cio da coloro che hanno premuto per
lingresso immediato dellItalia nellUnione Monetaria. Pressioni viziate da schemi o da calcoli che prescindevano da
una valutazione obiettiva dei termini del problema.
Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, di ripartire dalla posizione assunta da noi di fronte alle indicazioni scaturite questa
estate dalla riunione dei capi di Stato e di Governo dellUnione. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio
del processo di integrazione e di maggiore solidariet, per far fronte a una crisi di portata mondiale, per accelerare lo
sviluppo delle economie europee, combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre linflazione. Ponemmo in questo
senso il problema delle condizioni in cui leuro avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale lItalia
avrebbe potuto aderire fin dallinizio. Quello delle garanzie da conseguire affinch leuro possa avere successo,
favorire un sostanziale riequilibrio allinterno dellUnione europea (e non sortire un effetto contrario),  un rilevante
problema politico.
Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai
nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto  cito parole e concetto
del ministro del tesoro e del governatore della Banca dItalia: Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul
funzionamento del sistema monetario internazionale e sulle possibilit di avanzamento della costruzione economica
europea. Ma dal vertice  venuta solo la conferma di una sostanziale resistenza dei Paesi pi forti, della Germania, e
in particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore
equilibrio tra gli andamenti delle economie di Paesi della Comunit.  cos venuto alla luce un equivoco di fondo: se
cio il nuovo sistema debba contribuire a garantire un pi intenso sviluppo dei Paesi pi deboli della Comunit, o debba
servire a garantire il Paese pi forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania, spingendo un Paese
come lItalia alla deflazione.
Queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse a una dichiarazione di
principio favorevole e che escludesse lentrata dal primo gennaio nelleuro, tanto pi in presenza di una analoga
decisione della Gran Bretagna, con tutto ci che questa decisione comportava e comporta.
Perch non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si  giunti a una decisione precipitata e

arrischiata?
No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi a una risoluzione che assume le caratteristiche ristrette di una unione
monetaria, le cui caratteristiche rischiano per lo pi di creare gravi problemi ai Paesi pi deboli che entrino a farne
parte. Naturalmente non sottovalutiamo limportanza degli sforzi volti a creare unarea di stabilit monetaria. Ma se 
vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilit,  vero anche che esse sono il riflesso
di squilibri profondi allinterno dei singoli Paesi.
La verit  che forse  come si  scritto fuori dItalia  si  finito per mettere il carro di un accordo monetario
davanti ai buoi di un accordo per le economie.
Onorevoli colleghi, in questaula si  parlato (vi si  riferito poco fa anche il collega Cicchitto) delle sollecitazioni e delle
assicurazioni pervenuteci dai governi amici. Queste sollecitazioni confermano lesistenza di un reale e forte interesse
degli altri Paesi membri della Comunit ad avere lItalia al pi presto presente nelleuro. Si sarebbe, dunque, potuto far
leva su questo interesse, non dando adesione immediata, per portare avanti un serio negoziato. Ma se ci si vuole,
onorevoli colleghi, confrontare con i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, bisogna sbarazzarsi di ogni
residuo di europeismo retorico e di maniera. Si  giunti a sostenere che lItalia non dovesse scegliere in questi giorni
se appartenere o meno alleuro, ma se recidere  dico recidere  o meno i suoi legami con i Paesi dellEuropa
occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico. Ma questa  una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo,
che non poggia su alcun argomento razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed
esasperata della scelta che era davanti al nostro Paese.
Se oggi, comunque, tra i fautori dellingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficolt che possono
derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra  eludendo la difficile strada
della ricerca del consenso  dinanzi a una sostanziale distorsione della sua linea ispiratrice, dinanzi alla proposta di una
politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario.

Cosa dire? Difficile trovare unanalisi pi lucida, serena, spietata, e pienamente
condivisibile della situazione attuale. Unanalisi, aggiungo, anche molto informata, tant
che cita lo studio di Dominick Salvatore (1997), ricordate, quello che affermava che se
prima non si risolvevano i problemi economici, lunione monetaria sarebbe stata come

mettere il carro davanti ai buoi.
Come dite? Non vi ricordate una discussione parlamentare, un voto, sullopportunit di
entrare nelleuro? Dai, strano
Eppure questo discorso sembra fatto apposta: i problemi ci sono tutti: la volont di
egemonia della Germania (quella della quale parlava, del resto, anche Martin Feldstein), la
presenza di squilibri nelle economie reali, determinati dalla politica tedesca di deflazione e
repressione della domanda interna, le pressioni dei Paesi del Nord per far entrare a
qualunque costo quelli del Sud (e sappiamo perch), lidentificazione retorica di Europa ed
euro, motivata da ragioni di bassa cucina politica, di criminale demagogia, la motivata
preoccupazione che fare il passo pi lungo della gamba avrebbe creato pi problemi di
quanti non pretendesse di risolverne. C proprio tutto, non manca nulla.
Naturalmente avete ragione voi: quello che  mancato  stato proprio il dibattito sulleuro,
un dibattito che in Italia, come dice il nostro, avrebbe potuto svolgersi in termini del tutto
obiettivi. E allora questo discorso quando e dove  stato fatto? Be, quando ho detto
recente intendevo relativamente recente. Si tratta della dichiarazione di voto (contrario)
del Partito comunista italiano allingresso dellItalia nello Sme, pronunciata da Giorgio
Napolitano il 13 dicembre 1978. S, ecco, in effetti nelloriginale al posto della parola
euro cera la sigla Sme, e al posto della parola Unione la parola Comunit. Ma le
parole sono quelle, come potr verificare chi vorr andarsi a scaricare gli atti (Camera dei
Deputati, 1978), i problemi sono quelli, come vi ho appena mostrato, e lanalisi non solo si
applica pari pari al caso attuale, ma  anche in linea con gli avvertimenti e le conclusioni
dei maggiori economisti mondiali, il che la rende, riteniamo, pienamente condivisibile.

Ci piacerebbe anche poter condividere i motivi che hanno indotto il nostro presidente a
cambiare idea, e questo, paradossalmente, proprio nel momento in cui i danni che Egli con
tanta lucidit paventava hanno cominciato a manifestarsi con piena evidenza. Ma questo  un
lavoro per gli storici.

Pi Europa: un altro film gi visto
La sinistra, quindi, dove avrebbe portato pi Europa lo sapeva. E va anche detto che
lodierna richiesta di pi Europa fiscale, per correre in soccorso dellinsostenibile
Europa monetaria, ricalca schemi logici e di comunicazione politica gi visti proprio nel
percorso verso lEuropa monetaria. Non  male rammentarli, non per vezzo di erudito, ma
per ribadire che siamo in un film gi visto, il cui finale  facilmente prevedibile, e non
particolarmente lieto.
Abbiamo parlato pi volte dello Sme. Lo Sme veniva accusato di essere un sistema
asimmetrico, ovviamente a beneficio della Germania: questa imponeva la propria politica
monetaria ai propri partner, i quali erano costretti ad adeguare i tassi dinteresse a quello
tedesco, per evitare fughe di capitali che avrebbero fatto deprezzare le proprie valute.
Tuttavia, nello Sme era pur sempre previsto ci che logica vuole, ovvero che i Paesi in
surplus riallineassero il loro cambio nominale verso lalto. Eh gi! Nello Sme i Paesi in
surplus potevano rivalutare, cio fare quella cosa che deve essere tanto bella, visto che 
contraria alla svalutazione (quanto  brutta, signora mia!), ma che nonostante sia tanto
bella (la rivalutazione) nessuno vuole fare! Ma nello Sme era prevista, e infatti fra i tanti
riallineamenti che si verificarono, ve ne furono alcuni al ribasso nei Paesi in deficit, e altri

al rialzo nei Paesi in surplus. Anche per questo la storia della svalutazionecompetitiva
della liretta non torna: la storia dello Sme  una storia di riallineamenti al ribasso della lira,
ma anche di riallineamenti al rialzo del marco, del fiorino, del franco, eccetera, presi di
comune accordo.
Ma naturalmente anche allepoca cera chi diceva: Be, certo, il sistema  asimmetrico,
noi italiani di fatto non abbiamo pi una politica monetaria, se abbassiamo il tasso di
interesse al di sotto di un certo livello i capitali fuggono verso la Germania, quindi siamo
costretti a fare politiche restrittive, e la nostra economia langue La strada
dellintegrazione monetaria fra Paesi cos diversi sembra proprio sbagliata, ma una
soluzione c: percorrerla fino in fondo! Pi Europa! Se renderemo pi rigido il sistema,
guadagneremo in credibilit. Guardate cosa dicono Giavazzi e Pagano (1988): il governo
che si lega le mani a un Paese forte guadagna tanta credibilit presso i propri cittadini da
poter condurre efficaci politiche deflazionistiche, quindi il differenziale di inflazione
scompare, quindi il cambio diventa sostenibile, quindi lo spread si annulla. Ors, ci si
leghino le mani, lEuropa chiam.
Si tratta, come ricorderete, dellargomento dellOca endogena.
Si entr cos nel cosiddetto Sme credibile, definito cos da due infelici colleghi, Frankel
e Phillips (1992) in un articolo che usc un mese dopo lesplosione del sistema nel
settembre del 1992! La fortuna  cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, e ama
particolarmente gli economisti.
Logica avrebbe voluto che dopo questo insuccesso si lasciasse perdere.
Invece, cinque anni dopo questa success story, nel 1997, Franco Modigliani tornava a

riproporre la solfa del pi Europa (monetaria, beninteso). Nota bene: che unEuropa
monetaria senza un governo europeo alle spalle non potesse funzionare era stato chiarito da
Kaldor (1971) solo 26 anni prima ma un Nobel  anche un uomo, e non pu sapere tutto.
Largomento di Modigliani era sorprendente. In un articolo scritto con il suo allievo Mario
Baldassarri sul Financial Times del 14 marzo 1997, intitolato The EU should go ahead
with the single currency, Modigliani serafico ammette che la strada seguita finora con lo
Sme  stata sbagliata, e quindi bisogna cambiare direzione, direte voi? No! Troppo
facile! Percorrerla fino in fondo (ancora una volta)! Cio bisogna andare verso il pi
Europa, ma un pi Europa ancora pi Europa del pi Europa precedente (Sme
credibile), che era s un pi Europa (pi rigidit del cambio), ma forse non abbastanza
pi: ci voleva la moneta unica, che avrebbe risolto i nostri problemi.
E come? Semplice! Nello Sme, come abbiamo visto, i Paesi membri erano costretti a
seguire la politica monetaria della Bundesbank. Ma quando ci fossimo tutti uniti nella
moneta unica, il pi Europa monetario avrebbe portato un immenso beneficio. Perch?
Perch la Bundesbank, cos come tutte le banche centrali nazionali, avrebbe fatto un passo
indietro per lasciare la conduzione della politica monetaria alla Banca centrale europea
(Bce). E cos Monetary policy would be conducted by a European central bank in which
Germany would have an important  but not an absolute  voice: la conduzione della
politica monetaria sarebbe passata, con la moneta unica, a una Bce nella quale la Germania
avrebbe espresso un parere importante, ma non determinante.
Avete capito bene. Modigliani sosteneva che siccome la Bce sarebbe stato un organo
collegiale (mi viene da ridere), la sua politica monetaria sarebbe stata pi attenta agli

interessi della periferia. E tutti a spiegargli: Ma benedetto uomo, ti rendi conto che la
Germania in questo organo collegiale potr disporre di un gruppo coeso di Paesi (Belgio,
Olanda, Austria, Finlandia, Francia) e che dallaltra parte c uno spezzatino di Paesi che
non riescono a mettersi daccordo? Quindi collegiale de che? Alla fine comander sempre
la Germania (Bagnai, 1997). E lui, bizzoso: No, no, pi Europa, pi Europa, la moneta
unica porter a politiche pi favorevoli alla periferia, e poi i tassi di interesse si
abbasseranno e gli investimenti faranno ripartire la crescita, vedrete, sar bellissimo.
Com andata a finire lo sapete. Dopo aver fatto per un decennio gli interessi dei Paesi del
Nord, alimentando con una politica monetaria tarata sulle esigenze del centro le bolle
speculative e lerogazione sconsiderata di credito alla periferia, come da ciclo di Frenkel,
la Bce collegiale, ravvedutasi, scrive lettere non esattamente damore ai governi della
periferia, dicendo loro per filo e per segno quello che devono fare, e alla fine della storia ci
troviamo con tassi dinteresse insostenibilmente alti in periferia, mentre la Germania si
finanzia a tassi negativi.
Ecco quindi come siamo messi, dopo aver detto pi Europa per due volte: siamo messi
male, ma naturalmente, a va sans dire, dai giornali ci dicono che la colpa  nostra (e ti
pareva?). E perch? Bravi, s, indovinato, perch non abbiamo detto abbastanza pi
Europa. Dobbiamo dirlo ancora, una terza e decisiva volta, dobbiamo cio fare gli Stati
Uniti dEuropa, insomma, lunione fiscale e politica, perch se la moneta unica non funziona
non  per i mille e un motivi che la letteratura economica indica: scarsa mobilit del lavoro,
divergenza dei tassi di inflazione, diverso grado di apertura delle economie, scarsa
differenziazione produttiva delle economie periferiche, scarso coordinamento (per usare un

eufemismo) delle politiche economiche, eccetera. No, la colpa, ci ripetono,  dellassenza
di unione politica, nonostante di questo criterio la teoria economica non faccia menzione
Ricapitoliamo:
Ci avevano detto che con pi Europa alias Sme credibile avremmo abbattuto il nostro
differenziale di inflazione e favorito la crescita, rendendo sostenibile il cambio fisso con la
Germania. Il risultato  stata la crisi del 1992.
Ci avevano detto che con pi Europa alias moneta unica avremmo influito sulla
gestione della politica monetaria europea (e non ci stiamo riuscendo pi di tanto nemmeno
con un italiano alla presidenza della Bce). Il risultato  stato la crisi del 2011.
Ora ci dicono che con pi Europa alias unione fiscale tutto andr a posto, perch,
udite udite, naturalmente potremo fare tanti bei trasferimenti a vantaggio dei Paesi in
difficolt (e come no!), finanziando in essi, tramite gli eurobond, un sacco di bei progetti
che porteranno un sacco di crescita un sacco bella
Voi ci credete?
Io no.

Le aporie del pi Europa
Eppure, il ritorno del pi Europa nella duplice veste di una Bce prestatore di ultima
istanza accoppiata a una unione fiscale/politica  il tormentone di questi ultimi
travagliatissimi mesi. Una richiesta prospettata come unica soluzione possibile e quindi
doppiamente fuori discussione perch ovvia(?) e perch inevitabile(?). Reduci da un
cambiamento istituzionale (ladozione delleuro) che sta facendo i suoi morti, credo sarebbe

bene, prima non dico di adottarne, ma anche semplicemente di chiederne un altro, riflettere
con seriet. Se pi Europa (monetaria) ha fallito, perch pi Europa (fiscale) dovrebbe
avere successo? Qualcuno dir: ma proprio perch le due unioni non sono andate di pari
passo! Sar, ma c sempre qualcosa che non torna: se la soluzione era cos ovvia, perch
nessuno ci ha pensato prima? Bisognava arrivare al quarto anno di una crisi devastante?
Perch qui i casi sono due: o la richiesta di pi Europa ha un qualche fondamento
razionale nella teoria economica, e allora laver posposto lunione politica prende i sinistri
contorni dellennesima applicazione della crisi come metodo di governo; oppure questa
richiesta fondamento non ne ha, e allora essa riflette semplicemente il desiderio del centro
di annettersi la periferia (con la complicit delle classi politiche periferiche, per lo pi
espressione diretta delle istituzioni del centro, come la Bce).
Il fatto  che la teoria dellOca di unione fiscale non parla (come del resto non pone
particolari requisiti sulla struttura della banca centrale): come abbiamo visto, la teoria parla
di coordinamento fiscale e di integrazione fiscale, visti come strumenti potenzialmente utili
per compensare le rigidit imposte dallunione monetaria, ma non di unione fiscale. Quindi
la colpa , come al solito, degli economisti che non hanno capito, non hanno previsto,
eccetera? O forse  il dibattito che sta cedendo a unondata di apparente irrazionalit e di
reale demagogia, sullimpulso di parole dordine tanto eloquenti quanto vuote? Non sarebbe
la prima volta. Unanalisi pi cauta porta a concludere che nel panorama attuale le proposte
di pi Europa possono essere classificate in tre categorie: quelle inefficaci, quelle
assurde, e quelle irrealizzabili.

Quelli che ci vuole una BcesimileallaFed
Sono chiaramente inefficaci certe proposte di un cambiamento di statuto della Bce, che
dovrebbe diventare pi simile alla Fed americana, intervenendo come lender of last
resort nei riguardi degli Stati in difficolt. Ci sarebbe intanto da capire perch lopera di
prestatore di ultima istanza debba svolgersi a beneficio degli Stati sovrani, dopo che questi
si sono indebitati per salvare le banche private, anzich rivolgersi direttamente a queste
ultime. I summit europei cominciano a riconoscere questo circolo vizioso, ma non vogliono
trarne le conseguenze. 36
Tralasciando il dato congiunturale, rimane quello strutturale: se il ciclo perverso, come
abbiamo mostrato sopra,  innescato dalla divergenza fra i tassi di interesse e di inflazione
dei singoli Paesi, nessuna politica monetaria centralizzata potr porvi rimedio.
Lidea che moneta unica significhi inflazione unica  figlia di una concezione datata
dellinflazione, quella secondo la quale  la moneta a causare il livello dei prezzi. Le
analisi teoriche ed empiriche, dal secondo dopoguerra in poi, hanno confermato il ruolo
cruciale del mercato del lavoro nel determinare la dinamica dei prezzi. E con un mercato
europeo del lavoro segmentato per motivi culturali e istituzionali la Bce, da Francoforte,
pu fare molto poco per comporre i differenziali di competitivit che hanno messo in
ginocchio la periferia (problema che era chiarissimo a Fleming gi nel 1971).
Ma al di l di questo dato oggettivo, che dovrebbe essere facilmente comprensibile agli
abitanti di un Paese come lItalia, lacerato da un dualismo territoriale che 150 anni di
politica monetaria comune non hanno potuto, in tutta evidenza, comporre, rimane il dato
politico: anche se nelle circostanze attuali il rischio di inflazione  remoto, in termini

generali i creditori del centro non intendono accettare qualcosa che somigli a una
socializzazione delle perdite, realizzata tramite un meccanismo che consenta di fatto ai
debitori della periferia di restituire somme decurtate dagli effetti dellinflazione. Questo
spiega perch gli interventi della Bce sono finora stati irrazionalmente tardivi.
I tedeschi sono contrari allinflazione non per la storiella che ci raccontano i nostri
informatori da trenta denari, secondo la quale essi avrebbero ancora paura (porelli)
delliperinflazione della Repubblica di Weimar che avrebbe condotto, dicono, al nazismo.
Questo  un grossolano falso storico: lesperienza di Weimar era ormai lontana quando
Hitler si afferm, costruendo la propria fortuna elettorale sulle politiche di austerit adottate
dalla Germania in risposta alla crisi del 1929, che avevano fatto esplodere la
disoccupazione. E del resto i tedeschi, della loro storia hanno dimenticato fatti ben pi
recenti che non la Repubblica di Weimar. Se oggi sono contrari allinflazione  perch sono
creditori, e come tutti i creditori preferiscono essere pagati in moneta buona anzich cattiva.
Questo spiega la loro intransigenza, e anche la loro fretta: se leuro esplodesse, verrebbero
molto probabilmente ripagati in moneta cattiva (cio svalutata).
Le varie svolte di Draghi, strombazzate dai giornali, si sono risolte in fuochi di paglia
perch i mercati quale sia il problema lo sanno bene: in ununione monetaria con mercati
del lavoro segmentati e strutture economiche differenziate, una politica monetaria
centralizzata non pu far nulla per risolvere gli squilibri esterni fra i Paesi membri. Lunica
cosa risolutiva che la Bce possa fare  scomparire.

Quelli che ci vuole lunione politica

Sono chiaramente assurde le proposte di unione politica, che in soldoni si riducono al
rafforzamento del Patto di stabilit implementato nel cosiddetto Fiscal compact.
Il rafforzamento di una regola gi discreditata, disapplicata fin dal 2002 da chi oggi fa la
voce grossa, serve solo a renderla ancora meno credibile e fondata nella razionalit
economica. Questa vorrebbe che il bilancio pubblico possa muoversi in senso anticiclico,
andando in deficit nei momenti di recessione (quando gli introiti fiscali calano e lo Stato
interviene a sostegno dei redditi) e consolidandosi in quelli di espansione. Questa
flessibilit, evidentemente,  tanto pi necessaria quando il sistema  reso rigido
dallimposizione di una moneta unica. Oggi, invece, nei momenti di recessione gli Stati sono
costretti a imporre nuove tasse o a tagliare spese, sottraendo ulteriore domanda al sistema,
in un avvitamento perverso il cui unico risultato (voluto o meno)  stato finora quello di
indebolire e rendere pi aggredibili le economie periferiche (le cui migliori aziende infatti
stanno cadendo una dopo laltra in mano estera). Ma questa palese deroga alla razionalit
economica, con le connesse cessioni di sovranit, viene presentata come il necessario(?)
sacrificio da compiere per rassicurare(?) la Germania e farle accettare lunione fiscale, che
non le sarebbe gradita qualora prima la periferia non facesse i compiti a casa.
Il fatto  che queste proposte di pi Europa, quelle che passano attraverso lidea di una
maggiore unione fiscale, in particolare nel senso sopra specificato di integrazione
fiscale, sono palesemente irrealizzabili. Certo, lo sappiamo, e lo sapevamo anche prima:
lintegrazione fiscale  uno dei motivi di tenuta dellunione monetaria statunitense. Ce lo
avevano detto fin dal 1991 Sala-i-Martin e Sachs, dai cui studi risulta che negli Usa il
bilancio federale compensa in media per pi di un terzo, mediante riduzioni di imposte o

aumenti di trasferimenti, gli shock avversi ai redditi individuali, contribuendo cos a
bilanciare gli squilibri fra gli Stati dellUnione. Ma meccanismi di questo tipo, che
intervengano a valle degli squilibri, mancavano e mancano in Europa per un semplice
motivo: anche essi sono politicamente improponibili, in un contesto condizionato
dallatteggiamento falsamente moralistico dei Paesi del centro. Per la classe politica di
questi Paesi  ormai impossibile richiedere allelettorato atteggiamenti cooperativi con chi
finora  stato additato, per motivi di bottega politica interna, come responsabile della crisi:
i fannulloni del Sud.
Del resto, pensateci: se ci fosse una volont politica di cooperare, questa potrebbe tradursi
in pratica immediatamente, senza alcuna modifica istituzionale. Basterebbe che la Germania
coordinasse le proprie politiche economiche con quelle degli altri Paesi membri: un
coordinamento che, del resto,  esplicitamente richiesto dal Trattato di Maastricht (articolo
3 e 103), ma che  stato regolarmente disatteso. Lo prova il fatto che dal 1999 al 2007 la
Germania  stato il secondo Paese a crescita pi lenta dellEurozona dopo lItalia (la
crescita reale  stata dell1.7 per cento in Germania e dell1.5 per cento in Italia, contro una
media del 2.7 per cento nellEurozona): questo perch, nonostante le esportazioni
crescessero, la domanda interna per consumi e investimenti veniva sistematicamente
repressa per evitare di far crescere le importazioni. Ma per cooperare con il resto
dellEuropa la Germania dovrebbe comportarsi in modo esattamente opposto: orientare il
proprio modello di crescita sullo sviluppo della domanda interna (per consumi e
investimenti), dando cos ossigeno, via importazioni, alle economie dei suoi partner. E
potrebbe farlo da subito, conservando la propria sovranit di bilancio, senza alcuna

modifica istituzionale, e nel pieno rispetto dei trattati europei (che ha anzi compromesso
violando il Patto di stabilit e adottando una politica beggar-thy-neighbour). Ma
evidentemente un certo capitalismo tedesco rimane affezionato a un modello di crescita che,
contando sulla domanda estera e sulla moderazione salariale, gli consente di lucrare profitti
cospicui.
Bisogner pure arrendersi allevidenza. Dopo aver privatizzato questi profitti, che il
vantaggio accordatole dalleuro le ha consentito di realizzare (come ammesso pacificamente
dal Fmi, dalla Confindustria tedesca, e perfino dallo stesso onorevole Prodi), 37 la Germania
 giustamente (dal suo punto di vista) restia a socializzare le perdite, accollandosi una parte
dello sforzo necessario.
Le dinamiche leghiste del gioco politico tedesco fanno disperare che un rinnovamento
della classe politica tedesca alteri la situazione.  grossolanamente ingenuo (per essere
gentili) chi si attende mirabilia da una svolta a sinistra della politica tedesca. Dopo
decenni di disinformazione, speculare rispetto a quella che abbiamo subito noi, lelettorato
tedesco ha assimilato lidea che la colpa della crisi sia di noi porci (Piigs) del Sud, che
siamo noi a minacciare il loro stile di vita (e non la loro classe politica, che ha represso
salari e consumi per aumentare i profitti dei capitalisti del centro). Ora, la teoria normativa
della politica economica, ma anche il semplice buon senso, ci insegnano che ci che un
politico vuole  raggiungere il potere e mantenervisi. Se un qualsiasi politico tedesco, di
qualsiasi colore, facesse una timida apertura verso politiche pi cooperative, il politico del
colore opposto, immediatamente, avrebbe buon gioco nel tagliargli lerba sotto i piedi
dicendo: Vedete, elettori, il mio avversario  amico dei porci, vuole compromettere il

vostro stile di vita. Ovvio, no?
Meno ovvio il fatto che queste dinamiche condizionino ormai anche il dibattito degli altri
Paesi, nei quali si  ormai completamente perso il senso del termine unione. Tutto il
dibattito verte ormai su come recuperare competitivit nei riguardi della Germania, senza
che nessuno sembri cogliere lassurdit di questo obiettivo: tutti sembrano dare per scontato
che lo scopo dellEurozona sia quello di favorire una competizione fratricida, anzich il
coordinamento e la cooperazione per il conseguimento degli obiettivi comuni iscritti nei
trattati.
Difficile sfuggire al dubbio che chi dice unione abbia in realt in mente annessione.

E quindi?

Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A sson: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a d: Fora a chi ttocca

E quindi, ove mai non fosse gi successo prima delluscita del libro, succeder,
inevitabilmente: il mercato chiamer, con la sua voce potente, alla quale i governi corrotti
dalle lobby finanziarie, e i loro sostenitori, le animucce belle della pseudosinistra
pseudoeropeista, che ci hanno consegnato a questo regime fascista, non avranno da opporre

che un flebile belato pi Eeeeeeeuropa.
Ma a questa torma di corrotti, di ignavi, di persone dalla limitata capacit di
comprensione, ai retori da quattro soldi del Fuori dalleuro c la guerra, ai fini
geopolitici narratori del complotto amerikano, ai portatori di sogni e visioni
europsichedeliche, agli stolti che hanno preso su di s limmensa responsabilit di abolire
la razionalit economica in nome di inconfessabili interessi particolari, o, peggio ancora, in
nome del nulla camuffato da ideologia postmoderna, il mercato dir: Fora a chi ttocca!
Leuro ha fallito, e si gira pagina.

30
Il debito pubblico  composto da una collezione di strumenti finanziari disparati per tipologia, scadenza e rendimento, ed 
difficile definire il suo costo medio (le difficolt connesse vengono illustrate da Reinhart e Sbrancia, 2011). La figura 31
propone due stime. Il costo reale effettivo  calcolato come rapporto fra la spesa effettiva per interessi e lo stock di debito
sottostante. Il rendimento reale medio  tratto da Fondo monetario internazionale (2010). La seconda statistica si riferisce
solo ai tassi praticati sulle nuove emissioni, mentre la prima approssima meglio il costo effettivo del debito (considerando
anche il trascinamento determinato dalle emissioni precedenti, effettuate a tassi diversi da quelli correnti).

31
Andrea Giuricin, intervistato a Cominciamo bene, Rai Tre, mercoled 29. agosto 2012.

32
Nota tecnica per gli espertoni, i quali diranno: S, ma quel grafico non dimostra nulla, bisogna anche tener conto della
crescita, cio di quante transazioni la massa monetaria deve aiutare a svolgere, e della velocit di circolazione, cio di quante
volte la moneta passa di mano in un anno. Certo! Lo dice anche Duisenberg (1999): lobiettivo del 4.5 per cento si basa su
una crescita reale del 2-2.5 per cento allanno, e su una riduzione della velocit di circolazione di M3 attorno allo 0.5-1 per

cento allanno nel medio periodo. I conti (per chi li sa fare) tornano. Dalla teoria quantitativa della moneta, MV=PY, usando
le lettere minuscole per i tassi di variazione otteniamo m + v  y = p, che con le cifre di Duisenberg diventa: 4.5  0.5  2 = 2
(nota: Duisenberg suppone che la velocit di circolazione diminuisca, da cui il -0.5). Solo che siccome la crescita reale
dellEurozona  stata solo di 1.5 (in media), e quella della massa monetaria di circa il 7 per cento (anzich il 4.5 per cento),
sembrerebbe che la riduzione della velocit di circolazione sia stata dalla 4 alle 7 volte maggiore di quella prevista dagli altri
espertoni, quelli della Bundesbank! O forse il problema  che la moneta non causa meccanicamente i prezzi, come loro
continuano a raccontarci.

33
Alla domanda un po stucchevole su cosa si debba intendere per destra o sinistra ora che  crollato il Muro, c la Cina,
Marx  morto e anchio non mi sento troppo bene, che ricorre nei vari dibattiti, personalmente rispondo che considero
orientate in senso conservatore, e quindi a destra, le politiche pro-mercato e anti-Stato sociale, che rispondono al
paradigma economico variamente indicato come liberista, neoclassico, monetarista, eccetera. Lidea che basti lasciar
fare al mercato, che poi ci pensa lui,  unidea infondata (visti i risultati) e chiaramente orientata in senso politico (visti i
risultati). Il fatto che poi oggi nel nostro Paese praticamente tutte le forze politiche dentro e fuori dal parlamento condividano
i dogmi liberisti (e che quindi la destra e la sinistra parlamentari coincidano sostanzialmente in termini di proposta di
politica economica, a meno di piccoli aggiustamenti cosmetici), non credo ci impedisca di usare questi termini per connotare
in modo sintetico due orientamenti (quello progressista e quello conservatore) che comunque da sempre esistono e sempre
esisteranno

34
A chi lo avesse studiato, ricordo il modello dellacceleratore di Samuelson. A chi legittimamente trovasse queste parole un
po misteriose, mi limito a far osservare che normalmente nessuno costruisce uno stabilimento se non si aspetta che qualcuno
compri quello che verr prodotto. Il reddito, quindi, in quanto indicatore della domanda futura e delle attuali capacit di spesa,
influenza in modo positivo le decisioni di investimento.

35
Nel 1999 il reddito pro-capite di Portogallo e Grecia, calcolato a parit di poteri dacquisto (cio tenendo conto delle
differenze nel costo della vita), era circa il 70 per cento di quello tedesco, e quello spagnolo era circa l85 per cento.
Possiamo supporre che sacrifici in termini di moderazione salariale siano pi facili da proporre politicamente a una

popolazione relativamente pi benestante, piuttosto che a una pi povera, soprattutto quando a questultima lingresso
nellunione monetaria  stato proposto fra laltro come mezzo per riscattarsi da un recente passato di povert (allinizio degli
anni Ottanta Grecia e Portogallo erano ancora classificati come Paesi in via di sviluppo dalla Banca mondiale).

36
www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/ec/131359.pdf

37
www.youtube.com/watch?v=uwOTq2ogy8Q

Quando il mercato ci chiamer

Ma dopo, dottore, dopo?
Quello delleconomista  un lavoro interessante, ma quello del medico lo  molto di pi,
oltre a essere, va da s, anche molto pi utile.
Un amico oncologo mi ha raccontato una storia che ha dellincredibile, ma che purtroppo,
sulla base delle mie esperienze di economista, ritengo verosimile. Insomma, un bel giorno si
presenta al suo studio un signore di mezza et, quellet nella quale certi problemi
cominciano a presentarsi, per farsi visitare e soprattutto chiedere un consulto. Di visite, quel
signore, ne aveva fatte tante, e tutte le visite supportate da una carrettata di analisi cliniche
(questa  la Tac, questa  la risonanza, questa  lecografia, poi ne ho fatta unaltra dopo un
mese ed  venuta cos셔), insomma: tutte le evidenze oggettive e soggettive dicevano che
cera un problema, un tumore da operare, e con una certa urgenza. Probabilit di
sopravvivenza piuttosto alte, ma a patto di intervenire, e certo sempre pi basse quanto pi
si fosse lasciato allindesiderato ospite il tempo di mettersi a suo agio, e magari di aprire
quelle filiali che vanno sotto lo sgradito nome di metastasi.
Il mio amico era un po perplesso. Certo, fosse stato un oncologo di fama mondiale
avrebbe potuto lusingarsi di essere ricercato per un consulto, ma da un lato il mio amico era
solo un onesto professionista come tanti, e dallaltro spazio tecnico per un consulto non
cera. Il da farsi era evidente, anzi, evidentissimo: prenotare la sala operatoria, subito. E
questo ribad il mio amico al suo paziente.
La risposta fu sconcertante: Dottore, non perdiamo tempo, questo lo so, lo so benissimo
che devo operarmi con urgenza. Me lha detto ormai pi di tre mesi fa, un medico  mi
perdoni  molto pi qualificato di lei, e mi ha convinto pienamente Ecco, appunto, ma

allora cosa desidera da me? S, dottore, io quello che devo fare lo so, e so anche che ho
poco tempo a disposizione, lo so che indugiando rischio la vita. Bene, allora telefoniamo
in clinica. No, dottore, aspetti, forse non ha capito: io so che devo operarmi, ma vede, c
una cosa che devo sapere, e che nessun suo collega  stato in grado di dirmi. Ma ha
qualche dubbio sullintervento? Guardi che  un intervento ormai ben sperimentato, esistono
dei protocolli dettagliatissimi, e il decorso, certo, deve essere sorvegliato, ma non deve
pensare che sia pi doloroso di quello di tanti altri interventi. No, dottore, scusi, queste
sono banalit. Lei proprio non vuole capirmi, come i suoi colleghi. Insomma: lei non pu
salvarmi la vita, senza dirmi io dopo cosa faccio! Be, ma questo credo che glielo
abbiano detto tutti i miei colleghi: evidentemente dovr smettere di fumare, e non sto a dirle
che sarebbe stato meglio non cominciare del tutto. Poi dovr sorvegliare un minimo
lalimentazione, ma mi sembra che lei problemi di sovrappeso non ne abbia. Una moderata
attivit fisica, a partire da tre mesi dopo lintervento, laiuter a sentirsi meglio
Dottore, dottore Ma lei vuole scherzare? Certo che queste banalit me le hanno dette tutti
i suoi colleghi, ma queste sono cose che sanno tutti, c bisogno di ripeterle? Uno non va
mica da un oncologo per sentirsi dire che bisogna smettere di fumare: basta comprare un
pacchetto di sigarette per saperlo, no? Lei non mi capisce o non mi vuole capire? Lei mi
deve dire cosa devo fare dopo! Prego?! S, insomma, dottore, capisce, per me 
importante sapere dopo cosa si fa! Lanno prossimo andr in vacanza al mare o in
montagna? Mi terr la mia automobile o la cambier? E la mia compagna, continuer a
tradirla con la mia collega di ufficio, o magari smetter, o magari prender una decisione, e
sposer la mia collega? Ma se poi  questa a tradirmi? E se invece cambio lavoro, e magari

lautomobile non mi serve pi, e ho solo colleghi maschi? Dovr anche cambiare
orientamento sessuale? Dottore, per me  importante, capisce? Io non posso operarmi se lei
non mi dice che cosa devo fare della mia vita dopo: e questo deve dirmelo lei, perch il
medico  lei. E se lei  un vero professionista, e non un ciarlatano, lei deve dirmi cosa devo
fare dopo. Troppo facile fare critiche distruttive: il cancro  insostenibile per il tuo
organismo, devi liberartene, devi tagliare. Questo lo sanno dire tutti. Poi tanto, s, salvare
una vita, ma la decisione tanto non dipende da lei, non dipende nemmeno da me! E se lei mi
opera e poi io finisco sotto una macchina? Capisce? Questo non lo decidiamo n io n lei,
giusto? Ma alla fine il problema non  nemmeno questo. Un vero medico, un medico che
facesse bene il suo lavoro, dovrebbe anche essere costruttivo. Non si salva una vita se poi
non si sa dire cosa farci, o almeno se non si d la garanzia che salvarla non serva a finire
poi sotto una macchina. Ma vedo che anche lei  uno come tutti gli altri,  incapace di
aiutarmi, o forse non vuole farlo. E allora il cancro me lo tengo.
E in un moto dindignazione, prima che il mio collega potesse replicare, il paziente si alz
e abbandon lo studio, sbattendo la porta. Il mio amico, che non mi somiglia,  una persona
serena, di quella serenit professionale che i medici acquisiscono vedendo tante brutte cose,
e non riuscendo, loro malgrado, a rimediare a tutte; una serenit basata sulla coscienza della
finitezza e della caducit umana, sulla necessit di accettare le proprie sconfitte, che si
costruisce dal momento in cui in sala settoria ti mettono un fegato in mano, e capisci quanto
pu essere freddo un cadavere.
Quindi non si scompose molto, il mio amico, di fronte a questa esplosione. Ma certo,
nonostante il giuramento di Ippocrate, gli fu abbastanza facile elaborare il probabile lutto

per la perdita di una vita umana, portando in compensazione, come direbbe un
commercialista, lidea in fondo rassicurante che in giro per il mondo ci sarebbe stato uno
sciroccato di meno.

Uniamo i puntini
Daccordo, ormai mi conoscete: non  proprio andata cos. Ho amici che fanno quel lavoro,
ma a nessuno  mai capitata una cosa simile. A loro no, ma a me s, e praticamente ogni
giorno, da quando ho iniziato la mia attivit di divulgazione.
Lestrema linea di resistenza delle persone che non vogliono capire, lultimo argomento
opposto dai tanti eurosognatori, una volta che hai dimostrato loro la dannosit della
moneta unica, e la fattibilit, anzi, lineluttabilit di un suo smantellamento,  questo: E
dopo cosa vuoi fare? Perch non basta dire che vuoi uscire: devi anche dire per fare cosa!
Sottintendendo, con un sorriso maliziosetto: Vedi che non lo sai? Ecco, ti ho fregato!
Evidentemente  meglio restare nelleuro. Tu sei solo un populista, ma a me non la si fa. Il
tutto condito da amplissime visuali geopolitiche, dove incombono, a seconda delle persone
e dei giorni, il nemico amerikano o quello cinese, il cui scopo  quello di dimostrare che
purtroppo non si pu far nulla, che tanto siamo fottuti (a che serve uscire dalleuro se il
giorno dopo vai sotto una macchina, pardon, sotto la Cina?). Un bel cocktail, non c che
dire, impreziosito da un goccio di saggezza popolare, che non stona mai: Chi lascia la via
vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova.
Langostura dei poveri di spirito.
Eppure il cosa fare dopo a me sembra abbastanza evidente, perfino banale: basta unire
con la matita i puntini del prima, capovolgere il foglio, e limmagine del dopo appare
subito, piuttosto nitida.
Proviamo a farlo insieme.

Il mondo di prima
Abbiamo visto che leuro  lepisodio culminante di un attacco ai diritti dei lavoratori
sferrato in Italia fin dallinizio degli anni Ottanta, in sincronia con quanto stava accadendo
nei principali Paesi occidentali. I due elementi portanti dellattacco sono stati, come nel
modello del ciclo di Frenkel, la rigidit del cambio (prima come Sme, poi come euro) e la
liberalizzazione dei mercati finanziari, prima quello interno, poi quelli internazionali.
Reinhart e Sbrancia (2011) datano al 1981 linizio dellattuale ciclo di deregolamentazione
finanziaria. Molti ricorderanno come la deregulation (in primis finanziaria) sia stata il
vessillo dei governi Reagan e Thatcher, e abbiamo ricordato sopra che Mundell ha definito
leuro il Reagan europeo.
Abbiamo visto che in Italia la tappa forse pi importante  stata il divorzio fra Tesoro e
Banca dItalia, il primo provvedimento a presentare due requisiti che diventeranno tipici del
processo di costruzione europea.  importante ricordarli:
 viene adottato con una logica antidemocratica, teorizzando apertamente la necessit di
mettere i vari attori sociali, a cominciare dal governo stesso, di fronte a un fatto compiuto
per costringerli a fare la cosa giusta; giusta, beninteso, a insindacabile giudizio
dellautore del provvedimento, dato che la decisione veniva deliberatamente ed
esplicitamente sottratta al controllo del parlamento e delegata a istanze tecniche,
giustificando questa prassi con motivazioni di urgenza legate alla congiuntura economica
sfavorevole. Nasce insomma in quel momento la logica del governo tecnico, che fa le
riforme strutturali sotto la spinta della crisi, logica della quale il governo Monti  solo
lultima, meno felice, espressione;

 obbedisce a un impianto ideologico monetarista (la moneta causa i prezzi, la Banca
centrale deve essere indipendente), che fa da sostrato alle intenzioni dichiarate, tanto
buone quanto totalmente fasulle (combattiamo linflazione che  la pi iniqua delle
imposte). Le intenzioni reali, riflesse dai dati, sono ben diverse, e fra queste vi  una forte
affermazione del fondamentalismo di mercato: anche lo Stato si deve finanziare sul
mercato, in concorrenza con gli altri operatori.
Leuro, per lItalia, inizia quindi dal divorzio, la cui logica (il divieto di finanziamento
monetario del deficit pubblico) si sarebbe poi estesa allintera Eurozona con il Trattato di
Maastricht. I risultati attesi si manifestano immediatamente: dal 1981 i tassi dinteresse
reale schizzano verso lalto e il debito pubblico decolla, costringendo il governo ad
articolare la politica fiscale in senso esclusivamente restrittivo; decolla anche la
disoccupazione, quindi i salari reali stagnano e declina la quota dei salari nella
distribuzione del reddito nazionale. Missione compiuta.
In Europa queste dinamiche, che avevano dimensione globale, si sono intrecciate in modo
complesso con il disegno tedesco di egemonia.
Laggancio valutario (prima come Sme e poi come euro), e soprattutto le regole fiscali
europee, sono stati propizi alla Germania. I Paesi periferici, non potendo pi permettersi di
stimolare leconomia con la politica fiscale, possono reagire a una recessione solo
giocando al gioco del mercantilismo, quello che abbiamo chiamato il gioco dellOca,
praticando politiche deflazionistiche ulteriormente penalizzanti per i lavoratori (la
svalutazione interna). Un gioco che la Germania era sicura di vincere, dopo essersi creata
due serbatoi di manodopera a buon mercato: i cugini dellEst, e i precari creati dalle

riforme Hartz.
Ma anche le classi dominanti dei Paesi periferici, indipendentemente dal fatto che fossero
o meno espressione diretta o indiretta della potenza egemone (come lo sono senzaltro molti
attuali governi della periferia, direttamente o indirettamente espressi dalla Bce), hanno
tratto benefici da questo meccanismo. Era laggancio valutario, motivato con il pretesto
della promozione del commercio e del controllo dellinflazione, a imporre il divorzio: solo
gli alti tassi dinteresse causati dal divorzio potevano trattenere in Italia i capitali,
favorendo la difesa della parit di cambio. Proprio questo meccanismo indica le reali
motivazioni dellintegrazione monetaria: fornire un pretesto, il vincolo esterno, alle
politiche redistributive di compressione dei salari.
Un pretesto apparentemente inoppugnabile, quello del vincolo esterno, del ce lo chiede
lEuropa, supportato da una vastissima gamma di motivazioni: da quelle alte, come il
sogno di un grande abbraccio europeo (con la pretestuosa e astorica identificazione di
Europa ed euro); a quelle pi sfacciatamente fasciste, come lidea che essendo gli italiani
incapaci di governarsi da soli, il manganello del vincolo esterno sia loro necessario.
Pi precisamente, lidea diffusa  che il vincolo esterno determinato dallaggancio
valutario non solo ci sia necessario, ma che ce lo meritiamo, per una nostra supposta
inferiorit razziale, sbandierata da tutti i media, e motivata con argomenti che si appoggiano
a evidenze aneddotiche incontestabili: tutti i noti mali italiani (corruzione, burocrazia,
eccetera), i quali per, pur essendo certamente dei mali, non sono solo italiani: vogliamo
parla del bunga bunga di Hartz? Delle tangenti della Thyssen-Krupp in Grecia? Dello
scandalo Siemens, con 400 milioni di euro di fondi neri destinati a mazzette per i politici

(Cnbc, 2007)?
Ma il punto non  questo. Mal comune certo non  mezzo gaudio. Il punto  che questi mali
non possono curarsi pi agevolmente in un quadro che:
 sottrae risorse allopera dei pubblici poteri;
 apre, attraverso lopacit dei meccanismi europei e le insistenti richieste di
privatizzazione (nei servizi pubblici locali, ad esempio), ulteriori sconfinati spazi a
meccanismi corruttivi e clientelari, come vedremo in dettaglio pi avanti.
Ma questo allelettore non importa. Visto che, come tutti i giornali e i politici di sinistra
gli ripetono, il vincolo esterno ce lo meritiamo, perch siamo Untermenschen, allora
laccettazione di ulteriori sacrifici assurge al ruolo di rituale purificatorio. E sono
soprattutto gli elettori di sinistra ad accettare questa logica, in Italia, perch
preferiscono introiettare la nozione dellinferiorit razziale di un popolo, pur di non
ammettere di essere stati traditi dai propri politici, e di essere stati, come dire, incauti.
Per salvare limmagine che vogliono avere di se stessi, e che  purtroppo fasulla, queste
persone appoggiano politiche che condannano unintera nazione alla morte per inedia.
Certo, non  colpa loro se sono stati traditi (la colpa  dei traditori) e non  del tutto colpa
loro se sono stati incauti (la Natura  matrigna). Ma  possibile mai che persone che
vogliono vedersi progressiste continuino ad accettare sacrifici a senso unico sulla base
dellunico argomento che il governo che ce li propone  presentabile?!
Anche perch questi sacrifici non sono solo economici: attraverso il meccanismo delle
crisi ampiamente previste e deliberatamente amplificate, la prima cosa a essere
sacrificata  la democrazia, messa alle corde dalla logica di una perenne emergenza.

Lidea che riforme importanti possano e addirittura debbano essere prese sotto la mannaia
dello spread, affidandole a governi tecnici che in fretta e furia smantellano diritti,  unidea
profondamente reazionaria, ma di questo tutti gli economisti e molti intellettuali
preferiscono non parlare. Il rischio, si sa,  quello di essere additati come nazionalisti.
Del resto, non  una novit. Nel 1992 la scala mobile venne smantellata sotto la spinta
dello spread crescente, nel 1993 la concertazione venne introdotta quando non erano
ancora chiari i benefici che lItalia aveva tratto dalla svalutazione, eccetera. I
provvedimenti presi in emergenza sono sempre a senso unico, ma i loro effetti sempre
permanenti.
Bene: questi sono i puntini che compongono limmagine del prima.

La resistenza alleuro
Permettetemi una considerazione personale.
Sono stanco di discutere i vantaggi o gli svantaggi economici della moneta unica. Ho
mostrato come altri, da decenni, labbiano fatto con maggiore autorevolezza di me,
giungendo a conclusioni univoche. Il punto per non  questo. Io vorrei chiedervi: i nostri
padri, i nostri nonni, che a un certo punto hanno deciso di andare sulle montagne per fare la
Resistenza, e anche quelli che invece sono rimasti a casa, secondo voi, prima di partire o di
restare, si sono chiesti se lanno dopo la benzina sarebbe costata due euro al litro? Si sono
chiesti se linflazione sarebbe aumentata di uno, due, o dieci punti? Si sono chiesti cosa
sarebbe successo alla rata del mutuo?
Non credo. Avranno avuto altre motivazioni, e sono certo che non tutte saranno state

nobili, perch luomo  fatto cos. Ma il conto della serva non penso che lo abbiano fatto in
molti: n quelli che sono partiti, n quelli che sono restati.
Preciso il concetto, qualora non fosse chiaro.
Se anche fuori dalleuro ci fosse un baratro economico (ma le cose, come vedremo, stanno
in modo diametralmente opposto), se anche luscita ci consegnasse, come pretendono certi
strampalati disinformatori, alle sette piaghe dEgitto, sarebbe comunque dovere morale e
civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della crisi economica
un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la deliberata ed esplicita e
rivendicata soppressione del dibattito democratico.
Opporsi alleuro  lunico segnale che oggi rimanga a un cittadino europeo per dichiarare
il proprio dissenso verso il metodo paternalistico con il quale llite mette il popolo di
fronte al fatto compiuto, affinch il popolo vada dove llite vuole condurlo. Cos come
lautore del divorzio ammette di essere stato perfettamente consapevole del fatto che questo
avrebbe condotto a unesplosione del debito, gli autori delleuro ammettono di essere stati
perfettamente consapevoli che iniziare lintegrazione europea dalla moneta avrebbe
condotto a una crisi. Sfido io! Cerano trentanni di letteratura accademica a dimostrarlo.
Ma, teorizzano questi politici, la crisi era necessaria: bisognava che il debito pubblico
esplodesse perch lo Stato imparasse a spendere di meno; bisognava che lEuropa arrivasse
allorlo del conflitto perch gli Stati si decidessero a muovere verso la non meglio
specificata unione politica.
Solo che in questi argomenti c sempre qualcosa che non torna. Dopo il divorzio lo Stato
non ha speso di meno, ma di pi, e per di pi orientando la propria spesa verso i pi ricchi.

Lunione politica proposta si configura sempre di pi come progetto imperialistico: si parla
apertamente di creare Zone economiche speciali in Grecia, di mettere sotto tutela tutti i
governi periferici
Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potr essere imposto. E
lunico modo per opporci  rifiutare leuro, il segno pi tangibile di questa politica e dei
suoi fallimenti.

La sconfitta
S, perch in fondo diciamocelo: il ciclo di deregulation iniziato nel 1981, nel cui grande
solco globale si inseriscono la vicenda europea e quella italiana, non  che sia proprio
stato un enorme successo. Lattacco sferrato dalle lite transnazionali  riuscito a orientare a
vantaggio di queste la distribuzione del reddito. Ma per farlo ha dovuto imporre un ben
preciso modello di sviluppo, che, come tutti ormai vedono,  sostanzialmente fallito
perch basato sulle logiche della finanza, logiche intrinsecamente di breve respiro,
razionalmente disinteressate al lungo termine, come Keynes ci ha limpidamente
spiegato nel XII libro della Teoria generale.
 la miopia di questo modello a renderlo insostenibile finanziariamente, economicamente,
socialmente, politicamente, ed ecologicamente. Questa insostenibilit si  palesata nella
crisi pi violenta da quella del 1929, una crisi dalla quale non siamo ancora usciti, della
quale leuro  un elemento amplificatore (pur non essendo quello scatenante), sia su scala
regionale che su scala globale, e il cui superamento, evidentemente, non pu essere
demandato alle iniziative di un singolo Stato nazionale, ma richiede un coordinamento e una

cooperazione internazionali. Esattamente quel tipo di coordinamento e di cooperazione
pragmatica e non ideologica che lUnione europea, come abbiamo cercato di mostrare nelle
pagine precedenti, ha impedito in seno al continente europeo, dove ha invece promosso la
legge del pi forte e la filosofia del tutti contro tutti.
Come alla fine della seconda guerra mondiale, ci ritroviamo oggi con un cumulo di
macerie: le macerie delle nostre istituzioni sociali, del nostro ambiente, delle nostre
conquiste economiche. Come alla fine della seconda guerra mondiale, ci ritroviamo oggi
con una montagna di debiti: debiti pubblici, ma, in questo caso, anche e soprattutto privati,
destinati per a diventare direttamente o indirettamente pubblici; debiti, comunque, da
gestire, se possibile non alla maniera europea, cio come strumento di oppressione e
colonizzazione, perch questo aprirebbe semplicemente la strada ad altri conflitti, di non
minore ma pi esplicita violenza. Come alla fine della seconda guerra mondiale, 
necessario oggi un armistizio, che aprir un nuovo fronte, pi sottile e insidioso, con il pi
importante dei nostri alleati: esattamente come i sovietici, dopo aver contribuito in modo
decisivo alla sconfitta del nazismo, diventarono nostri avversari nella Guerra Fredda, oggi i
Paesi emergenti, e in particolare la Cina, dopo aver combattuto a fianco di noi e con
maggior successo la battaglia per la crescita economica, vengono proposti allopinione
pubblica come il nemico da combattere per difendere il nostro stile di vita (difesa da
impostare, ci viene detto, rovinando il nostro stile di vita con improbabili e inefficaci
svalutazioni interne).
Non pretendiamo che questa analogia sia totalmente condivisibile n che sia storicamente
valida. Del resto, quello dello storico non  il nostro lavoro, e siamo costretti a malincuore

a invadere il campo altrui solo per tentare di rispondere alla domanda sul mondo di dopo.
Una differenza  chiara anche a noi: rispetto alla seconda guerra mondiale, questo conflitto
non ha vincitori ma solo vinti. Pu sembrare una cattiva notizia, ma in realt  in questo
fatto, e solo in questo fatto, che risiede lunica possibilit concreta, anche per il nostro
Paese, di delineare un nuovo e meno effimero percorso di sviluppo. In questo caso, forse, il
fatto che il male sia comune qualche speranza di salvezza ce la offre.
Gli sconfitti sono cos tanti che enumerarli compiutamente  un compito pressoch
impossibile.
Escono sconfitte, in primo luogo, proprio le istituzioni del libero mercato, le centrali del
potere finanziario, che dopo aver orgogliosamente rivendicato il proprio primato tecnico e
morale rispetto allo Stato inefficiente e corrotto, si sono viste costrette a mendicare dallo
Stato le risorse necessarie alla propria sopravvivenza, risorse che rimpiazzassero quelle
che per inettitudine, corruzione, presunzione, esse avevano sperperato in giro per il mondo,
sovvertendo lo stile di vita di intere popolazioni con il miraggio del tutto e subito,
contagiando interi continenti con il proprio, suicida, short-termism. 38
Non ne esce meglio lo Stato, che si  dimostrato, pi che in altre occasioni, incapace di
sottrarsi alla cattura da parte degli interessi della classe sociale dominante, oggi senzaltro
quella che esprime le grandi oligarchie finanziarie, e che per questo ha rinunciato a svolgere
le normali funzioni di controllo ad esso devolute dagli ordinamenti democratici, lo Stato che
per tornaconto dei suoi servitori corrotti, o per ottusit ideologica, si  convinto
dellopportunit di fare un passo indietro, proprio quando le modifiche dellassetto
istituzionale, aprendo spazi di manovra inusitati al grande capitale finanziario (come nel

classico ciclo di Frenkel), avrebbero richiesto una maggiore, e non una minore,
regolamentazione e vigilanza. E nellUnione europea le regole del diritto comunitario hanno
avuto, come vedremo, un impatto devastante in questo senso.
Esce massacrata la politica, con la sua insulsa e risibile pretesa di poter tracciare scenari
e visioni basandosi su aspirazioni velleitarie, svincolate dal dato economico, dalla logica
del possibile, pretesa incarnata da personaggi di esiguo spessore etico e culturale, da statisti
di cartapesta, da venditori di sogni (ricordate?) incapaci di accedere alla semplice
aritmetica economica, e da questa puniti con il fallimento conclamato delle loro spericolate
ambizioni. Anche questa, per, non  una sconfitta dei singoli (che anzi continuano a portare
in giro con una certa scioltezza le proprie facce), ma della collettivit, che nel momento in
cui acquista coscienza della necessit di un ricambio, si trova, almeno in Italia, priva di
personaggi non compromessi con il precedente regime elitario e antidemocratico, cui
affidarsi per il cambiamento.
Ne escono quindi sterminati i cittadini, nella loro veste di lavoratori sempre pi
traumatizzati dal processo di precarizzazione, conseguente alla frantumazione, anche
territoriale, delle catene di creazione del valore (la globalizzazione delle
delocalizzazioni); di risparmiatori sempre pi maniacali-depressivi, prima attratti e poi
maciullati dai facili guadagni e dalle rapide perdite del gioco delle bolle; e di consumatori
sempre pi indebitati, nel tentativo di mantenere gli standard di vita precedenti allo shock.
Tentativo incoraggiato dal sistema dominante, che vede nel debito privato un motore della
crescita ideologicamente corretto, a differenza di quello pubblico, trascurando la fragilit
che questo modello di sviluppo porta con s (la terna lavoratore

traumatizzato/risparmiatore maniacale-depressivo/consumatore indebitato  descritta nelle
sue articolazioni da Riccardo Bellofiore, 2012).

Il crollo dei dogmi
La compressione dei diritti economici e sociali delle classi subalterne, favorita da una serie
di vicende geopolitiche, c stata, eccome, e in Europa  accelerata bruscamente proprio in
risposta allultima crisi. La disuguaglianza dei redditi  aumentata ovunque, a testimoniare il
successo dei pochi ricchi, che sono diventati pi ricchi, e la sconfitta dei molti poveri, che
sono diventati pi poveri. Dopo aver esaminato le ragioni del successo competitivo
tedesco, fondato sulla precarizzazione, non stupisce che il rapporto Ocse (2011) sulla
disuguaglianza dei redditi mostri come questa sia aumentata in misura proporzionalmente
maggiore nei Paesi vincitori (Germania e Finlandia), mentre sia diminuita nei perdenti
(Grecia). Il disastro economico cui stiamo assistendo ha scosso dogmi della cui validit
fino a cinque anni or sono non era ammesso dubitare. Oggi, invece, governi e istituzioni
internazionali cominciano timidamente a prendere decisioni che attaccano i preconcetti del
liberismo oltranzista. Ovunque, tranne che nellultima roccaforte di questa ideologia
fallimentare e fascista: lEurozona.
Il dogma del libero mercato  Dopo che gli Stati sono dovuti intervenire per salvare i
mercati, il dogma della supremazia morale e operativa dello Stato sul mercato  visto con
occhio un po diverso. A livello globale, la deregolamentazione finanziaria ha favorito una
crisi debitoria di proporzioni epocali, comparabile a quella seguita alla seconda guerra
mondiale, sia per dimensioni, sia per il fatto di riguardare prevalentemente le economie

avanzate, in un momento nel quale le economie emergenti stanno invece consolidando la
loro posizione fiscale. Vi  ormai sufficiente evidenza che il successo di queste ultime
deriva anche dallessersi sottratte alla logica del liberismo, e alla tutela delle sue
istituzioni, prima fra tutte il Fondo monetario internazionale.
Il dogma delle virt riequilibranti dei movimenti internazionali dei fattori di produzione
(capitale e lavoro), che spostandosi da unarea allaltra contribuirebbero a equalizzare le
proprie remunerazioni nei vari Paesi, attenuando le conseguenze di shock recessivi (dogma
alla base della teoria di Mundell),  stato profondamente scosso dalla crisi.
 evidente che la crisi europea non pu essere risolta dalla mobilit dei lavoratori. In
teoria questi, abbandonando le aree colpite dalla crisi e dirigendosi verso quelle floride,
resterebbero occupati, e contribuirebbero a sostenere i redditi nelle aree di provenienza
(dove i lavoratori, diventando meno numerosi, sarebbero meglio remunerati). In pratica,
osserviamo lavoratori della periferia intrappolati nei propri mercati del lavoro nazionali, e
mazzolati a colpi di svalutazione interna, in attesa di diventare docili operai per le
fabbriche cacciavite di propriet dei capitalisti del Nord. Del resto, il lavoratore che
abbandona una regione non contribuisce solo a ridurre lofferta di fattore lavoro
(determinando, in linea teorica, una spinta al rialzo sui salari), ma anche la domanda,
portando altrove la propria spesa per beni e servizi. La mobilit del lavoro, cio
lemigrazione, pu intrappolare nella povert intere regioni, determinando una carenza
strutturale di domanda, e ognuno di noi ha ben chiaro un esempio nostrano (non ce lavete?
Il Mezzogiorno dItalia).
Ma soprattutto, un dato difficilmente contestabile, alla luce delle tante evidenze,  che in

tutti i Paesi colpiti, Stati Uniti compresi, la crisi  stata preceduta da importanti afflussi di
capitali esteri, cio, usando quei termini tecnici che ormai conoscete, da persistenti deficit
delle partite correnti. Per dirla in un altro modo: i Paesi colpiti dalla crisi stavano tutti
accumulando debito estero. Il modello del ciclo di Frenkel chiarisce che sono gli eccessivi
afflussi di capitali a destabilizzare uneconomia. Ecco perch uno studio del Fondo
monetario internazionale mostra come i Paesi emergenti che hanno saputo limitare questi
afflussi (cio indebitarsi di meno, sottraendosi ai dogmi liberisti) sono anche quelli che
hanno meglio resistito alla crisi (Ostry et al., 2010).
Con buona pace dei nostrani cantori delle virt del capitale estero, la nozione che i
movimenti internazionali di capitali debbano essere limitati  ormai comunemente accettata
dagli organismi internazionali: non solo il Fondo monetario internazionale (2011b), ma
anche il G20, nel summit di Cannes (Gallagher, 2011), e perfino la Commissione europea,
lo ammettono. Certo, questultima, come abbiamo visto parlando della Procedura per gli
squilibri macroeconomici , lo fa nel modo contraddittorio e imperfetto proprio dei suoi
tecnocrati, definendo soglie di attenzione asimmetriche, la cui unica logica  quella di
premiare i creditori irresponsabili, in ossequio alla legge non scritta che governa lUnione:
la legge del pi forte. Ma il dogma  comunque infranto.
Il dogma dellindipendenza della Banca centrale  Lideologia dellindipendenza della
Banca centrale, asse portante della deregolamentazione, viene ormai esplicitamente indicata
dalla stampa finanziaria internazionale come responsabile o almeno corresponsabile della
catastrofe.  pacificamente ammesso che laver attribuito alle banche centrali il potere di
perseguire in totale indipendenza un obiettivo dinflazione (la cosiddetta politica di

inflation targeting)  stato un errore, al quale solo pochi generosi accordano il beneficio
della buona fede (Giles, 2012). Questa scelta ha portato, sia negli Stati Uniti sia
nellEurozona, a politiche monetarie eccessivamente espansive, premesse necessarie
dellesplosione delle varie bolle in giro per il mondo. Dovremmo ormai aver capito, dagli
esempi fatti nel testo, che le bolle di cui tanto sentiamo parlare non sono piene di aria, ma
di soldi, che spesso vengono dallestero, e che comunque qualcuno prima deve aver
stampato. E le Banche centrali indipendenti (dai lavoratori), pur con tutta la loro sapienza
tecnica, di soldi ne hanno stampati evidentemente troppi, come ormai  ampiamente
riconosciuto.
Come spiega Leijonhufvud (2008), negli Stati Uniti il problema sorge nel 2001. In
quellanno la Fed reag in modo giustamente espansivo allo scoppio della bolla della new
economy, diminuendo il tasso dinteresse di quasi quattro punti per favorire la ripresa
delleconomia. Evit in questo modo una grave recessione. Tuttavia, quando leconomia
ricominci a crescere, i tassi dinteresse rimasero troppo bassi, favorendo la crescita
dellindebitamento delle famiglie e delle imprese che avrebbe portato alla crisi dei
subprimes. Il motivo  che la Fed prendeva a esclusivo riferimento il tasso dinflazione:
finch questo non cresceva, la politica monetaria restava espansiva. Ma il tasso dinflazione
restava basso per una serie di motivi, fra i quali il fatto che il paniere di beni consumati
dagli statunitensi comprendeva una quota sempre pi ampia di beni prodotti a basso prezzo
nelle economie emergenti. Lindice dei prezzi al consumo quindi non dava un segnale
affidabile alla politica monetaria, come avrebbe potuto darlo, ad esempio, lindice dei
prezzi delle abitazioni. Questo, ricorda De Grauwe (2007), avrebbe potuto segnalare il

manifestarsi della bolla immobiliare. Abbiamo visto, del resto, che nel 2011 la Procedura
per gli squilibri macroeconomici dellUnione europea ha deciso di prendere in
considerazione anche questo indicatore.
NellEurozona, il riferimento a un obiettivo dinflazione europeo, calcolato come media
ponderata fra la bassa inflazione dei virtuosi Paesi del centro (pi pesanti), e lalta
inflazione dei piccoli Paesi della periferia (meno pesanti), ha ovviamente portato la Bce a
praticare politiche troppo espansive perch tarate sui risultati e sui bisogni del Nord. E cos
la periferia, mentre vedeva esplodere i tassi dinflazione per lattivarsi del ciclo di Frenkel,
si trovava anche a godere di credito eccessivamente a buon mercato. Non  solo colpa dei
pigri greci o spagnoli se essi si sono indebitati troppo, e nemmeno dei cattivi banchieri
privati: la stupidit della Banca centrale ha dato una bella spinta in discesa, verso il baratro
della crisi.
Sapevano? Non sapevano? In fondo, importa poco. Quello che  certo  che, come dice
Leijonhufvud:

When monetary policy comes to involve choices of inflating or deflating, of favouring debtors or creditors, of
selectively bailing out some and not others, of allowing or preventing banks to collude, no democratic country can leave
these decisions to unelected technicians. The independence doctrine becomes impossible to uphold [corsivo
dellautore, ndr].
39

Dato che in uneconomia di mercato decisioni simili sono sempre allordine del giorno, se
ne trae lovvia conclusione che lindipendenza della Banca centrale  incompatibile con

la democrazia. Il che spiega sia la situazione che stiamo vivendo in questi giorni, sia perch
chi ha introdotto da noi il dogma dellindipendenza parlava apertamente, se pure
ironicamente, di congiura.
Il dogma dellausterit  Lindipendenza della Banca centrale  il fulcro dellattacco al
ruolo del settore pubblico nelleconomia. Imponendo allo Stato di finanziarsi alle
condizioni del mercato, si rende finanziariamente insostenibile qualsiasi prospettiva di
sviluppo guidata e sorretta dallazione pubblica. Lo abbiamo visto esaminando limpatto sul
debito italiano (e quindi sul fabbisogno primario) della crescita dei tassi dinteresse reale
causata dal divorzio. Dato che il divorzio fa esplodere la spesa per interessi, dal dogma
dellindipendenza consegue logicamente quello dellausterit, cio della compressione
della spesa sociale. Se si accetta il primo dogma, il secondo pu essere presentato come
una ineluttabile e indiscutibile necessit, anzich come una scelta politica ben precisa,
conseguente a unaltra scelta politica (quella dellindipendenza).
La scelta dellausterit ha un significato pi profondo. Laritmetica del debito pubblico
mostra che il pareggio del bilancio azzera il rapporto debito/Pil nel lungo periodo. Esso
quindi mira non solo a limitare lintervento pubblico nelleconomia, riducendone le
capacit di finanziamento, quanto a eliminare completamente lopera dintermediario
finanziario dello Stato, togliendo di mezzo quella forma dinvestimento finanziario risk free
(almeno, finch gli Stati non devono salvare le banche private) costituita dai titoli di Stato.
In questa follia c del metodo, illustrato bene da Froud et al. (2001) in un saggio tanto
premonitore quanto ignorato nel dibattito successivo. Analizzando i conti nazionali degli
Stati Uniti, essi notano come nel periodo 1980-98 (che comprende la fase iniziale della

New Economy), le imprese americane hanno finanziato con i propri lauti profitti le
acquisizioni di capitale produttivo. Questo significa che i risparmi delle famiglie
convogliati verso il circuito finanziario (pari a 5000 miliardi di dollari) non sono serviti ad
acquistare capitale produttivo (a questo scopo bastavano i profitti reinvestiti), ma attivit
finanziarie connesse alle operazioni di fusione e acquisizione. I risparmi delle famiglie
hanno cio alimentato una bolla finanziaria, materializzatasi in enormi plusvalenze da
fusione o acquisizione (differenze fra prezzo di acquisto e valore contabile di una societ).
 soprattutto in questo modo che laumento della scala delle imprese, via fusioni, ha
contribuito a creare valore: attraverso lacquisto a prezzi maggiorati, da parte degli ultimi
entranti, della carta nella quale altri avevano investito i propri risparmi, in una sorta di
gigantesca catena di S. Antonio (un economista parlerebbe di Ponzi game). 40 Un processo
che non ha nulla a che vedere con la supposta maggiore produttivit delle grandi imprese
rispetto alle piccole e medie, ma ha molto a che vedere con le logiche della finanza
speculativa.
Leconomia delle bolle pu crescere solo finch arriva denaro fresco: lo smantellamento
dei sistemi pensionistici di tipo retributivo e lazzeramento del debito pubblico sono un
mezzo efficace per renderlo disponibile, convogliando verso la finanza privata somme
rilevanti, precedentemente intermediate dal settore pubblico, che  un nemico ideologico
perch  un concorrente temibile. Dietro la regola del pareggio di bilancio quindi c anche,
consapevole o meno, la spinta verso una americanizzazione del circuito del risparmio
europeo, con linevitabile aumento della diseguaglianza che questo processo porta con s.
Il dogma della competitivit e il mercantilismo  A livello europeo, la crisi

dellindipendenza della banca centrale si salda con quella del modello mercantilistico
tedesco, che eleva al rango di dogma la ricerca della competitivit di prezzo. Individuare
nelle esportazioni nette la chiave e il segno del successo economico di un Paese ci lascia di
fronte alla desolante verit contabile secondo la quale, ahim, se tutti i Paesi del mondo
fossero esportatori, dovrebbero trovare un altro pianeta al quale vendere le loro merci!
Questa semplice impossibilit logica, denunciata in particolare da Paul Krugman, condanna
le strategie di crescita mercantiliste al fallimento, o al conflitto permanente. Del resto, non
si pu pensare che una strategia di crescita che ha potuto assicurare il successo di una parte
del mondo nel XVII secolo possa essere presa a paradigma per uno sviluppo armonico della
societ globalizzata del XXI secolo. Comincia a diventare chiaro a tutti quello che gi lo
era a molti: il modello mercantilistico  fallimentare e immorale sia sul piano interno, sia su
quello europeo, sia su quello internazionale.
Allinterno del Paese egemone, esso determina una segmentazione del mercato del lavoro
della quale beneficiano pochi lavoratori di serie A, quelli che operano nel settore
manifatturiero orientato allesportazione, mentre i lavoratori di serie B, prevalentemente nel
settore terziario, vengono abbandonati a loro stessi. Su scala regionale europea, essa
determina il paradosso di unUnione che invece di basarsi sui principi fondativi di
cooperazione e coordinamento, si basa su una competizione fratricida, e quindi si palesa
ogni giorno di pi come annessione, suscitando una serie di comprensibili resistenze nei
Paesi europei, che urteranno contro un limite non valicabile quando verr per la Francia il
turno di fare i conti con questa realt (cosa che potrebbe accadere gi nel corso del 2013).
Su scala globale, lEurozona  stata finora, come si  visto, un gioco a somma nulla, con

saldo estero praticamente nullo.
Tuttavia, se la strategia aggressiva della Germania dovesse effettivamente essere coronata
da successo, e quindi lintera Eurozona, dopo lannessione di fatto da parte della potenza
egemone, dovesse competere con gli altri attori globali in termini di esportazioni, si
porrebbe un duplice problema di compatibilit. Da un lato, per meri motivi contabili,
unEurozona esportatrice netta forzerebbe aree meno avanzate a essere importatrici nette:
insomma, lEurozona diventerebbe rimorchio, anzich locomotiva, del mondo, cos come la
Germania  stata rimorchio, anzich locomotiva, dellEurozona. Dallaltro, un eventuale
surplus europeo sarebbe comunque incompatibile con laffermazione delleuro come valuta
di riserva in sostituzione del dollaro, per il solito motivo: una fuoriuscita netta di valuta da
un Paese  la contropartita di unacquisizione netta di beni, e quindi, se realmente
intendessero competere con gli Stati Uniti come fornitori di liquidit internazionale, i
membri dellEurozona dovrebbero accettare di essere complessivamente in deficit verso il
resto del mondo.
Il modello europeo  Il modello europeo combina questi dogmi fallimentari in una serie
di interazioni particolarmente perverse e devastanti.
Come abbiamo visto, nellEurozona limposizione dellausterit fiscale  lo strumento
scelto dalla potenza egemone per costringere i Paesi periferici a sposare la logica
mercantilista, giocando a un gioco dal quale non possono che uscire sconfitti. Ma  evidente
che il modello di sviluppo europeo basato sulla competizione fratricida, sulla svalutazione
interna, e sulla repressione della domanda interna per profittare di quella estera, in una
perenne gara al ribasso sui diritti e sulluguaglianza sociale, modello che  stato imposto

allEurozona dallesempio e dalla volont politica della Germania, ha fallito.
Il dogma dellindipendenza della Banca centrale ha condotto, nellEurozona, a una
situazione nella quale Paesi relativamente avanzati sulla scala del progresso economico si
sono visti immediatamente retrocessi allo status di Paesi in via di sviluppo. Come questi
ultimi, i Paesi europei si sono visti costretti a finanziarsi in una valuta che di fatto era per
loro straniera, perch non esercitavano alcun controllo sul suo meccanismo di creazione (De
Grauwe, 2011). Messi in queste condizioni, per procurarsi valuta gli Stati dellEurozona
non hanno potuto far altro che indebitarsi con lestero, o entrare nella logica mercantilista,
cercando di accumulare valuta tramite un saldo estero positivo.

Dal Fiscal compact allExternal compact
Alla luce di queste considerazioni, la direzione da prendere sinceramente non pare sia cos
difficile da indicare. Poich il ciclo della crisi  sempre innescato dal debito estero,
bisogner passare da una politica economica incentrata sul pareggio dei conti pubblici, a
una politica incentrata sul pareggio dei conti esteri: da un Fiscal compact a un External
compact.
Bisogna cio che al modello di sviluppo mercantilista, basato sulla domanda estera, in una
logica intrinsecamente aggressiva e beggar-thy-neighbour, si sostituisca un modello di
sviluppo basato sulla domanda interna, nel quale lo Stato riprenda il ruolo che gli compete
nel governo delleconomia e nella gestione del circuito del risparmio e dellinvestimento.
Naturalmente, a questo scopo occorre che lo Stato si riappropri della piena disponibilit
della politica fiscale. E siccome questa  oggi costretta a una logica difensivo-restrittiva

dalla cosiddetta indipendenza della Banca centrale,  essenziale che lo Stato si riappropri
anche della sovranit monetaria, esercitando il diritto di finanziare con moneta il proprio
fabbisogno, diritto dal quale consegue la possibilit di finanziarsi a tassi che non rendano
insostenibile qualsiasi politica fiscale anticiclica. E siccome il riequilibrio dei conti esteri,
in un contesto nel quale la crescita viene riequilibrata a favore delle componenti interne
della domanda,  ostacolato dalla rigidit del cambio, occorre che lo Stato si riappropri
anche dello strumento valutario, gestendolo per assicurare una crescita ordinata ed
equilibrata.
Non  una proposta particolarmente originale: si tratta solo di recuperare quei princpi di
simmetria nella gestione degli squilibri, presenti nelle intenzioni, se non nei risultati, della
conferenza di Bretton Woods. Princpi che, assicurando un saldo di lungo periodo nullo
negli scambi esteri, sono i soli in grado di arginare il fenomeno pi destabilizzante
osservato negli ultimi tre decenni: lesplosione massiccia del debito estero guidato dalla
logica delle bolle.
Che il da farsi sia questo  ampiamente riconosciuto da tutti gli organismi internazionali.
Un esempio? Il rapporto delle Nazioni Unite intitolato Tre decenni di riflessioni sullo
sviluppo (Unctad, 2012). Ci troverete quello che avete trovato qui: la constatazione del
fallimento delle politiche mercantiliste, la denuncia del loro legame organico con le
politiche di deregulation finanziaria (che qui abbiamo chiarito usando la teoria del ciclo di
Frenkel: se vuoi andare in surplus estero, devi convincere i tuoi partner a indebitarsi, e
facilitarli in questo pericoloso compito), e lassoluta necessit di orientare il modello nel
senso di un maggior equilibrio degli scambi e di un maggior controllo dei movimenti dei

capitali, senza il quale la stessa democrazia  a rischio.
Del resto, che questa sia lunica via di uscita dalla crisi lo sanno bene le forze reazionarie,
che proprio per questo nella loro tragica ritirata affermano, combattendo casa per casa,
televisore per televisore, una sonora menzogna: che la causa della crisi sia da individuare
nella prodigalit degli Stati. Abbiamo visto che questo dato  fattualmente errato: lo si
ripete proprio per evitare che il meccanismo di creazione delle crisi venga smontato,
proprio per contrastare levoluzione ormai necessaria verso un nuovo paradigma.
Si alleano, purtroppo, a queste forze reazionarie, certe frange che in Italia amano proporsi
come progressiste e che oggi non trovano di meglio da fare che sproloquiare sul fallimento
di Keynes, di quel Keynes del quale sanno solo quello che gli editorialisti della destra
raccontano sui loro giornali, un Keynes ricondotto in modo subdolo alla macchietta di
quello che vuole salvare leconomia pagando persone che scavino buche per poi riempirle.
A certi opinionisti sfugge il messaggio pi profondo della Teoria generale , quello che
abbiamo ricordato parlando del XII libro: la dimostrazione dellinsanabile incapacit del
mercato di allocare il capitale finanziario in base al rendimento a lungo termine dei suoi
impieghi, e la correlata necessit di un impegno significativo dello Stato nel circuito del
risparmio. Un messaggio che sfugge anche a unaltra categoria di esegeti, gli espertoni,
secondo i quali la responsabilit della crisi sarebbe tutta della speculazione brutta e cattiva,
assistita dalla tecnologia moderna, sia finanziaria (i fantomatici derivati) sia informatica (i
supercomputer da milioni di transazioni al secondo). Tutte cose che, a sentir loro,
introducono una radicale discontinuit storica. Questa volta  diverso, ci viene detto, ci
sono sfide nuove, c la Cina, e quindi le vetuste analisi keynesiane non mette nemmeno

conto di approfondirle, come, in generale, non mette conto guardare alla storia per cercare
di trarne lezioni.
Ma il fatto  che le crisi ci sono sempre state, che linnovazione finanziaria c sempre
stata, e che i fallimenti del mercato erano allordine del giorno anche allepoca del cambio
aureo, nel XIX secolo: proprio per questo Keynes li ha potuti descrivere nel XX secolo.
Non  una storia nuova: questa volta non  diverso, come sottolineano Reinhart e Rogoff
(2010).
Gli oligarchi, per, questo non vogliono che si sappia, perch altrimenti tutti si
chiederebbero: Ma se la situazione era simile allattuale gi nel 1929, se i meccanismi che
hanno scatenato la precedente crisi globale erano gli stessi, come abbiamo fatto poi a
profittare di trentanni di sviluppo, nel dopoguerra, senza che si scatenassero tutti gli
sconquassi che hanno ripreso ad accompagnarci dagli anni Ottanta in poi? Cosa cera in
quel mondo che lo rendeva pi vivibile di quello attuale?
La risposta  complessa e non pu essere data solo sul piano economico, ma una parte
importante di essa : la regolamentazione finanziaria. Come documentano Reinhart e
Sbrancia (2011), sono stati i controlli dei movimenti internazionali di capitali e dei mercati
finanziari interni ad assicurare nel secondo dopoguerra un trentennio di crescita, a
consentire la liquidazione degli immensi debiti di guerra, e anche a rendere sostenibile,
almeno fino al 1971, un sistema di cambi fissi, quello di Bretton Woods, costruito, una volta
di pi, a immagine e somiglianza dei vincitori (allora, gli Stati Uniti), e in quanto tale
intrinsecamente soggetto al rischio di squilibri. Altro che liberalizzare i capitali per
favorire la crescita! Lesperienza storica mostra il contrario.

Forse lunica differenza rilevante, per noi Paese sconfitto, sta qui: nel 1944 il vincitore,
cio gli Stati Uniti, aveva una montagna di debiti; oggi il vincitore, su scala locale,  un
Paese creditore verso lestero, la Germania. Non  una differenza di piccolo conto. Il
vincitore del 1944 aveva, in quanto debitore, tutto linteresse a tollerare una moderata
inflazione e tassi di interesse reali prossimi allo zero: elementi che hanno contribuito alla
ricostruzione e al miglioramento del tenore di vita delle popolazioni. Il vincitore odierno, la
Germania, da Paese creditore ha interessi contrari.
Ma, e qui sta il punto che suggerisco allattenzione dei portatori di ampie visuali
geopolitiche, ancora una volta, oggi, sono sommerse dal debito pubblico e privato, come
noi, le potenze alleate: Stati Uniti, Regno Unito, Francia Uno sguardo allindietro
mostra che storicamente periodi di deregolamentazione si sono alternati (dopo linevitabile
catastrofe) a periodi di repressione finanziaria. E oggi tutti i Paesi avanzati ed emergenti
hanno interesse a riaprire una simile fase. Tutti tranne uno: la Germania, che  creditrice non
solo della Grecia, con la quale pu far la voce grossa, ma anche degli Stati Uniti, dai quali
ha assorbito una bella quantit di prodotti subprime. Come andr a finire?

E dopo che si fa?
Proviamo allora a unire i puntini.
Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che  fuori dalla portata di chi si
ostina a difendere lesistente, per difetto etico (collusione con il potere, incapacit di
ammettere un errore), o politico (incapacit di immaginare un cambio di rotta senza
sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve

muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata
per priorit, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando
non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dallentrata nelleuro. Problemi, va
anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, n come singoli, n come collettivit
nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza,  impossibile proporre
unazione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre
nazioni europee). Lagenda di quello che si pu fare parte anche da una visione costruttiva,
e non scaltramente distruttiva, di quello che non si pu fare, o non da soli, o non adesso.
Il quadro sopra delineato chiarisce che luscita dalleuro, di per s, non risolverebbe tutti i
problemi. Ma questo nessuno potrebbe pensarlo, nessuno lha mai n creduto n detto n in
Italia n altrove. Le analisi dei possibili percorsi di uscita dalleuro abbondano e sono
facilmente consultabili su internet. Da inventare c veramente poco, e nessuna fra le analisi
proposte, che esamineremo in dettaglio, considera luscita dalleuro come risolutiva. Chi
sostiene il contrario  disinformato o in cattiva fede.
Se abbiamo unito bene i puntini, lagenda mi sembra sia evidente: bisogna smontare pezzo
per pezzo le istituzioni partorite dai paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la
nostra economia e soprattutto la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:
 uscire dalleuro, come affermazione di sovranit e di democrazia, riprendendo il controllo
della politica valutaria;
 ristabilire il principio che la Banca centrale  uno strumento del potere esecutivo, e non
un potere indipendente allinterno dello Stato;
 riprendere il pieno controllo della politica fiscale, non pi costretta ad agire in funzione

prociclica (cio a rispondere alle crisi con tagli);
 adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti dei partner commerciali, e
propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di scambi con lestero basata sul principio
che squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cio siano essi
surplus o deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che
abbiamo definito dellExternal compact.
Queste quattro linee guida hanno una serie dimplicazioni. Precisiamo subito le pi
importanti.
Riprendere il controllo della politica valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il
tasso di cambio nominale torni a un valore pi allineato con i fondamentali delleconomia.
Per lItalia, oggi, ci implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza
verosimilmente inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dalleuro
nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti storici lItalia
 stata devastata dalliperinflazione. Discuteremo fra breve, razionalmente, quale sarebbe
limpatto di questo provvedimento sul nostro tenore di vita. Ma riprendere il controllo della
politica valutaria significa anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di
difendersi da shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il
risultato di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti
abbiamo visto esempi delluno e dellaltro caso).
Riprendere il controllo della politica monetaria significa:
 rifiutare il dogma dellindipendenza della Banca centrale, e quindi larticolo 104 del
Trattato di Maastricht, il quale al primo comma recita:

 vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Bce o da parte
delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate Banche centrali nazionali), a istituzioni o organi della
Comunit, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a
imprese pubbliche degli Stati membri, cos come lacquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della
Bce o delle Banche centrali nazionali.

Se ci comporti unuscita dallUnione, o solo una sospensione dellapplicazione del
Trattato,  materia controversa, la cui soluzione dipende comunque dallatteggiamento
delle controparti europee (ne parleremo pi avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo
detto finora, lItalia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione, non
pu pi permettersi di aderire a un progetto dintegrazione continentale fondato sul
principio antidemocratico della costituzione di un quarto potere monetario indipendente.
Linsofferenza crescente nelle sedi internazionali verso questo principio e verso
lideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare atteggiamenti interlocutori alle
controparti europee;
 rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando il concetto di banca universale o
mista, di derivazione tedesca, da essa introdotto, e ristabilendo la separazione delle
funzioni fra banca commerciale e banca daffari, sancita in Italia dalla legge bancaria del
1936. Questultima si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il
sistema bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la
speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori (ad
esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono allabrogazione del Glass-Stegall Act una

responsabilit diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei Paesi anglosassoni 
animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni). 41
 reintrodurre il vincolo di portafoglio, cio lobbligo per le banche di acquistare titoli di
Stato fino a una certa quota del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo
scopo di contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne
abrogata nel 1983, anche grazie allincessante pressione di Mario Monti (Zingales,
2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di divorzio prevedeva la
costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali, ma che i tempi
non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca dItalia prefer procedere solo sul
nuovo regolamento della sua presenza nelle aste. Prevalse insomma la linea Monti, che,
come sempre, aveva motivazioni ideali alte (favorire lefficienza allocativa del
mercato), e conseguenze politiche pi spicciole (orientare il conflitto distributivo).
Vedremo che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le
proposte pi sensate di smantellamento delleuro, provenienti sia da economisti di sinistra
come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunit finanziaria come Bootle
(2012).
Riprendere il controllo della politica fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi
di pareggio di bilancio e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare
valore economico, come quelle stabilite dal Fiscal compact. Ci posto, la politica fiscale
dovrebbe, nel breve periodo, stimolare leconomia attraverso una politica di piccole opere
volte:
 alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico e

archeologico, eccetera);
 alla messa in sicurezza del territorio (viabilit locale, monitoraggio e gestione del rischio
idrogeologico, eccetera);
 allintegrazione e riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione,
stabilizzando le posizioni precarie, normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di
reclutamento.
Queste misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare
loccupazione, riportando il tasso di disoccupazione dallattuale 10 per cento sotto al 6 per
cento, e riattivando il tessuto economico del Paese, tramite la valorizzazione del tessuto
delle piccole e medie imprese.
Nel medio-lungo periodo, la politica fiscale dovrebbe finanziare e gestire misure che
favoriscano la crescita sostenibile e la competitivit del Paese, da orientare secondo i
seguenti assi prioritari:
 definire le linee di un piano energetico nazionale che affronti il tema del contenimento
degli sprechi e dellincentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il Paese alle best
practices europee, con lobiettivo minimo di rispettare lobiettivo definito dalla strategia
europea 20-20-20 (parlamento europeo, 2008), rispetto alla quale lItalia si trova in
ritardo (Deutsche Bank, 2012), e lobiettivo strategico di ridurre la dipendenza da fonti
fossili, che vincola la crescita del Paese;
 adeguare, anche in questa ottica, gli investimenti in istruzione e ricerca al livello dei
partner europei, portando la spesa in ricerca e sviluppo dall1 per cento al 2 per cento del
Pil, riaffermando il ruolo chiave dello Stato nellincentivazione e nella tutela della ricerca

fondamentale;
 recuperare il digital divide (ritardo nelluso delle tecnologie digitali) che separa lItalia
dagli altri Paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando il Paese ai requisiti
dellAgenda digitale europea (Unione europea, 2012c; Messora, 2011);
 adeguare la dotazione infrastrutturale del Paese, con particolare riguardo alle reti di
trasporto locale;
 promuovere una riforma strutturale della pubblica amministrazione volta allabbattimento
dei costi della politica e della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle
societ a partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di
legittimit sugli atti, eccetera), e su quella delle autonomie locali attuata con la riforma del
Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).
Certo, immagino le perplessit: queste sono solo affermazioni di principio, ma poi, le
difficolt pratiche, le ritorsioni degli altri Paesi, lItalia  piccola, la liretta, il mutuo di
casa, liperinflazione Giusto! Si tratta, in effetti, di affermazioni di principio, che devono
essere precisate nel contenuto (ma questo  un compito politico, e questo non  un
programma elettorale), e, soprattutto, che lasciano indietro due ordini di problemi: come
gestire in pratica luscita (cosa succede al mutuo, eccetera), e come guidare il Paese nella
fase di transizione (come contenere linflazione, come comportarsi rispetto ai partner
europei, eccetera). Ne parleremo, promesso. Prima, per, sgombriamo il campo da equivoci
pericolosi.

Le obiezioni
Di fronte alla prospettiva di vivere in un Paese adulto, in grado di autodeterminarsi, libero
dalle pastoie del vincolo esterno, molti italiani, condizionati da anni di disinformazione,
provano un certo sbigottimento, recalcitrano, e sollevano obiezioni mirate a convincere, ma
soprattutto a convincersi, che noi questa libert non possiamo proprio permettercela, perch
siamo Untermenschen, figli di un dio minore, che meritano quello che gli sta accadendo, e
che anche se non se lo meritassero non potrebbero far nulla per opporsi, perch ormai 
troppo tardi, siamo ormai troppo deboli per reagire, o magari perch oggi c la Cina.
Obiezioni che hanno poco di scientifico, poco di razionale, e molto di sentimentale. Sono
il frutto di uninformazione a senso unico che ha fatto leva sulla nostra xenofilia isterica e
contraddittoria, sullo strano complesso dinferiorit/superiorit che affligge la nostra
identit nazionale ancora in fasce, e ci impedisce di valutare con serenit il nostro ruolo,
per quanto piccolo, sullo scenario internazionale, confrontando razionalmente il nostro stile
di vita con quello dei nostri partner internazionali. Sono anche argomenti astutamente
consolatori e autoassolutori, nel loro moralismo apparentemente severo: in fondo, se ci
meritiamo quanto sta accadendo, vuol dire che non  ingiusto, e quindi sarebbe velleitario
ribellarsi; e se veramente non c niente da fare, bene, almeno siamo autorizzati a non far
niente!
Da cittadino italiano la vedo in modo un po diverso. Prima di entrare negli aspetti pi
propriamente tecnici del percorso di uscita vorrei far piazza pulita di queste obiezioni,
molte delle quali meno tecniche, pi di pancia, ma proprio per questo particolarmente
radicate e frequenti.

Non  mai successo,  un salto nel vuoto!
Di tutte le vergognose menzogne proferite dai disinformatori di regime, questa  senzaltro
la pi spudorata, ma anche la pi facile da smentire. I dati storici mostrano che la rottura di
ununione monetaria  un evento molto pi frequente e meno traumatico di quanto si dica
oggi in Italia. Rose (2007) riporta, solo nel secondo dopoguerra, settanta casi di
dissoluzione di unione monetaria. Se si estende lo sguardo allultimo secolo, la frequenza 
stata di circa un caso allanno, con picchi di venti casi in corrispondenza della fine del
periodo coloniale (inizio anni Sessanta).
Le dissoluzioni si sono verificate nelle circostanze pi disparate: dopo una sconfitta
militare ( il caso dellImpero Austroungarico nel 1919), durante una guerra civile ( il
caso del Bangladesh nel 1971), ma anche in circostanze assolutamente pacifiche ( il caso
della separazione della Repubblica Ceca dalla Slovacchia nel 1993). Si noti che una buona
parte di queste dissoluzioni ha comportato la definizione di una nuova valuta. Lo diciamo a
beneficio degli ingenui (o furbi) che ripetono che non si pu tornare alla lira perch la lira
non c pi. Davvero? Pensate che spesso le unioni monetarie si sono dissolte per andare
verso qualcosa che non cera mai stato!
Esiste quindi un bagaglio consolidato di esperienze al quale far riferimento per tutti gli
aspetti tecnici delloperazione, dei quali parleremo esaurite le altre obiezioni.

Non si pu fare,  illegale

C poi lobiezione degli espertoni di diritto: Leuro  irrevocabile perch luscita
dalleuro non  prevista dal Trattato di Maastricht. Se lespressione che sto per usare non
evocasse altre dittature, mi permetterei di liquidare unobiezione simile con un sonoro: Chi
se ne frega. Largomento  palesemente assurdo sia in una prospettiva storica, sia in una
prospettiva giuridica. Bisognerebbe avere lumilt di riconoscere che leuro  una
costruzione umana, e che luomo sperimenta solo due cose irrevocabili: la stupidit e la
morte, e sulla seconda ci sono dei dubbi. Del resto, abbiamo visto che lo stesso Attali,
nellammettere la natura antidemocratica della scelta di non prevedere clausole di uscita
(scelta deprecata a suo tempo da Feldstein come foriera di conflitti), confessa che per
uscire  perfettamente possibile, per quanto complicato. Unammissione dalle
conseguenze non banali, data la qualit della fonte da cui proviene.
Lesecuzione dei trattati internazionali  disciplinata dalla Convenzione di Vienna del
1969 (Nazioni Unite, 2005). Essa fornisce almeno due linee interpretative che legittimano
leventuale decisione di uno Stato membro di recedere dallEurozona.
La prima  fornita dallarticolo 56, che disciplina il recesso da trattati che non prevedano
misure esplicite riguardo al termine o al recesso dallaccordo. Questa norma stabilisce che
il recesso  possibile laddove si stabilisca che le parti intendevano ammettere la
possibilit di recesso.  opinione condivisa che la mancanza di clausole di recesso sia stata
determinata dal desiderio di attribuire credibilit allimpegno preso, riducendo
lincertezza iniziale, ma non riflettesse necessariamente le intenzioni definitive dei Paesi
membri (Bootle, 2012). Come nota Barra Caracciolo (2012) sullindividuazione di una
volont implicita di risolubilit del vincolo della moneta unica non influisce, ovviamente

e per definizione, la mancanza di previsione espressa, rendendo ci solo pi difficile il
percorso ermeneutico.
Ma in questo caso linterpretazione delle intenzioni implicite  agevolata da due
elementi evidenziati dallo stesso Barra Caracciolo: il primo  lammissione, sopra citata,
da parte di Jacques Attali (2011), uno degli estensori del Trattato, che luscita  pur
sempre possibile. Unammissione molto vicina a quello che un giurista chiamerebbe una
interpretazione autentica. Il secondo  il fatto che il Trattato di Lisbona prevede,
allarticolo 50, il diritto di recesso dallUnione europea. Questo articolo conferma che i
trattati Ue contemplano implicitamente (come prevede in materia la Convenzione di Vienna,
in forza di oggettivi fatti concludenti e in considerazione della loro natura di convenzioni
senza termine finale), la normale ipotesi di una volont negoziale nel senso della
estinguibilit per recesso-denunzia anche del trattato Uem (Barra Caracciolo, 2012).
Daltra parte, se per assurdo leuro fosse veramente irrevocabile, dovremmo ammettere la
possibilit che un Paese esca dallUnione europea, rimanendo nellEurozona. Un evidente
nonsense economico. 42
Sempre Bootle (2012) nota che la Convenzione di Vienna accorda a uno Stato sovrano il
diritto di recedere da un trattato, qualora intervenga un sostanziale cambiamento delle
circostanze che modifichi i presupposti in base ai quali il trattato  stato originariamente
redatto (articolo 62 della convenzione, la cosiddetta clausola rebus sic stantibus), o rende
comunque insostenibile la situazione per un Paese (articolo 61). Paesi come la Grecia
potrebbero in effetti sollevare questultima eccezione, cosa ammessa del resto anche in uno
studio della Bce (Athanassiou, 2009).

Barra Caracciolo (2012) va oltre sottolineando che nel caso dei trattati europei la
situazione in effetti  ancora pi chiara, poich ci troviamo di fronte alla violazione di
specifiche norme da parte di uno dei contraenti, il che, ovviamente, attribuisce alle
controparti il diritto di recesso, ai sensi dellarticolo 60 della convenzione di Vienna.
Questa stabilisce a livello internazionale il principio generale inadimplenti non est
adimplendum: nel caso in cui una parte abbia violato un trattato multilaterale, una
controparte particolarmente danneggiata pu invocare questa violazione per sospendere
lapplicazione del trattato (in tutto o in parte).
Abbiamo visto che osservatori internazionali come il Fondo monetario internazionale
(Berger e Nitsch, 2010) chiariscono che leuro  una causa degli squilibri che rendono
insostenibile la situazione dei Paesi membri; altri (Ilo, 2012) illustrano come questa
situazione sia stata aggravata da una politica di deflazione competitiva condotta dalla
Germania. Lo stesso Roubini, citando Daniel Gros, parlava apertamente di deflazione
competitiva gi nel 2006. Il dato  talmente macroscopico che perfino il commissario
europeo agli affari sociali, Lszl Andor, lo ha denunciato in unintervista alla  Frankfurter
Allgemeine Zeitung43 (Kafsack e Stabenow, 2012), dicendo apertamente che la
Germania con la sua politica mercantilista ha rafforzato gli squilibri in Europa e ha
causato la crisi.
Queste evidenze documentano laperta violazione da parte della Germania di precisi
obblighi pattizi:
 gli obblighi di coordinamento delle politiche economiche sanciti dal Trattato sullUnione
(articolo 119 Tfue), violati dalla Germania quando ha deciso di intraprendere in modo

unilaterale una politica di deflazione competitiva;
 larticolo 107 del Tfue, il quale stabilisce che sono incompatibili con il mercato interno,
nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati,
ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o
talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza, nella misura in cui le
agevolazioni parafiscali alle imprese previste dalla riforma Hartz, che hanno consentito
labbattimento del costo del lavoro, sono chiaramente interpretabili come aiuti di Stato che
incidono sugli scambi fra Paesi membri.
Athanassiou (2009) aggiunge unulteriore motivazione, chiarendo che uno Stato potrebbe
affermare un diritto di recesso unilaterale qualora le istituzioni europee abbiano agito ultra
vires, cio eccedendo lambito delle proprie competenze.
A questo proposito, si noti ad esempio che larticolo 107 Tfue, al comma 3, ammette
lerogazione di aiuti di Stato nei casi in cui occorra favorire lo sviluppo economico di
regioni il cui tenore di vita  anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di
sottoccupazione, oppure si debba porre rimedio a un grave turbamento delleconomia di uno
Stato membro, o infine si debba promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio.
Tutte circostanze che oggi autorizzerebbero i Paesi periferici a intervenire in modo attivo,
se non fosse che questa possibilit  stata loro di fatto preclusa dal Fiscal compact. In
questo senso il Fiscal compact, impedendo intenzionalmente lapplicazione di misure di
intervento del tutto lecite nel quadro normativo europeo, determina unalterazione
derogatoria dei princpi fondamentali che appare decisamente esorbitante rispetto alle
attribuzioni del Consiglio europeo (Barra Caracciolo, 2012).

Le basi legali per una disapplicazione dei trattati, quindi, ci sono. Le eventuali ritorsioni in
termini legali potrebbero prevedere ricorsi di fronte alla corte del Lussemburgo, con
leventuale imposizione di multe che, come nota Sapir (2011b), non colpirebbero il Paese
che recede se non nella misura in cui esso accettasse di pagarle. Pi in generale, va detto
che una volta che un Paese abbia dichiarato (e messo in pratica) la propria volont di uscire
dalleuro, leventuale illegalit del suo comportamento diventerebbe materia alquanto
opinabile, e passerebbe rapidamente in secondo piano rispetto alla necessit di gestire i
risvolti economici della questione (Tepper, 2012).
La minaccia di espulsione dallUnione europea, poi,  abbastanza risibile. La
discussione precedente chiarisce che in concomitanza con luscita dalleuro  necessario
adottare una serie di misure, che vanno dal ripristinare il finanziamento monetario di parte
del fabbisogno statale, alleventuale applicazione di restrizioni al movimento dei capitali ed
eventualmente anche delle merci, che comportano necessariamente la sospensione
unilaterale di articoli del Trattato sullUnione, se non il recesso da esso (a seconda delle
reazioni dei Paesi partner). 44

Svaluteremmo del 50 per cento, i nostri stipendi varranno la met!
Falso, sia come ordine di grandezza, che come analisi delle conseguenze.
Intanto: di quanto svaluteremo? Per determinarlo dobbiamo capire bene perch ci
aspettiamo di svalutare, una volta usciti dalleuro. Il motivo  semplice, lo spiego con un
esempio.
Supponiamo che fra due Paesi, S e G:

 il cambio sia fisso;
 in S i prezzi crescano al 3 per cento allanno;
 in G i prezzi crescano all1 per cento allanno.
Il differenziale di inflazione fra questi Paesi  del 3 per cento -1 per cento = 2 per cento.
Significa che ogni anno i beni di S diventano del 2 per cento pi cari rispetto ai beni di G,
cio che S rivaluta in termini reali del 2 per cento allanno, e quindi G svaluta in termini
reali del 2 per cento allanno. Se questa situazione si protrae, poniamo, per cinque anni, alla
fine del quinto anno i beni di S costeranno il 52 per cento = 10 per cento in pi dei beni di
G (approssimativamente). Per ripristinare la propria competitivit S ha due soluzioni: o
taglia i salari del 10 per cento, o esce dal cambio fisso e svaluta la propria valuta del 10
per cento.
Di norma, la svalutazione si verifica naturalmente se il cambio viene lasciato fluttuare, che
 quanto auspicano concordemente gli studi sulluscita dalleuro. I mercati, generalmente,
guidano il cambio a un valore compatibile con i fondamentali, cio lo portano a recuperare
il differenziale di inflazione cumulato fra i Paesi. Il tasso di cambio si comporta cos,
perch i mercati si aspettano che faccia cos. Sono studi recenti del Fondo monetario
internazionale (Hauner et al., 2011) a confermarci che gli operatori sui mercati dei cambi
ritengono che il cambio si muova (quando pu farlo) in misura tale da correggere gli
squilibri che si sono accumulati fra i tassi di inflazione dei due Paesi. Si chiama teoria della
parit relativa dei poteri dacquisto. 45
Sapete perch i mercati credono in questa teoria? Vedete, vi dico una cosa, che oggi si
tende un po a sottovalutare, soprattutto se ci si lascia irretire dalle teorie del complotto

nelle quali pochi perfidi banchieri cospirano contro i poveri cittadini, in un delirio di
irrazionale malvagit: i mercati sono fatti di tante persone, che qualche volta saranno anche
malintenzionate (nel qual caso dovrebbero finire in galera), ma che di norma sono piuttosto
pragmatiche, e vogliono far soldi. Quindi se credono in una teoria,  semplicemente perch
questa teoria funziona. Questo vale anche per la teoria della parit relativa dei poteri
dacquisto, e infatti i dati, non dico sempre, ma quasi sempre, si sono conformati ad essa.
Ve ne fornisco un esempio nella figura 40, che ho costruito considerando un campione di
Paesi colpiti da una crisi valutaria al termine di un ciclo di Frenkel: sono appunto i Paesi
analizzati da Frenkel e Rapetti (2009), cui ho aggiunto lItalia 46. Il grafico accosta il
differenziale di inflazione accumulatosi durante il ciclo (cio nel periodo in cui i Paesi
avevano adottato il cambio fisso), alla svalutazione del cambio verificatasi al termine del
ciclo. 47

Figura 40  Differenziale di inflazione cumulato e svalutazione in sei cicli di Frenkel (punti percentuali).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2010).

Laccostamento fra i dati  piuttosto buono. In Argentina, durante la dollarizzazione, si era
accumulato un differenziale di inflazione rispetto agli Stati Uniti di 182 punti, e la
svalutazione rispetto al dollaro fu del 206 per cento. In Italia, durante lo Sme credibile, si
era accumulato un differenziale di inflazione rispetto alla Germania di 19 punti, e la
svalutazione fu del 21 per cento.

Qual  la nostra situazione attuale? Di fatto, noi ci siamo riagganciati al marco quando
siamo rientrati nello Sme alla fine del 1996. Dal 1997 ad oggi, la Germania ha avuto
uninflazione media annua del 1.5 per cento, e noi del 2.2 per cento. Per inciso, noi siamo
stati pi vicini della Germania allobiettivo di inflazione della Bce (il 2 per cento), e il
differenziale fra i due Paesi  stato comunque esiguo. La sua cumulata  di circa il 12 per
cento, e corrisponde grosso modo alla svalutazione reale della Germania osservata in figura
21. 48
Guarda caso, questo semplice calcolo approssimativo, basato sui consueti tassi di
inflazione, fornisce un valore identico a quello ottenuto da Bootle (2012, tabella 6)
sintetizzando quattro raffinati indicatori di competitivit. 49
Certo, una stima puntuale (un singolo numero) dice poco. Lanalisi di Bootle suggerisce
come stima prudenziale una forchetta di valori dal 10 per cento al 20 per cento, confermata
da altri studi (ad esempio Sapir, 2011b). Siamo sempre ben lontani dal 50 per cento di cui
cianciano certi giornali.
Altro punto importante da considerare  che la svalutazione influenza il potere dacquisto
della moneta sui mercati internazionali , non sul mercato interno. Insomma, nel passaggio
dalleuro alla nuova lira, se anche la svalutazione fosse del 50 per cento (e non lo sar)
questo non vorrebbe dire che il giorno dopo quello che prima costava un euro costerebbe
1,50 nuove lire. Leventuale perdita di potere dacquisto sul mercato interno dipende da
quale sar linflazione, cio la crescita dei prezzi allinterno del Paese. Abbiamo gi visto
che la relazione fra svalutazione e inflazione non  meccanica, quindi, anche ipotizzando il
peggiore dei casi possibili (svalutazione al 20 per cento, certo non il ridicolo 50 per cento

dellinformazione terroristica), sappiamo che linflazione non aumenter di 20 punti, perch
una cosa simile non  mai successa, e quindi i salari non perderanno il 20 per cento di
potere dacquisto dalloggi al domani, n tantomeno il 50 per cento, come suggerisce chi
vuole mantenere lItalia in trappola.

Liperinflazione distruggerebbe la nostra ricchezza!
Anni dinformazione gestita delle oligarchie finanziarie hanno inculcato nellopinione
pubblica il sacro terrore dellinflazione. Un terrore non particolarmente fondato, come
abbiamo visto studiando la relazione fra disinflazione e distribuzione del reddito in Italia:
alla disinflazione, in Italia, si  associata la stagnazione dei salari reali, e il crollo della
quota dei salari sul reddito nazionale. In ogni caso, chi asserisce che luscita dalleuro ci
condannerebbe alliperinflazione segue un ragionamento sbagliato. Repetita iuvant.
Non  vero che la svalutazione si tradurrebbe in un pari aumento dellinflazione. Lo studio
gi citato di Goldfajn e Werlang (2000) trova che nelle economie avanzate come (per ora)
la nostra, a un anno di distanza dalla svalutazione solo il 36 per cento di essa si traduce in
maggiore inflazione. Dato che la svalutazione attesa per lItalia si colloca fra il 10 per cento
e il 20 per cento, nel primo anno ci troveremmo con una maggiore inflazione fra il 3.5 per
cento e il 7 per cento. Dando per buone le stime del Fondo monetario internazionale, che per
il prossimo anno prevedono la nostra inflazione sotto al 2 per cento (se restiamo nelleuro),
linflazione aggiuntiva da uscita porterebbe linflazione effettiva fra il 5.5 per cento e il 9
per cento: un valore gestibile, che tra laltro si basa sullipotesi di politiche invariate, e che
comunque non annulla gli effetti della svalutazione.

Si noti che questo varrebbe per il primo anno, ma probabilmente gli effetti sarebbero
diluiti nel tempo.
Bootle (2012), considerando che lItalia , fra i Piigs, quello meno esposto in termini di
quota dimportazioni sul totale delle risorse, ritiene che limpatto complessivo sarebbe del
10 per cento scaglionato su due anni, determinando una maggiore inflazione del 5 per cento
allanno nei primi due anni, il che porterebbe al 7 per cento linflazione nel 2013, nel caso
di uscita dalleuro a fine 2012 (unipotesi che qui faccio solo per fissare le idee). Si tratta
di un valore coerente con quello che abbiamo desunto applicando lo studio di Goldfajn e
Werlang.

Figura 41  Svalutazione e inflazione media nei tre anni successivi.

Fonte: Fondo monetario internazionale (2010).

Vorrei esser chiaro: queste non sono grandi novit, non c nulla di sorprendente n di
astruso, perch nelle esperienze storiche le cose sono sempre andate cos , nel senso che
svalutazioni anche piuttosto importanti non sono state necessariamente seguite da
iperinflazioni. La figura 41 riprende il campione di Paesi della figura 40 e racconta il
seguito della storia, accostando il valore della svalutazione verificatasi durante la crisi, con

il tasso di inflazione medio nei tre anni successivi. Secondo i luogocomunisti questi valori
dovrebbero essere uguali, anzi, forse linflazione dovrebbe essere maggiore, perch si
dovrebbe innescare, in seguito alla prima svalutazione, un ciclo perverso per cui siccome le
materie prime costano di pi, allora svaluti sempre di pi, allora i prezzi interni aumentano
sempre di pi Ma nei dati non c niente di tutto questo!
Linflazione media nei tre anni successivi a una forte svalutazione va da circa un terzo
(Messico) a meno del 3 per cento (Thailandia, Corea) dellimporto della svalutazione. Si
noti che stiamo considerando Paesi disparati, che non galleggiano tutti nel petrolio e non
sono tutti dotati di abbondanti materie prime.
Quindi, tornando ai nostri amici terroristi, le cose non stanno come dicono loro: non 
vero, cio, che dopo luscita i salari subirebbero una perdita secca del 50 per cento. Al
massimo, come abbiamo visto, subirebbero una perdita attorno al 7 per cento ma questo,
attenzione, valutato a bocce ferme e nellipotesi che lo Stato non intervenga. Le stime
terroristiche cio trascurano un dato non da poco: intanto, lo Stato avrebbe margini di
intervento per contenere linflazione (ad esempio, riducendo le accise sui carburanti e le
imposte indirette), e poi, come vedremo pi avanti, leconomia ripartirebbe, il che significa
che lipotetico 7 per cento in meno (nella peggiore delle ipotesi) andrebbe defalcato da un
reddito che verosimilmente sarebbe cresciuto.
Ad esempio, nonostante gli effetti inflattivi della svalutazione, i Paesi considerati nelle
figure 40 e 39 hanno sperimentato, nel triennio a partire dalla svalutazione, incrementi medi
annui dei redditi reali a parit dei poteri dacquisto che vanno dal 2 per cento (Cile) all1
per cento (Italia). Unica eccezione la Thailandia, dove la ripresa  stata pi lenta e nel

triennio successivo alla crisi i redditi sono calati del 4 per cento allanno. Guarda caso, 
anche il Paese dove gli effetti inflattivi sono stati minori.
Un aumento dei redditi dell1 per cento allanno, come quello verificatosi in Italia dopo
luscita dallo Sme, pu sembrare poca cosa, ma si tenga conto che  calcolato in termini
reali, cio depurato dallinflazione, insomma:  un aumento di reale potere dacquisto. E
tenete conto di altri due fattori:
 nel periodo concomitante e successivo alluscita dallo Sme agli italiani venne inflitta una
drastica cura a base di austerit, a opera dei governi tecnici che volevano farci entrare
in Europa: questo spiega perch lincremento di reddito medio degli italiani fu tutto
sommato contenuto, nonostante lesplosione delle esportazioni nette. Ovviamente, visto
che usciremmo dallEuropa proprio per rifiutare la logica suicida dellausterit, gli effetti
in questo caso potrebbero essere maggiori;
 e poi, sapete di quanto sono cresciuti in media i redditi degli italiani in termini reali a
parit dei poteri dacquisto dal 1999 a oggi, nella meravigliosa et delleuro? Dello 0.1
per cento allanno. Insomma, se avete avuto in questi ultimi anni limpressione di
spaccarvi la schiena senza riuscire a fare un passo avanti, sappiate che i dati della Banca
mondiale, questa impressione, la confermano. Non pensate che sia ora di provare qualcosa
di diverso?
Va precisato che il problema dellinflazione, nonostante i precedenti storici siano in fondo
relativamente rassicuranti, ossessiona visibilmente tutti gli studiosi dell euroexit. Non 
chiaro per se questa ossessione (immotivata alla luce dei precedenti storici, che
dovrebbero essere noti a un economista) sia sincera, o se non sia piuttosto il veicolo per

introdurre ricette di tipo ideologico.
Ad esempio, Bootle (2012) e Tepper (2012) insistono sul fatto che il controllo
dellinflazione andrebbe assicurato garantendo lindipendenza della Banca centrale, una
soluzione che ci trova in pieno disaccordo per ovvi motivi. Non ci sembra nemmeno tanto
praticabile la proposta di Sapir (2011b), di calmierare per tre mesi dopo luscita dalleuro i
prezzi e i salari, per le difficolt pratiche e per le distorsioni che lo stesso Sapir ammette.
Tra laltro, questa valutazione si appoggia su unipotesi di uscita con svalutazione al 25 per
cento, che appare eccessiva per il Paese al quale viene proposta (la Francia). Altre misure
proposte da Sapir potrebbero dare un contributo utile per contenere la dinamica dei prezzi,
e fra queste:
 il monitoraggio dei margini della grande distribuzione e dei mercati generali pi
importanti;
 la riduzione delle accise sui carburanti, soprattutto in caso di evoluzione avversa del
prezzo del petrolio;
 lincentivazione di filiere commerciali corte, che favoriscano i produttori locali, processo
peraltro guidato spontaneamente dal mercato in caso di svalutazione, in quanto questa non
solo promuove le esportazioni, ma anche e soprattutto scoraggia le importazioni
(significativa in questo senso lesperienza argentina);
 infine, lavvio di una immediata tornata di rinnovi contrattuali, che concordi dei
meccanismi che preservino il valore reale delle retribuzioni.
Questultima misura, in effetti, pu sembrare contraddittoria rispetto allobiettivo di
contenimento dellinflazione, almeno se la si valuta alla luce del racconto che ci viene fatto

abitualmente, secondo cui il meccanismo della scala mobile sarebbe stato fra i principali
responsabili dellinflazione sperimentata in Italia fra la met degli anni Settanta e linizio
degli anni Ottanta (ricordate le parole dellonorevole Andreatta? Il demenziale
rafforzamento della scala mobile). Il fatto  per che gli studi scientifici non sono cos
univoci nel concludere che lindicizzazione dei salari (cio laggancio automatico dei salari
allevoluzione del costo della vita) porti necessariamente a una maggiore inflazione.
Holland (1995) per gli Stati Uniti, Banca nazionale belga (2008) per il Belgio, eccetera, non
trovano relazioni evidenti fra la presenza di indicizzazione e lintensit dellinflazione.
Non  una cosa cos strana, anche se  contraria a quanto i nostri informatori ci
raccontano. Come osserva Nuti (2010), lindicizzazione non  n uno schermo contro
linflazione n una causa dellinflazione. Essa esercita un impatto positivo e uno negativo,
rispettivamente disinnescando le aspettative di inflazione e prolungando limpatto di un
eventuale shock. Ma entrambi gli effetti durano per un periodo di tempo molto breve. Il
motivo per il quale lindicizzazione disinnesca le aspettative di inflazione  semplice: se i
salari sono indicizzati al 100 per cento, i lavoratori, sentendosi tutelati, non hanno alcun
particolare incentivo a basare le proprie rivendicazioni sullinflazione attesa. In periodi di
inflazione attesa elevata, questo automatismo porta alla fissazione di salari nominali pi
contenuti rispetto a quelli che prevarrebbero senza indicizzazione. Questo  il motivo per il
quale, ricorda sempre Nuti, quando lindicizzazione salariale venne introdotta in Italia nel
1947, il presidente di Confindustria, larmatore Angelo Costa, la salut come una decisiva
misura anti-inflazione. E in effetti da l in avanti e per tutti gli anni Cinquanta linflazione
media in Italia fu del 3 per cento. Una bella stabilizzazione, se pensate che si usciva

dalliperinflazione postbellica che aveva superato il 100 per cento allanno (Reinhart e
Sbrancia, 2011).
Se le valutazioni di Nuti sono corrette, in caso di euroexit converrebbe senzaltro
ripristinare qualche meccanismo di indicizzazione, per il semplice motivo che linflazione
che ragionevolmente ci possiamo attendere (a spanna, fra il 5 per cento e il 9 per cento, vedi
sopra)  di molto inferiore alle aspettative di inflazione criminosamente alimentate da chi
parla di iperinflazione di tipo argentino, a due o tre cifre. Ripristinare un meccanismo di
indicizzazione sarebbe il modo pi efficace e razionale per disinnescare i potenziali danni
creati da aspettative cos distorte.

Ma stampando moneta alimenteremmo linflazione!
Anche questo  un luogo comune difficile da sradicare. Non  necessariamente vero che
riacquistando sovranit monetaria, e quindi ristabilendo il principio che la Banca centrale
pu finanziare il Tesoro, lItalia si condannerebbe alliperinflazione, perch lo Stato cattivo
stamperebbe moneta, eccetera. Abbiamo ampiamente visto nelle pagine precedenti:
 che il nesso fra creazione di moneta e inflazione  relativamente labile;
 che lelevata inflazione degli anni Settanta  ampiamente spiegata dai due shock
petroliferi, fu un fenomeno generalizzato nelle economie avanzate (cos come le
svalutazioni difensive che ne conseguirono), e non  riconducibile a una politica monetaria
particolarmente espansiva;
 che la disinflazione italiana  a sua volta spiegata da cause quali il contro-shock
petrolifero degli anni Ottanta e laumento della disoccupazione causato dalle politiche

fiscali restrittive, indirettamente (ma scientemente) determinate dal divorzio.
Possiamo aggiungere che lo scetticismo crescente negli ambienti finanziari internazionali
verso i benefici della cosiddetta indipendenza della Banca centrale, documentato nelle
pagine precedenti, si appoggia anche a un altro dato incontestabile: in molti Paesi nei quali
la Banca centrale non  indipendente, perch concorre al finanziamento del deficit pubblico
(se pure con limitazioni), coordinandosi con il Ministero del Tesoro, e obbedendo
eventualmente alle direttive di questultimo, linflazione  tuttaltro che preoccupante
(Banca per i regolamenti internazionali, 2009). Nellultimo decennio linflazione media in
quattro di questi Paesi, il Canada, la Corea, Israele e il Sudafrica,  stata rispettivamente
del 2.1 per cento, 3.1 per cento, 2.0 per cento, e 6.1 per cento, contro un 2.3 per cento
dellItalia. Considerando che alcuni di questi Paesi sono economie emergenti, con tassi di
crescita dellattivit economica notevolmente superiori a quelli italiani, ci vogliono dei bei
paraocchi ideologici per sostenere che il fatto di non avere una Banca centrale
indipendente li danneggi. Certo, linflazione del Sudafrica  stata tripla rispetto a quella
italiana: ma il suo tasso di crescita reale medio nel decennio scorso  stato pari a circa sei
volte quello italiano (3.5 per cento rispetto allo 0.6 per cento dellItalia). Aggiungo, per la
cronaca, che il Canada, grazie alla cooperazione fra Tesoro e Banca centrale,  riuscito a
rientrare in modo relativamente indolore, pur contenendo linflazione, da una grave crisi
debitoria, riportando il debito pubblico dal 101 per cento del Pil (1996) al 66 per cento
(2007).
Attenzione: non sto dicendo che basti stampare moneta per crescere. Credo che nessun
economista serio lo pensi. Sto dicendo che non  vero che lindipendenza della Banca

centrale sia una condizione indispensabile per controllare linflazione. I fatti provano che
non  cos. E siccome, come abbiamo visto e come ormai si riconosce in ambito
internazionale, questa indipendenza ha dei costi per la democrazia, pare proprio che il gioco
non valga la candela.

Cadremmo in un baratro, saremmo schiacciati dai mercati
Le esperienze precedenti ci forniscono abbondanti informazioni sulle conseguenze di
unuscita, e le lezioni della storia naturalmente (devo proprio dirvelo?) vanno in senso
opposto a quello che i nostri piccoli Goebbels ci raccontano. Luscita da ununione
monetaria comporta sempre una variazione del cambio (qualcuno svaluta, qualcuno rivaluta)
e spesso un default sul debito estero. Le conseguenze a medio termine di una svalutazione
del cambio in termini di crescita del prodotto sono nella stragrande maggioranza dei casi
positive, e quelle del default sono s negative, ma lievi e transitorie, purch il Paese possa
gestire il tasso di cambio.
Sul primo punto (effetti positivi della svalutazione del cambio)  interessante il lavoro di
Weisbrot e Ray (2011), che analizza tredici casi recenti di svalutazione esterna (cio del
tasso di cambio), confrontandoli con un caso di svalutazione interna (cio dei salari),
quello della Lettonia, citata spesso come grande successo dai fautori delle riforme
strutturali alleuropea. Nei tre anni successivi alla svalutazione del cambio, il Pil era
aumentato in 10 casi su 13, con incrementi che vanno dal 6 per cento (Messico, 1994) al 17
per cento (Argentina, 2001). In Lettonia, a tre anni dalla svalutazione interna implementata
nel 2007 (cio da quella roba che oggi viene proposta a noi), il Pil era crollato del 21 per

cento. Le esperienze pi recenti (i Paesi asiatici dopo la crisi del 2007, la Russia dopo la
crisi del 1998, lArgentina dopo la crisi del 2001), mostrano che la svalutazione del cambio
rilancia leconomia reale.
Il secondo punto (effetti negativi del default)  stato studiato approfonditamente da
Borenzstein e Panizza (2008). 50 Il default sul debito pubblico pu avere costi di vario tipo:
perdita di reputazione (con la necessit di finanziarsi a tassi pi alti sui mercati), esclusione
dal commercio e dai mercati internazionali, dissesto finanziario interno con limitazioni della
crescita reale, e infine costi politici per i governi al potere. Esaminando due secoli di
default sovrani, Borenzstein e Panizza mostrano che di tutti questi costi solo il primo
(aumento degli spread) e lultimo (discredito della classe politica al potere) sono
effettivamente riscontrabili, ma il primo  transitorio (gli spread tornano alla normalit nel
giro di circa tre anni), mentre il secondo  persistente (i politici che gestiscono il default
non vengono pi rieletti). Gli effetti sul commercio e sul credito interno sono molto pi
labili e non direttamente collegabili al default.
Questa osservazione  importante, perch spiega due fenomeni ai quali stiamo assistendo:
il fatto che i politici al potere continuino a negare levidenza, sostenendo lirreversibilit
delleuro, e che nel frattempo i casi di corruzione si moltiplichino. Se ci fate caso, questa
non  altro che la conseguenza del comportamento razionale di chi sa che quando la verit
verr a galla dovr andarsene, e quindi da un lato si adopera per prolungare la menzogna, e
dallaltro ruba a pi non posso, per assicurarsi, diciamo cos, una serena vecchiaia.
Voglio anche precisare che, come vedremo pi avanti, nel caso dellItalia  dubbio che si
debba arrivare a una bancarotta dello Stato, intesa come sospensione dei pagamenti di

interessi e dei rimborsi dei debiti scaduti. Certo, gli operatori esteri che si troveranno a
detenere debito pubblico italiano, in caso di ridenominazione del debito in nuove lire,
incorrerebbero a causa della svalutazione in una perdita dal 10 per cento al 20 per cento. Si
apre la questione tecnica se questo verr considerato o meno default, ma in buona sostanza
la storia offre innumerevoli esempi di Stati che hanno svalutato senza fare bancarotta (fra gli
ultimi, come vedremo, il Regno Unito). Inoltre i mercati hanno ampiamente anticipato le
loro perdite imponendoci tassi elevatissimi per cautelarsi dal rischio (il famoso spread). La
conclusione  che, avendo anticipato la perdita, i mercati non ci penalizzeranno
eccessivamente. Gli unici veri costi saranno per la classe politica che ha pi o meno
deliberatamente condotto un Paese al massacro. Ma di questa classe politica, per tanti
motivi, sono sempre pi i cittadini che comunque desidererebbero fare a meno.

Franti, tu uccidi lEuropa!
A proposito: abbiamo visto come in tempi non sospetti lonorevole Napolitano si scagliasse
contro leuropeismo retorico e di maniera che non trova alcun riscontro obiettivo, che
non poggia su alcun argomento razionale (Camera dei Deputati, 1978). Parole sante. Oggi
questo europeismo ha preso la strada dellidentificazione fallace e truffaldina dellEuropa
con leuro.  sempre il medesimo argomento, frusto e menzognero, che si ripete dagli anni
Settanta: a chi  contro lintegrazione monetaria, nelle forme ideologicamente orientate nelle
quali da sempre ci viene proposta, si addebita di essere contro lEuropa, contro la pace,
contro la fratellanza dei popoli, di essere insomma un nazionalista che condanna lEuropa a
un futuro di conflitti.

S, lo so, viene da sorridere amaramente, a giudicare dai bei risultati ai quali invece ha
portato leuro (Alba dorata in Grecia, ad esempio, o le tensioni autonomistiche in Spagna),
soprattutto considerando che esiti simili erano stati ampiamente previsti (Feldstein, 1997).
Stupisce quindi come molta gente accetti supinamente argomenti cos sciatti e contraddittori.
Valgono qui le sagge parole di Sapir (2011b): lEuropa, anche a volerla considerare
nellaccezione restrittiva di Unione europea, non si identifica con leuro, per il semplice
fatto che dei ventisette Paesi dellUnione solo diciassette hanno adottato leuro. Leuro,
undicesima valuta dellUnione (quella che ha funzionato peggio), rimane quindi
unistituzione periferica rispetto al processo dintegrazione europeo. Se veramente
labbandono delleuro da parte di uno o pi Paesi dovesse determinare il crollo
dellUnione, si sarebbe costretti ad ammettere che questa Europa  una costruzione ben
fragile, per la quale forse non vale la pena di compiere tanti sacrifici.
A ben vedere, la fragilit  determinata dallapproccio one size fits all che governa il
processo di integrazione. Ai Paesi candidati si chiede ladesione a un Trattato
onnicomprensivo, sottoponendoli alle forche caudine di parametri economici uniformi per
tutti, e quindi necessariamente strutturati per favorire il Paese egemone. Lassunzione di
altri impegni, e lottenimento degli altri benefici, sono subordinati a questo atto di
sottomissione economica, che ormai non vale pi nemmeno a garantire il grande creditore.
Nei Paesi candidati cresce lo scetticismo: dalla Bulgaria al Baltico, nel giro di pochi mesi,
si  creato un fronte pressoch unanime che chiede il rinvio delle scadenze previste per
laccesso allEurozona (Sclaunich, 2012), mentre in Serbia e in Ungheria  fortemente
contestato il principio dellindipendenza della Banca centrale.

Come nota Frey (2012), il processo di integrazione europea  iniziato quando Francia e
Germania hanno smesso di considerarsi come nemiche:  stato questo cambiamento di
prospettiva a condurre ai trattati europei, e non il contrario. Vaticinare lo scoppio di un
conflitto nel caso di recesso di uno o pi Paesi da questi trattati  un falso storico. La
cooperazione fra gli Stati europei proseguir anche dopo un eventuale abbandono delleuro.
Anzi, potr farlo in modo pi efficiente di quanto non lo faccia oggi, perch i Paesi
continueranno a cooperare nelle aree nelle quali il loro sforzo dintegrazione ha avuto
successo.
Il modello di integrazione basato su una Costituzione europea e sulla devoluzione di
poteri a un Governo europeo  fallimentare perch applica un approccio monolitico,
statalista e burocratico, che contraddice lessenza stessa dellEuropa, fatta di variet e
diversit (Frey, 2012). Una contraddizione, lo ribadiamo, orientata a favorire gli interessi di
chi ha propugnato questo modello. Luscita dalleuro potrebbe favorire levoluzione verso
un modello di integrazione pi consono alla natura multipla e reticolare dellidentit
europea, 51 quel modello che Frey definisce delle Giurisdizioni Funzionali Sovrapposte e in
Concorrenza (Functional, Overlapping and Competing Jurisdictions), concludendo che:

Una associazione di Stati europei che adotti trattati flessibili e sovrapposti basati su funzioni specifiche pu essere
considerata desiderabile, perch affronterebbe i problemi esistenti in modo efficiente, e al contempo rafforzerebbe
lessenza dellEuropa. Un possibile abbandono delleuro e dellUe pu essere visto come unopportunit per
levoluzione di una migliore Europa futura.

Bisogna ricordare che questa visione, ormai, non viene pi condivisa solo da qualche

accademico idealista e isolato dal mondo. Esattamente le stesse parole (una rottura non
significa la fine dellUnione europea, potrebbe invece consentire alla Ue di funzionare
meglio) sono state pronunciate dal ministro delle finanze finlandese Erkki Tumoioja in
unintervista al Daily Telegraph riportata anche dalla stampa italiana (Corriere della
Sera, 2012). Difficile pensare che un esponente governativo di questo livello si esprima su
un tema del genere senza sapere che le sue parole riflettono un sentire sempre pi diffuso.
Va anche detto che la fragilit del modello perseguito, che  nei fatti, era evidentemente
anche nelle intenzioni. Non possono che essere lette in questo modo le ammissioni dei tanti
politici i quali oggi sostengono che la crisi che stiamo vivendo era prevista ed era parte
essenziale del loro progetto di governance europea, un progetto nel quale le riforme
strutturali che fanno avanzare verso lEuropa devono essere opportunamente stimolate dal
ricatto dello spread o della recessione. Non torniamo a sottolineare quanto antidemocratico
sia questo modus operandi, e quanto essenziale sia sottrarsi ad esso cominciando con il
rifiutare il suo primo frutto avvelenato: leuro.

La liretta sarebbe schiacciata dalla speculazione
Poi c la solita obiezione, quella della liretta: Ma ci possiamo permettere noi di avere
un cambio fluttuante? Non siamo troppo piccoli? La speculazione non ci manger?
Unobiezione sollevata spesso dai detentori di visione geopolitica.
Rispondere non  difficile. Cominciamo dalla fine. LItalia  stata soggetta a due ondate di
attacchi speculativi importanti (e coronati da successo): una nel 1992, quando aveva il
cambio fisso allinterno dello Sme, e una oggi, con la moneta unica. In tutta evidenza, la

rigidit del cambio non ci ha mai aiutato. Il motivo  semplice, e lo ricordiamo: ci che
rende fragile una moneta non sono le sue dimensioni, ma i suoi fondamentali, ovvero, in
buona sostanza, leccessiva accumulazione di debiti (di norma soprattutto privati) verso
lestero. Abbiamo ormai capito che la rigidit del cambio  una precondizione essenziale di
questa fragilit.
Vediamola da un altro punto di vista. Da quando ho intrapreso la mia attivit di
divulgazione, come forse vi ho gi detto, ho chiesto in decine di dibattiti ai miei
interlocutori di fornirmi uno, uno solo, un unico misero esempio, di Paese che avesse i
fondamentali in ordine ma fosse stato attaccato perch aveva il cambio fluttuante. Questo
mio sforzo  servito solo a farmi apprendere decine di modi diversi di sviare il discorso!
La fluttuazione del cambio, di per s, non espone ad attacchi un Paese sano. Perch non
siamo stati attaccati nel 1995, ad esempio, mentre il nostro cambio ancora fluttuava? I
mercati cattivi erano appena riusciti a farci la festa, perch non insistere? Semplice:
perch nel 1995 eravamo in posizione creditoria netta, le lire venivano domandate, ed era,
pi che rischioso, inutile giocare al ribasso su di esse. Se qualcuno le avesse vendute in
massa, altri le avrebbero comprate, aspettandosi la rivalutazione che poi in effetti ci fu,
come era normale che fosse per un Paese in surplus. La perfidia degli speculatori
cattivi forse non  perfidia e sicuramente non  autolesionismo!
Quanto allargomento dimensionale (siamo troppo piccoli per poterci permettere
lautonomia valutaria), la sua futilit  dimostrata dai dati.
Studiando la distribuzione dei Paesi per quota del Pil mondiale, vediamo che lItalia nel
2012 si piazzava al decimo posto, con una quota del 2.2 per cento. Se consideriamo i Paesi

di dimensioni comparabili, prendendo ad esempio i quattro Paesi che la precedono in questa
graduatoria (Russia, Brasile, Regno Unito e Francia) e i quattro Paesi che la seguono
(Messico, Corea, Canada e Spagna), vediamo che in sei casi su otto (escludendo cio
Francia e Spagna) abbiamo a che fare con Paesi che hanno conservato autonomia valutaria.
A differenza dellItalia, nei sei mesi successivi allo shock Lehman del settembre 2008, tutti
questi Paesi hanno svalutato in termini nominali (in percentuali che vanno dall11 per cento
del Canada al 25 per cento del Messico), mentre lItalia ha rivalutato dell1 per cento (una
scelta non sua, dettata dallappartenenza alla moneta unica, e non particolarmente felice,
come abbiamo visto). 52 Peraltro nessuno di questi Paesi ha sperimentato aumenti di
inflazione nel 2009, e solo Messico e Russia hanno registrato un impatto della crisi sul
prodotto superiore a quello verificatosi in Italia (che nel 2009 ha avuto una variazione del
Pil del -5.5 per cento).
Insomma, Paesi con collocazioni geopolitiche e strutture produttive disparate, alcune
simili, altre molto diverse dalla nostra, godono di autonomia valutaria pur avendo
dimensioni economiche di poco superiori o inferiori a quelle del nostro. La fluttuazione del
cambio non risolver certo da sola tutti i nostri problemi, ma non siamo troppo piccoli per
potercela permettere.

La svalutazione incoraggerebbe la nostra pigrizia
Anche questa, duole dirlo,  una scemenza, una scemenza particolarmente sgradevole perch
insultante, oltre che infondata. Lidea che gli italiani siano stati, in passato, poco produttivi,
sapendo di poter contare sulle svalutazioni competitive,  in primo luogo un plateale e

ingiustificato insulto allindustriosit e alla creativit di un popolo che anche oggi,
nonostante sia schiacciato dallorizzonte macroeconomico che abbiamo descritto, riesce a
conservare posizioni di spicco nel quadro del commercio internazionale. Anche mettendo da
parte i dati, pensare che loperaio sia poco produttivo perch sa che arriver la
svalutazione a salvarlo non  meno assurdo che pensare che il bancarellaro fissi il prezzo
sapendo a quanto ammonta la massa monetaria totale.
Questa scemenza, che  uno dei cavalli di battaglia dei nostrani Goebbels, urta anche
contro un altro elemento di fatto: in Italia la produttivit del lavoro ha sistematicamente
rallentato tutte le volte che abbiamo irrigidito il cambio. Lo si vede nella figura 4 a pagina
34. Se la osservate con attenzione, vedrete che una prima flessione nella crescita della
produttivit media del lavoro in Italia (linea puntinata) si registra dopo il 1979 (ingresso
nello Sme). Dal 1984 i riallineamenti danno un po di respiro e la produttivit riparte, ma
diventa stazionaria, scollandosi da quella tedesca a partire dal 1988, con lirrigidimento
del cambio determinato dallo Sme credibile. Luscita dallo Sme nel 1992 determina un
nuovo balzo in avanti della produttivit, che si avvia a recuperare quella tedesca, quando
nel 1996 la rivalutazione connessa al percorso verso lEuropa e poi il successivo
aggancio al marco determinato dallentrata nelleuro mettono la parola fine alla crescita
della produttivit del lavoro italiana.
I dati quindi dicono il contrario di quanto dicono i piccoli Goebbels. Ma non  cos
sorprendente. Questi ultimi hanno dalla loro solo il proprio stucchevole moralismo, quello
che procede dallipotesi (per loro ovvia) che noi siamo un popolo di cialtroni, e che solo
con la frusta sia possibile cavarci qualcosa di buono. I dati invece si conformano a una ben

precisa legge economica che vi ho gi citato, la legge di Verdoorn (1949), quella che
afferma che la crescita della produttivit  legata alla crescita del prodotto.
Ricordate? Il barista pi bravo non  quello che fa pi caff in unora, ma quello che li
vende. Cosa significa? Significa che se un accordo valutario chiude mercati di sbocco e
determina una flessione delle esportazioni nette (documentata nella tabella 3),  abbastanza
ovvio che i produttori locali saranno meno incentivati a incrementare la produttivit, non
avendo ragionevoli aspettative di collocare i propri prodotti. Viceversa, se la domanda
estera tira, ci incentiva la ricerca di tecniche di produzione pi efficienti, e fornisce anche
i mezzi finanziari per metterle in pratica. Ma certo, per i nostri Goebbels, se una riforma non
 fatta sotto ricatto e in stato di necessit non conta

LEuropa e i costi della politica
Fra le tante obiezioni, una merita che le si dedichi pi spazio:  quella secondo la quale gli
italiani avrebbero bisogno del vincolo esterno non solo per incrementare la propria
produttivit (cosa che abbiamo visto essere falsa per motivate ragioni economiche), ma
anche perch, in fondo, essi sono incapaci, o addirittura indegni, di governarsi da soli. Il
dilagare della corruzione dimostrerebbe che gli italiani non riescono a esprimere una classe
politica di livello europeo, e quindi tanto vale essere governati dalla Germania, per
interposta Bce. Largomento luogocomunista par excellence, quello che una volta era
monopolio dei vecchietti nostalgici, ai quali, in autobus, o in coda alla posta, sentivamo
ripetere che Certo, per gli italiani ci vuole la dittatura.
Oggi questo argomento viene ripreso su ampia scala da tutti i quotidiani e le televisioni
nazionali, che ci bombardano con lidea che occorra un manganello, quello tradizionale, o
quello dello spread, per tenerci in riga. Unidea che dovrebbe essere respinta da ognuno di
noi, per motivi piuttosto ovvi, non riconducibili al nazionalismo del quale ciarlano alcuni
intellettuali, ma pi semplicemente alla difesa dei valori della democrazia. Se poi ci si
prende la pena di dare uno sguardo alle effettive dinamiche della corruzione in Italia, la
fiducia nel vincolo esterno come elemento purificatore viene rapidamente meno, lasciando
spazio a una visione pi articolata.

I costi della politica
La politica e la pubblica amministrazione italiana presentano problemi strutturali dei quali 

bene parlare senza luoghi comuni, senza rifugiarsi nella comoda dimensione dellaneddoto.
Cominciamo, come sempre, dallosservare i dati.

Figura 42  Lindicatore di corruzione per lItalia (valori pi bassi indicano un peggioramento della situazione).

Fonte: Banca mondiale (2012)

Che il vincolo esterno, nella sua forma pi rigida di unione monetaria, non ci abbia affatto

protetto dalla corruzione  nei dati. La figura 42 mostra levoluzione dellindicatore di
corruzione elaborato dalla Banca mondiale (2012). I dati coprono, con alcune lacune, il
quindicennio dal 1996 al 2010. Valori positivi indicano migliore governance, quindi
minore corruzione.  evidente un punto di svolta intorno al 2000 (la lacunosit dei dati
impedisce di datarlo con esattezza): da l in avanti  cio, sembrerebbe, dallentrata
nelleuro  lindicatore segnala un costante degrado della situazione. Che leuro sia la causa
di questo sfacelo in effetti  abbastanza improbabile, ma, come vedremo, lUnione europea
qualcosa a che fare ce lha.
Notate, intanto, che il degrado  assolutamente bipartisan, perch non sembra che
lesperienza del governo Prodi (2006-2008) contribuisca a invertire la tendenza in modo
significativo. Il problema quindi, pi che strettamente politico, cio dipendente dalla
supposta o reale propensione al crimine del leader di turno e dei suoi accoliti, sembra
essere effettivamente strutturale, parola usata spesso a sproposito, ma che in questo caso
sembra appropriata.
Ce lo confermano le parole di un esperto. Intervistato a Ballar da Giovanni Floris il 25
settembre 2012, sullonda di uno scandalo alla Regione Lazio, Antonio Di Pietro si
esprimeva cos:

Io ritengo che la differenza fra adesso e prima qual era? Prima cera Mario Chiesa con la mazzetta, era facile facile,
cera il reato. Oggi c lingegnerizzazione della tangente, tale per cui i fatti non acquisiscono neanche una rilevanza
penale, e sembra che uno si nasconda, o si voglia nascondere, in questo do ragione ai giornalisti, dietro al fatto che non
 penalmente rilevante. La verit  molto semplice: che se tu fai le regole in modo tale che quel che prima era reato
non  pi reato,  chiaro che non  penalmente rilevante. Resta il fatto che c un solo modo oggi per aggirare tutto: 
la protesta dei cittadini.

Ingegnerizzazione della tangente, regole fatte per depenalizzare quello che prima era
reato Interessante! Ma chi ha fatto queste regole? E perch? In nome di quali principi? 
qui che salta fuori lEuropa, anzi, no, non lEuropa: lUnione europea (non confondiamole).
Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro: torniamo al 1992, anno fatidico. Intervenendo
al convegno Potere discrezionale e interesse legittimo nella realt italiana e nella
prospettiva europea , Salvatore Giacchetti, presidente di sezione del Consiglio di Stato,
parla delle termiti comunitarie. Ascoltiamo la sua relazione:  interessante e per certi
versi veramente profetica.

I Trattati di Roma hanno costruito delle gallerie in durissimo cemento attraverso le quali le norme comunitarie, come un
esercito di termiti, sono penetrate nellordinamento nazionale e lo stanno progressivamente svuotando.
[] Il risultato di questa irresistibile marcia del diritto comunitario  che oggi abbiamo un diritto nazionale pubblico
delleconomia che assomiglia sempre pi a un guscio vuoto; [] che sembra sottovalutare il fatto che lordinamento
comunitario rivendica sempre pi chiaramente a s quella che  la massima prerogativa di un ordinamento sovrano: e
cio la competenza a fissare i limiti entro cui pu liberamente muoversi lordinamento nazionale. Per questultimo
insomma, ormai in condizione di sovranit limitata, si ha una situazione di libero Stato in libera Unione europea, in un
sistema di tipo prefederale.
[] La Corte costituzionale ha ripetutamente affermato che esisterebbero delle colonne dErcole, dei limiti che
lordinamento comunitario non potrebbe comunque valicare [] Ma temo che questi limiti siano stati abbondantemente
superati.
[] Per quanto riguarda la sovranit popolare va ricordato che il parlamento europeo, anche dopo lAtto unico
europeo, anche dopo Maastricht (se ci sar davvero un Maastricht) non ha poteri legislativi. Di conseguenza le norme
comunitarie sono espressione non della volont popolare ma, com ben noto agli addetti ai lavori  di accordi pi o
meno meditati e pi o meno sotterranei dei funzionari che rappresentano i vari Stati, e tra i quali a quanto sembra i

rappresentanti dellItalia non  che poi riescano a strappare la parte del leone.
[] Per quanto riguarda il rapporto tra Stato e regioni, la sentenza numero 399/87 ha riconosciuto che gli organi della
Comunit europea non sono tenuti a osservare puntualmente la disciplina nazionale e, in particolare, la ripartizione delle
competenze pur prevista da norme di livello costituzionale, ma possono emanare, nellambito dellordinamento
comunitario, disposizioni di differente contenuto; sicch sono tali norme comunitarie, sostitutive di quelle interne, che
vengono a costituire il parametro del giudizio di legittimit degli atti governativi.
Il diritto comunitario  sul modello del diritto anglosassone, che rifugge anche da modesti gradi di astrazione  ha un
carattere verboso, discorsivo e fortemente pragmatico che presenta notevoli difficolt di approccio per il giurista
nazionale, e opera mediante la valutazione concreta, a posteriori, di un certo effetto. Coerentemente con questa sua
impostazione, utilizza locuzioni quali esecuzione con qualsiasi mezzo (direttiva sugli appalti numero 89/440), o enti
aggiudicatori che vanno definiti in modo diverso dal semplice riferimento alla loro qualificazione giuridica (direttiva sui
settori esclusi numero 90/531).
[] Da tale nuova filosofia [] discende lerosione  nel diritto delleconomia  della distinzione tra diritto pubblico e
diritto privato; distinzione che lordinamento comunitario anche sulla base della tradizione anglosassone ritiene
dichiaratamente inutile ai propri fini, con leffetto di condizionare in tal senso anche lordinamento nazionale. Per
esempio, in prospettiva, mi sembra inconcepibile che la concessione di opere pubbliche di livello infracomunitario (e
cio inferiore ai 5 000 000 Ecu) possa continuare a essere considerata un provvedimento amministrativo, ed essere
cos inserita in un quadro di diritto pubblico e di interesse pubblico, quando la concessione di opere pubbliche di livello
comunitario, e cio superiore ai 5 000 000 Ecu),  espressamente dichiarata  non solo dalla direttiva 89/440 ma anche
dal decreto legislativo che la recepisce numero 401/1990  una sottospecie del contratto dappalto, ed  quindi inserita
in un quadro di diritto comune e dinteresse privato, e ci proprio con riferimento alle opere pubbliche maggiori, per le
quali linteresse pubblico  semmai pi intenso.

Prendiamo fiato e ripetiamo con parole nostre quello che Giacchetti diceva venti fa.
Il diritto comunitario, che si stava gi sostituendo come fonte prevalente ai vari
ordinamenti nazionali, in modo sotterraneo e irreversibile, determinava (venti anni or sono)
una condizione di sovranit popolare e nazionale limitata. Questo diritto era ed 

strutturalmente concepito per lasciare le mani libere alle grandi imprese multinazionali:
lo testimoniano sia la distorsione a favore delliniziativa privata, sia la progressiva
rimozione di controlli preventivi sullopera dei privati. La prima si riflette,
giuridicamente, nel ricondurre a disciplina privata una serie di opere e servizi
precedentemente disciplinati dal diritto pubblico. La seconda nel sostituire ai controlli
preventivi, propri della nostra cultura giuridica, le pi pragmatiche valutazioni concrete,
a posteriori degli effetti, di stampo anglosassone. Il lato positivo, ovviamente,  la
riduzione della burocrazia. Quello negativo, daltra parte,  evidente: questi princpi sono
ritagliati su misura per le esigenze di chi paga (nel senso: di chi paga mazzette, di chi
corrompe, delle grandi imprese, dei grandi conglomerati finanziari).
Che le leggi siano dettate da chi comanda, direte voi, non  poi una grande scoperta, e
avete senzaltro ragione, ma notate che la situazione in Europa  particolarmente grave,
perch questo dato fisiologico non viene contrastato da quelli che in una democrazia
sarebbero altrettanto fisiologici presdi.
Infatti, da un lato i cittadini vengono progressivamente privati di sovranit (un tema che
oggi diventa esplicito, ma che era evidente anche ventanni or sono), e quindi di qualsiasi
sia pur remota possibilit di controllo politico dei governanti di Bruxelles. Dallaltro gli
ordinamenti nazionali, quelli sui quali i cittadini avrebbero, attraverso i parlamenti
nazionali, ancora un minimo di controllo, vengono svuotati di contenuto. Qualsiasi norma, di
qualsiasi livello, si metta di traverso al diritto comunitario, quindi agli interessi della
grande impresa (stabilendo controlli, invocando il principio dellutilit sociale di certe
funzioni economiche), viene travolta in modo pi o meno automatico, in nome del supremo

bene della concorrenza, attraverso i meccanismi della disapplicazione e della
sussidiariet. 53 Una cosa, la libera concorrenza, che esiste solo sui libri di economia,
perch la realt  dominata dai monopoli e dalle lobby, anche e soprattutto a Bruxelles. Una
cosa, la libera concorrenza, sulla cui ottimalit gli economisti per lo pi assumono posizioni
caute. Ma i giuristi di Bruxelles, no, loro no, non hanno dubbi, e della libera concorrenza
senza se e senza ma fanno il principio ispiratore della politica economica europea,
sancendolo nellarticolo 119 del Tfue.
La decisione di gestire i servizi pubblici utilizzando come forma prevalente la societ di
capitali (di diritto privato); labolizione dei controlli preventivi di legittimit sugli atti
principali che comportano una spesa (costituzione di societ, capitalizzazioni, scelte dei
soci, decisioni di spesa, bandi di gara); lampliamento della sfera operativa e funzionale di
regioni ed enti locali, realizzato prima a livello legislativo e poi costituzionale (trasferendo
a questi enti il potere di spesa e di assunzione del relativo personale, il tutto nella
simultanea abolizione dei controlli preventivi di legittimit); tutte queste decisioni, prese in
nome della visione europea e dei princpi di sussidiariet e federalismo ad essa riferiti,
hanno avuto un impatto devastante per la nostra economia, contribuendo a creare
quellambiente criminogeno del quale parla Di Pietro: un gigantesco spazio di trattativa
fra privati e politica, nel quale la corruzione diventa un fatto conforme alle regole, anche
perch nessuno capisce pi bene quali esse siano, stanti le stratificazioni successive delle
normative europee.
Oh, naturalmente, come al solito, i nostri governanti sono degli ottimisti patologici, lo
sapete, loro il bicchiere continuano a vederlo mezzo pieno anche quando i suoi cocci

infranti cospargono il pavimento. Sono pur sempre quelli che ancora oggi (vi rendete
conto?!) ci dicono che senza euro saremmo come lArgentina. E quindi non vi stupirete se vi
dir che il devolvere a una miriade di amministrazioni locali sottratte a qualsiasi controllo
preventivo poteri di spesa sempre maggiori, scelta che si materializza nella creazione di una
opaca nebulosa di holding private, viene da loro presentato come applicazione del principio
di sussidiariet, di qualcosa che devolve funzioni dallo Stato centrale (brutto, burocratico e
nazionalista) ai livelli di governo sottostanti (belli, snelli e federalisti). Perch, come dice
il Trattato di Maastricht, occorre portare avanti il processo di creazione di ununione
sempre pi stretta fra i popoli dellEuropa, in cui le decisioni siano prese il pi vicino
possibile ai cittadini, conformemente al principio della sussidiariet.
Ma in questo caso invece il bicchiere  purtroppo mezzo vuoto, come i cittadini ormai
capiscono e gli stessi politici sono costretti ad ammettere. Un risultato cui si  giunti
attraverso un percorso scandito da tappe ben precise, tutte rigorosamente raggiunte in nome
dellEuropa, e tutte ben presentate agli sprovveduti elettori (fra i quali si colloca in questo
caso anche chi scrive).
Ricordate la legge Bassanini? S, la legge 15 maggio 1997, numero 127, intitolata Misure
urgenti per lo snellimento dellattivit amministrativa e dei procedimenti di decisione e di
controllo? Burocrazia addio, tasse e multe pagabili con il bancomat, titolava il Corriere
della Sera il 15 maggio del 1997. Sembrava proprio una bella cosa: a che servono tutti
questi certificati, tutte queste carte bollate, finalmente (pensavamo), lItalia si modernizzer
e decoller, non pi gravata dalla zavorra della burocrazia! Cos la presentava anche il
Corriere, che andava avanti per una paginata, in fondo alla quale si nascondeva questa

frase dallapparenza innocua: Verranno semplificati i procedimenti e il sistema di controlli
statali sugli atti di Regioni ed Enti locali. Era lapplicazione della sussidiariet, si diceva
allepoca, che avrebbe avvicinato lamministrazione ai cittadini e portato efficienza.
Ecco. Noi comuni cittadini, per almeno un decennio, i certificati abbiamo continuato a
doverli presentare (anche tu, lettore, sarai stato come me involontario protagonista di una
piccola pice di teatro dellassurdo quando hai tentato, invano, di autocertificare cose per te
ovvie come la tua esistenza in vita, no?). Non credo poi di aver mai pagato una multa con il
bancomat. Ma i controlli sugli enti locali, quelli, invece, sono stati tolti molto pi in fretta,
con altre due tappe quasi concomitanti.
La prima  stata ladozione del Testo Unico sulle autonomie locali, 54 che agli articoli 112
e seguenti disciplina le societ che erogano servizi pubblici locali, stabilendo le possibili
forme societarie e recependo in qualche modo la struttura di non-controlli predisposta dalle
riforme Bassanini. La seconda  stata la modifica del Titolo V della Costituzione, che nel
2001 ha incorporato il principio di sussidiariet.
Tutto con ottime intenzioni, e, a giudicare dalla figura 42 anche con ottimi risultati (si fa
per dire): il 2001  in effetti il punto di svolta della corruzione in Italia, una svolta verso il
baratro.
La Corte dei Conti, puntualmente, segnala landazzo fallimentare per i soldi pubblici e per
i cittadini, vessati dallaumento delle tariffe. Vessati,  la parola giusta, perch i maggiori
profitti conseguiti da alcune di queste gestioni (autostrade, banche, telefonia), nel loro
passaggio dalla mano pubblica a quella privata, non sono dovuti a maggiore efficienza, dice
la Corte dei Conti, ma a un pi banale aumento delle tariffe (Corriere della Sera, 2010).

Certo che se i servizi fossero rimasti in mano pubblica, probabilmente i cittadini non li
avrebbero pagati di pi, ma se anche lo avessero fatto, quei soldi sarebbero entrati nelle
casse dello Stato, alleviando lo stress dei conti pubblici.
Eh gi! Per dirla in parole semplici, la corruzione della pubblica amministrazione 
riconducibile in gran parte alle porzioni di essa che sono state privatizzate in modo
farraginoso e non trasparente, in ossequio alle normative europee. Linsindacabilit di
fatto delle decisioni di spesa, e il trasferimento crescente di risorse a enti di fatto
incontrollabili, in nome delle logiche europee della concorrenza, della sussidiariet,
del mercato, sono certo fra le concause di vicende come quelle legate ai fondi speciali
dei gruppi consiliari regionali, rispetto alle quali il caso Fiorito  solo la punta
delliceberg, come ora si usa dire.
Noi italiani siamo brutti e cattivi, si sa, e se ce lo dimentichiamo ce lo dicono i nostri
giornali (i capitalisti esteri pagano e ringraziano). Ma la figura 42 mostra che la situazione
si degrada proprio a partire da quando la riforma del titolo V spazza via i residui controlli
preventivi statali, in nome di quei principi di federalismo e sussidiariet che fanno tanto
Europa. Questa spiegazione  coerente con i dati osservati. Lidea che il vincolo
esterno ci renda pi puri, ahim, no.
A chiarire il fatto che le regole europee centrano, eccome, pu essere utile ricordare che
dal 2000 al 2010 lindicatore di corruzione della Banca mondiale migliora solo in due
Paesi dellEurozona, Francia e Irlanda, e peggiora in tutti gli altri, Germania compresa. Del
resto, non  una particolare novit quella che lUnione europea sia un simpatico verminaio
di corruzione. Non tutti avranno dimenticato la commissione Santer, costretta alle dimissioni

nel 1999 per una serie di scandali legati a corruzione e nepotismo (Caizzi, 1999).
Unaltra non-novit  che landazzo ovviamente non  cambiato. Ci ricorda Andrea
Baranes (2010) che:

Se almeno negli Usa viene garantito un minimo livello di trasparenza, tanto che possiamo sapere quanti lobbisti e quanti
soldi vengono spesi dal settore finanziario, cosa possiamo dire della virtuosa Europa? Quanti sono i lobbisti che in
questo stesso momento si aggirano per i corridoi della Commissione, del parlamento e delle istituzioni europee e
nazionali per discutere dei tentativi di riforma attualmente allo studio? Quali sono le loro disponibilit finanziarie? Chi
hanno alle loro spalle? Goldman Sachs esercita la sua influenza non solo negli Usa, ma sui governi e le banche centrali
di molti governi, anche in Europa. Come Deutsche Bank o diversi altri giganti della finanza per, a oggi, la banca
statunitense non risulta nemmeno iscritta nellelenco  puramente volontario  dei lobbisti che agiscono nel vecchio
continente.
Al momento attuale lunica forma di trasparenza  legata a un Codice di condotta che prevede che gli ex-commissari
europei che vogliano accettare un lavoro con imprese private meno di un anno dopo avere lasciato il loro incarico nella
Commissione, debbano segnalarlo a un apposito comitato etico che esprime unopinione. Non sono chiari i criteri che
guidano lazione di questo comitato. Sappiamo per che Benita Ferrero-Waldner (commissario agli Affari esteri nella
prima Commissione Barroso e commissario al Commercio fino al 2010),  dal febbraio 2010 membro del Supervisory
Board della compagnia di assicurazioni tedesca Munich Re. Gnter Verheugen (commissario alle Imprese e industria e
vicepresidente della Commissione) lavora oggi con il gigante britannico Royal Bank of Scotland. Meglena Kuneva
(commissario per la Tutela dei consumatori)  stata nominata nel board di Bnp Paribas. Charlie McCreevy,
commissario al mercato interno fino al 2010, ha inoltrato la richiesta di permesso per entrare nel board di RyanAir.
Se non c ovviamente nulla di illegittimo in tali nomine, questi pochi esempi illustrano bene gli stretti legami con
lindustria privata di persone che hanno appena lasciato importanti incarichi pubblici, anche in ambiti delicati quali la
tutela dei consumatori o lindustria. Colpisce come molti ex-commissari siano reclutati tra le fila delle imprese
finanziarie.

Questa  la realt alla quale dovremmo agganciarci per moralizzarci. Non si sa se ridere o

piangere. Versa lacrime di coccodrillo lonorevole Bersani (Jerkov, 2012), ammettendo
che:

Bisogna riflettere sul regionalismo. Perch negli ultimi dieci anni, e lo dice uno che ha fatto il presidente di Regione ed
 sempre stato autonomista convinto, c stata una deriva per rispondere al rischio secessione della Lega. Abbiamo
imbastito unorganizzazione dello Stato e un livello di autonomia delle Regioni che non ha contrappesi n razionalit.

E alla giornalista che lo incalza: Sta facendo autocritica per quel Titolo V della
Costituzione votato dal centrosinistra in una notte? risponde: Assolutamente bisogna
rivederlo. Le Regioni hanno avuto un ruolo straordinario ma devono riassumere una
coerenza in unorganizzazione statale. Dobbiamo mettere un freno alla degenerazione di
questo impianto. Per esempio, cosa che gi allepoca non mi piaceva, nellambito della
Repubblica sono stati messi sullo stesso piano Stato, Regioni e autonomie. Parole
sottoscrivibili, che suonano come unammissione eloquente a chi abbia letto quanto precede.
Sarebbero pi condivisibili se si spingessero fino a evidenziare quello che Giacchetti gi
nel 1992 vedeva, cio il fatto che la degenerazione della quale parla lonorevole
Bersani non  un dato patologico, legato alla nostra condizione di Untermenschen, ma
una conseguenza prevedibile, prevista e desiderata delladesione al modello europeo.
Un esempio vale pi di mille parole. Quello che segue lho desunto dalla lettura dei lavori
di un altro presidente di sezione del Consiglio di Stato, Luciano Barra Caracciolo, che ha
pubblicato studi sui costi della politica e sul sistema delle nuove societ pubbliche.

Leurocorruzione in pratica
Il meccanismo  perfetto. Si vuole creare una societ per gestire lo studio delle
problematiche tecniche di certe opere pubbliche, a livello regionale o di grande comune; si
trova il dirigente (politicamente scelto ad ampissima discrezionalit) che ne approva lo
schema tecnico, la giunta che lo delibera, i capitali forniti dalla banca vicina alla
fondazione, a sua volta vicina alla maggioranza che delibera e induce nei tecnici, pubblici
dipendenti, le scelte a valle, et voil
Avr capitali, controlli limitatissimi (al massimo a posteriori e in termini di efficienza, ma
sprovvisti di vera sanzione), libert di aggiustare  con trattative private determinate da
urgenze divenute insindacabili, ovvero con bandi su misura  la scelta dei soci privati, dei
destinatari degli appalti (dato che la societ tender a calibrare studi di fattibilit e bandi
sulle caratteristiche, politicamente volute, del soggetto creato ad hoc tra imprese amiche e
prestanome dei politici).
I politici saranno soci (azionisti), mediante prestanome o colleghi di secondo piano, o
tecnici di area (senza selezione che non sia la vicinanza politica) dello stesso ente che
forma la societ. Soci espressione di grandi imprese diverranno anchessi parte della
compagine e sosterranno quella parte politica: se landamento della societ  in deficit, gli
stessi soci potranno liquidare a condizioni vantaggiose le loro partecipazioni, lasciando ai
bilanci, incontrollati nelle forme pubbliche ormai abolite, di aggiustare valori e stime degli
asset e delle prospettive di redditivit.
I debiti contratti per ricapitalizzare e i deficit saranno ripianati, indirettamente o
direttamente, prima o poi, dal centro (lo Stato)  sotto la pressione del ricatto sul

paventato collasso dei servizi per anziani e infanzia  grazie ad amministratori
centrali parte della stessa cricca politica che controlla le nomine nella societ, o chiamati
a farne parte per partecipare alla spartizione, garantendosi comunque anche la continuit del
credito effettuato dagli amici banchieri, in cordata con le fondazioni bancarie (controllate
dalla stessa politica locale e centrale).
Il meccanismo ha applicazioni multiple e variate. Labilit sta proprio nella convergenza
delle leggi verso questo obiettivo di sistema.
La corruzione diviene un fatto conforme alle regole: solo gli sprovveduti e gli arroganti
incorrono negli strali della magistratura. I pi abili giungono a controllare, tramite profitti
da aggiudicazione di appalti e di servizi pubblici locali, vere e proprie holding. Solo la
Corte dei Conti ogni anno lamenta landazzo fallimentare per i soldi pubblici (strutture e
finanziamenti immessi nel circuito, ripianamenti delle perdite) e per laumento delle tariffe.
Intanto, decine di migliaia di consiglieri di amministrazione, direttori generali e figure varie
costituiscono una classe para-privata di gestori e fruitori di emolumenti e potere
decisionale, che si esprime in pilotaggi di appalti e assunzioni (senza concorso) nelle
strutture di nuova creazione.
La commistione di forme private e pubbliche, la demenziale complicazione delle regole
di scelta europee, consente una facciata impenetrabile di regolarit al tutto e le
vecchie mazzette vanno in pensione, trasformandosi in decisioni di scambio di favori.
Le holding, al riparo dalla concorrenza sostanziale, e sotto legida della aggiustata
concorrenza europea, prosperano e si rafforzano; le imprese tagliate fuori vanno sempre pi
in difficolt, rimanendo in crescente difficolt creditizia sia per lEuropa (intesa come

euro, con le connesse criticit economiche), sia perch non facenti parte del cerchio
magico delle linee di credito erogate dalle banche (con dentro le fondazioni).
Le applicazioni, una volta consolidate le posizioni, sono infinite; soggetti di questo tipo,
anche se le gare vengono rese formalmente pi rigorose, hanno un vantaggio schiacciante in
termini di requisiti di qualificazione e di standard di legittimazione professionale e
finanziaria richiesti dai successivi bandi.
E il cerchio si chiude con lItalia modernizzata dalle forme europee, tanto che ora si
vogliono aggiungere altri elementi di riduzione di questo Stato cattivo e di incremento di
questa bella efficienza dei privati, scelti come beneficiari (e magari salvatori della patria),
naturalmente con inappuntabili sistemi europei E ci mancherebbe!
Spero il messaggio sia chiaro: giuristi e politici sono daccordo. Alla radice di quel
verminaio di corruzione che si sta scoperchiando proprio in questi giorni nelle Regioni
italiane ci sono precise scelte e precisi orientamenti politici che lItalia ha importato,
volente o nolente, consapevole o inconsapevole, dallEuropa. C materia per una bella
riforma strutturale, una vera riforma strutturale, nella quale questi due termini ambiziosi non
vengano tradotti come al solito nella pi prosaica espressione: taglio dei salari ai
dipendenti.

38
Lo short-termism  latteggiamento dello speculatore che si aspetta di lucrare un guadagno in conto capitale a breve
termine.

39
Quando la politica monetaria arriva al punto di scegliere fra inflazionare o deflazionare leconomia, fra favorire debitori o
creditori, fra salvare selettivamente alcuni piuttosto che altri, fra permettere o impedire alle banche di avere atteggiamenti
collusivi, nessun Paese democratico pu lasciare decisioni simili a tecnici non eletti. La dottrina dellindipendenza della
banca centrale diventa impossibile da sostenere.

40
Charles Ponzi (1882-1949)  passato alla storia per aver imbastito negli Stati Uniti una colossale truffa basata sullo
schema della catena di santAntonio: il truffatore offre un investimento con guadagni allettanti a un primo cliente, questo
aderisce e viene dopo un po remunerato con una parte del suo capitale (ma ovviamente lui crede che siano interessi). Il
cliente turlupinato fa pubblicit, attira nuovi entranti, i cui conferimenti servono a pagare rendimenti spropositati a chi 
entrato per primo, fino a quando i nuovi entranti finiscono e la bolla esplode. Lultimo caso famoso di Ponzi game  stato
quello del finanziere Bernard Madoff.

41
La Commissione indipendente per la riforma del sistema bancario, nominata dal governo britannico, ha emesso nel giugno
2012 un libro bianco (Hm Treasury, 2012) che dedica un intero capitolo al ring fencing.

42
Per la gioia del lettori della Settimana enigmistica aggiungo che cinque Stati esterni allUnione europea si servono
delleuro: la Citt del Vaticano, il Principato di Monaco, Andorra, il Montenegro, e il Kossovo. Per motivi spero ovvi
situazioni di questo genere non costituiscono un precedente particolarmente significativo. Uscire dallUnione europea
mantenendo il peggio di essa (cio le assurde regole delleuro) sarebbe forse ammissibile in termini giuridici, ma rimarrebbe
un nonsense in termini economici. LUnione europea si  comunque pronunciata contro leurizzazione di Paesi ad essa
non appartenenti (come lIslanda).

43
La traduzione italiana  disponibile sullutilissimo blog Voci dalla Germania:
http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/09/un-po-piu-uguale-degli-altri.html.

44
Lipotesi di decidere unilateralmente la ripresa del finanziamento monetario del deficit, come gesto di disobbedienza
civile nei riguardi della Bce, volto a consolidare un fronte di dissenso fra i Paesi europei, e a porre una minaccia credibile
verso la Germania,  stata proposta in Francia da economisti di sinistra come Sapir (2011b), e incorporata nel programma
politico del Front de Gauche (Lucii e Ro, 2012).

45
La teoria della parit relativa dei poteri dacquisto dice in sostanza che i tassi di inflazione di due Paesi diversi, espressi
nella stessa valuta, tenderanno a convergere a un valore comune per effetto delle forze di mercato. Quindi, se S ha
uninflazione maggiore, la sua valuta si deprezzer, in modo tale che il tasso di inflazione di S espresso nella valuta di G sia
uguale al tasso di inflazione di G. Lo so,  un po uno scioglilingua, ma funziona.

46
Vi ricordo le date delle crisi: Cile 1982, Italia 1992, Messico 1994, Thailandia 1997, Corea 1997, Argentina 2001.

47
Laggancio valutario  stato con il dollaro per tutti i Paesi considerati, tranne che per lItalia, che dal 1987, nello Sme
credibile, si era agganciata al marco (via Ecu). Di conseguenza il differenziale di inflazione cumulato  calcolato rispetto a
quella tedesca per lItalia e rispetto a quella statunitense per tutti gli altri Paesi, e la svalutazione finale  calcolata rispetto al
marco per lItalia, e rispetto al dollaro per tutti gli altri Paesi. Si noti che il cambio  quotato incerto per certo, quindi una
svalutazione del 200 per cento circa, come nel caso dellArgentina, indica semplicemente che dopo la svalutazione occorreva
il triplo di valuta nazionale (il 200 per cento in pi di pesos) per acquistare un dollaro.

48
Nella figura 21 la svalutazione reale  pi piccola perch prendiamo come base di riferimento lentrata nelleuro, cio il
1999, anzich il 1997.

49
I tassi di cambio effettivi reali basati sui costi unitari del lavoro dellintera economia, su quelli del settore manifatturiero, sul
deflatore del Pil, e sullindice dei prezzi al consumo.

50
Una sintesi divulgativa si trova su lavoce.info: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001696-351.html.

51
La definizione  di Moro (2011).

52
I dati si riferiscono al tasso di cambio effettivo nominale (media ponderata dei tassi di cambio) per tutti i Paesi tranne che
per Brasile e Messico, dove questo indice non viene calcolato e abbiamo usato il tasso di cambio con il dollaro Usa; fonte: Ifs
(2010).

53
Listituto della disapplicazione implica che in presenza di una legge contrastante con leggi emanate da organi dellUnione
europea, il giudice dello Stato membro deve disapplicare la legge nazionale a favore di quella dellUnione; il principio di
sussidiariet implica che se un ente subordinato (ad esempio una Regione rispetto allo Stato nazionale)  in grado di svolgere
un compito, lente sovraordinato deve lasciargliene lesecuzione.

54
Il Decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267, intitolato Testo unico delle leggi sullordinamento degli enti locali.

Exit strategy for dummies

Le lievi imprecisioni della stampa
Il D-Day fa una paura ladra a tutti, una paura fomentata dal potere, che gioca su di essa per
mantenere le classi subalterne sotto il giogo di un sistema monetario nel quale a pagare sono
sempre loro. Anche perch il potere sa quello che Borenzstein e Panizza (2008) hanno cos
bene evidenziato: per chi sar al governo al momento delluscita, gli elettori non avranno
piet. I politici restano quindi aggrappati con le unghie e con i denti alle loro menzogne,
coadiuvati a titolo pi o meno disinteressato dagli organi di informazione, che giocano su
due registri: la mistificazione dei precedenti storici, e la rappresentazione unilaterale e
distorta degli scenari futuri. Occorrer, in questo testo che vuole essere prima di tutto una
testimonianza, lasciare qualche esempio a futura memoria.
Cosa sia stata la crisi del 1992 e quali le sue dinamiche macroeconomiche lo abbiamo
visto ad abundantiam nelle pagine precedenti, per la semplice ragione che questo  il
precedente storico pi ovvio della situazione che stiamo vivendo. Ma guardate come la
raccontavano nel maggio 2012 Marvelli e Pagliuca sul prestigioso Corriere della Sera:

Il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco
speculativo. Il dopo  storia, non finanza fatta con i se. Tra maggio e ottobre la lira perse il 25 per cento rispetto al
marco tedesco. Nel periodo successivo i Bot andarono al 17 per cento, linflazione schizz e i titolari di un mutuo in
Ecu  il paniere che rappresentava le divise europee  o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria.
Perch la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.

A voi, che la storia la sapete, dovrebbero risaltare evidenti le grossolane imprecisioni di
questo passo.

Primo, nel periodo successivo alla svalutazione, i tassi, che avevano raggiunto il 17 per
cento nel tentativo di difendere la parit di cambio, ovviamente scesero, non salirono, come
asserito dai giornalisti, perch essendoci sganciati dallo Sme non avevamo pi alcuna parit
da difendere. Lo abbiamo visto nella figura 16 a pagina 87.
Secondo, la stessa figura ci mostra che linflazione non schizz: metafora tanto oscena
quanto platealmente falsa, perch linflazione invece scese (come ricordato pi volte).
Cosa vogliono cercare di dimostrare gli autori con questo resoconto lievemente impreciso,
per quanto asseverato da un supponente il dopo  storia? Che uscire sarebbe una
catastrofe per i titolari di mutui in euro, come lo fu per i titolari di mutui in Ecu. Cercano
cos di costruire con la paura il consenso attorno a una menzogna ideologica. Visto che il
tema  caldo, anticipo le conclusioni. I titolari dei mutui in Ecu non furono penalizzati dalla
crescita degli interessi, che non ci fu (e comunque riguardava soprattutto il segmento a breve
del mercato monetario), ma dal fatto che avevano contratto un mutuo in una valuta estera. Si
trovarono cos a pagare ogni rata il 25 per cento in pi: la rata da 1 000 000 di lire sal a 1
250 000 lire. Per i titolari di un mutuo in euro contratto con una banca italiana la situazione
sarebbe diversa: il loro mutuo verrebbe convertito nella nuova valuta, la svalutazione non li
riguarderebbe. La loro rata da 500 euro diventerebbe di 500 nuove lire.
Queste sono le lezioni che ci vengono, come vedremo in dettaglio, dai precedenti storici e
dagli scenari degli analisti pi accreditati e obiettivi.
In Italia per  circolato nella stampa un unico studio sulle conseguenze delluscita
dalleuro, quello condotto dallUbs (Deo et al., 2011). Una fonte non particolarmente
accreditata sotto il profilo scientifico. Del resto, le banche svizzere non hanno, per ovvi

motivi, bisogno di analisti particolarmente perspicaci: basta la legge sul segreto bancario ad
attirare nelle loro casse capitali da tutto il mondo. Per di pi, uno studio in plateale conflitto
di interessi. Dopo aver dipinto con toni da tregenda il disastro delleuro, lo studio
conclude affermando che lunico modo per proteggersi  disfarsi degli investimenti in euro.
Detto da una banca svizzera,  chiaro dove si voglia andare a parare: come direbbe il
bancarellaro amico di Draghi: Datece li srdi che cce penzamo noi Non  un gesto
molto fine, e, soprattutto, si sta rivelando un boomerang per la Svizzera, schiacciata
dallapprezzamento del proprio cambio.
Ma da un anno a questa parte la stampa italiana si occupa quasi esclusivamente di uno
studio di questa (in)consistenza etica e scientifica. E la cosa divertente  che, non paghi di
aver dato uninformazione unilaterale ricorrendo a uno studio ridicolo, i nostri informatori
ci mettono del loro per renderlo ancora pi funzionale al loro scopo: il terrorismo.
Lo studio afferma che un Paese che uscisse dallEurozona dovrebbe sopportare un crollo
del reddito nazionale (Pil) fra il 40 per cento e il 50 per cento nel primo anno. Stendiamo un
pietoso velo su questa affermazione, che abbiamo gi visto essere smentita da studi seri
come Weisbrot e Ray (2010), e divertiamoci a vedere come questa notizia  stata data da un
prestigioso quotidiano di sinistra, la Repubblica.
Dunque, facciamo due conti: se lItalia uscisse, visto che il Pil italiano  attorno ai 1500
miliardi di euro, e noi siamo circa 60 milioni, a ogni cittadino italiano (non a tutti gli
europei), con questa logica, il ritorno alla lira costerebbe fra i 12 500 e i 10 000 euro nel
primo anno (con altre rate intorno ai 3000 negli anni immediatamente successivi, ma su
questo lo studio non  chiaro). Il costo riguarderebbe i cittadini del Paese che esce, non

lintera Europa, va da s. E se uscisse la Grecia? Con i numeri della Grecia, il costo del
ritorno alla dracma sarebbe invece fra i 10 000 e gli 8000 euro per cittadino greco (non per
tutti gli europei, che secondo lo studio subirebbero costi indiretti e inferiori). 55
E cosa dice invece la Repubblica? Il ritorno alla dracma costerebbe 11 000 euro
allanno per ogni europeo (Livini, 2012). E ci fa pure il titolo! Geniale Allora, facciamo
anche qui due conti: 11 000 euro allanno moltiplicato per i 332 milioni di abitanti
dellEurozona fa una cosa come 3648 miliardi di euro, cio una volta e mezzo il Pil della
Germania Come? Cosa? Eh? Ma siamo matti? Labbandono dellEurozona da parte di un
Paese che conta per il 2 per cento di essa dovrebbe provocare costi pari al 30 per cento del
prodotto dellintera Eurozona? Bum! Chi offre di pi? E allora quando lImpero
Austroungarico ha dissolto la propria unione monetaria, lEuropa sarebbe dovuta
sprofondare come Atlantide!
Suvvia, cerchiamo di essere seri, cerchiamo di avere un minimo di senso di responsabilit,
di capire che una corretta informazione  il presupposto essenziale di una democrazia sana,
di capire che chi uccide la verit uccide la democrazia.
Perdonami, caro lettore, se ti ho fatto perdere un po di tempo in questo modo. Il fatto 
che occorreva darti la misura di quanto assurda fosse linformazione che hai ricevuto finora,
di quanto fosse scollata dalla realt storica, o anche dalla semplice, ma mai banale,
contabilit. In caso contrario, ti sarebbero parse strampalate le informazioni che stai per
ricevere, nonostante esse circolino da tempo nella letteratura scientifica e nelle pi
importanti testate internazionali. Chi ha familiarit con internet queste cose gi le sa, ma
ripeterle pu sempre essere utile.

Luscita da ununione monetaria pone tre ordini di problemi sul piano pratico:
 come gestire la sequenza degli eventi, e in particolare lannuncio delluscita;
 come attuare il passaggio (changeover) dalle vecchie alle nuove banconote e monete;
 come ridefinire i rapporti di debito e credito, distinguendo fra quelli privati e quelli
pubblici, e fra quelli nazionali e quelli esteri (cross-border);
Per questi problemi pratici studi autorevoli e documentati propongono le soluzioni che
illustriamo qui di seguito.

La fase uno: attaccheremo allalba

Perch evitare gli annunci
Gli studi pi autorevoli (Sapir, 2011b; Bootle, 2012; Tepper, 2012) e molti precedenti
storici concordano sul fatto che luscita deve nella misura del possibile cogliere alla
sprovvista, giungendo inaspettata. Il motivo  chiaro: nel momento in cui si annunciasse
luscita di un Paese dallEurozona, si verificherebbero immediate fughe di capitali, perch
gli operatori residenti (famiglie, imprese, istituzioni finanziarie) cercherebbero di
depositare i propri euro in conti esteri, temendo le conseguenze della svalutazione.
Questo principio di buon senso, motivato dalle precedenti esperienze storiche, 56 richiede
qualche commento.
Il primo riguarda i piccoli risparmiatori. La prospettiva di fughe di capitale difensive
viene incentivata dallinformazione terroristica, quella che continua a ripetere che in caso di
uscita la svalutazione sar del 50 per cento (o roba del genere), lasciando intendere quindi
che chi mantenesse i soldi nelle banche nazionali vedrebbe il proprio potere di acquisto
dimezzato dalloggi al domani. Non  cos. La perdita di potere dacquisto rispetto al
mercato nazionale sar data non dalla svalutazione rispetto alle altre valute estere (che non
usiamo per andare a fare la spesa), ma dallinflazione (cio dallaumento dei prezzi sui
mercati nazionali). Abbiamo gi visto che linflazione aggiuntiva, in assenza di politiche di
contrasto, dovrebbe collocarsi fra il 5 per cento e il 7 per cento allanno, e questa  la
perdita massima di potere dacquisto che ci si deve attendere, circa un decimo di quella

della quale parlano certi giornali.
Certo, quelli di voi che amano andare in vacanza sul Mar Baltico, dopo luscita si
troveranno penalizzati,  indubbio: lalbergo, a Travemnde, coster fra il 10 per cento e il
20 per cento in pi (visto che lo si pagher in euro, o magari in nuovi marchi). Suggerisco
come alternativa le isole greche, magari portandosi una protezione solare pi forte, visto
che luscita dellItalia quasi certamente determinerebbe una reazione a catena, e la Grecia
senzaltro svaluterebbe pi di noi: lalbergo, a Creta, rischia di costarci fra il 30 per cento e
il 40 per cento in meno (nellipotesi un po estrema che la Grecia svaluti del 50 per cento).
Qualcuno obietter, giustamente: Certo, per anche se il mio stipendio o il mio conto
corrente in banca non dimezzeranno il proprio valore,  chiaro che se ho soldi investiti in
Italia mi conviene portarli fuori, perch poi, passata la tempesta, riportandoli in Italia mi
trovo ad aver guadagnato fra il 10 per cento e il 20 per cento. Il ragionamento fila, e ha
funzionato per chi lo ha applicato nel 1992, ma oggi in effetti qualche differenza c e questa
strategia  comunque soggetta a dei rischi, a seconda di quali scenari si aprono e di come
decidono di reagire gli altri partner europei. Ad esempio, un recente contributo di De
Grauwe e Ji (2012) suggerisce che, in caso di crollo dellEurozona, la Germania potrebbe
decidere di limitare ai soli residenti tedeschi la convertibilit in nuovi marchi dei depositi
in euro presso le banche tedesche (vedremo poi perch).
In questo caso chi, da un Paese periferico, avesse depositato euro in Germania, potrebbe
convertirli solo nella valuta del proprio Paese di origine, evidentemente al tasso di cambio
svalutato. Tanto varrebbe quindi tenere i soldi a casa, per il semplice motivo che in
Germania i tassi di interesse sono pi bassi, e che ci sono inevitabili costi di transazione

connessi allapertura di un conto allestero (e non mi riferisco solo ai costi monetari, ma
anche alla necessit di acquisire informazioni, eccetera).

Figura 43  I depositi bancari nellEurozona (indice: gennaio 2009=100)

Fonte: Eurostat (2012).

Tenuto conto di questi costi, forse per un piccolo risparmiatore la cosa meno rischiosa da

fare  lasciar tutto com. Vorrei chiedere a chi ha, come me, unet che glielo consenta, di
ricordare se si sent molto impoverito dopo luscita dellItalia dallo Sme (quando subimmo
una svalutazione di un ordine di grandezza superiore a quella che ci attende). Personalmente
non ebbi questa impressione. Fu senzaltro molto pi catastrofico in termini di benessere,
per i motivi descritti da Moro (2011), il passaggio alleuro come valuta circolante nel 2002.
Quindi: nervi saldi. Purtroppo ne abbiamo viste di peggiori.
Il dato di fatto, da constatare con lucidit e senza particolari moralismi,  che come al
solito chi aveva fieno in cascina ha gi provveduto a metterlo al sicuro. Ce lo dicono
evidenze dirette, come la diminuzione dei depositi bancari nella periferia, documentata
dalla figura 43, ed evidenze indirette, come lesplosione dei saldi Target2, determinata in
tutta evidenza da spostamenti di fondi di tipo precauzionale verso le banche tedesche (De
Grauwe e Ji, 2012), o la decisione della Svizzera di calmierare il proprio tasso di cambio,
o ancora landamento del prezzo dei metalli preziosi. Lesigenza di segretezza quindi  s
connessa alla necessit di evitare fughe di capitali, ma anche e soprattutto a quella di evitare
che unondata di panico travolga i piccoli risparmiatori, che rischierebbero di prendere
decisioni avventate nel tentativo di salvarsi da un male meno brutto di come  stato dipinto
loro.

Come mantenere la segretezza
Daltra parte, mantenere la segretezza non  facile, perch loperazione di uscita necessita
di un minimo di pianificazione (e quindi del coinvolgimento di diversi soggetti
istituzionali), e sarebbe anche opportuno che avvenisse in modo coordinato con gli altri

membri dellEurozona e le istituzioni europee, che devono essere in grado di prendere
provvedimenti per minimizzare lo stress sui mercati.
Una lunga fase preparatoria mette a rischio la segretezza delloperazione, ma Sapir
(2011b) indica che un mese dovrebbe essere sufficiente, e lesperienza della divisione fra
Repubblica Ceca e Slovacchia conferma un ordine di grandezza simile (Fidrmuc et al.,
1999). La sensazione  che questa fase sia gi terminata, e del resto questo  ci che ha
ammesso in agosto il ministro delle finanze finlandese (Corriere della Sera, 2012),
quando ha detto che il suo governo disponeva gi di un piano operativo da adottare. Una
dichiarazione che ha suscitato una sdegnata quanto ipocrita levata di scudi da parte dei suoi
colleghi dellEurozona. Tumulto sedato dallintervento del tedesco Schuble, il quale
lapidariamente ha affermato che i governi dellEurozona sarebbero stupidi se non
avessero gi pronto un piano B. Puro buon senso.
Un altro elemento critico per quanto attiene alla segretezza,  la necessit di mantenere un
atteggiamento cooperativo riguardo agli altri membri e alle istituzioni europee. Ci implica
che gli altri governi e la Bce vengano avvertiti per tempo. Non occorre tuttavia un preavviso
particolarmente lungo: lidea  che loperazione deve essere lanciata in corrispondenza di
un fine settimana, possibilmente lungo, per avvenire a mercati chiusi, ed  quindi sufficiente
che gli altri partner istituzionali siano avvertiti subito prima dellannuncio ufficiale da parte
del Paese che intende uscire (Bootle, 2012). Ci dovrebbe essere sufficiente per permettere
alla Bce e alle altre banche centrali di predisporre misure per preservare la liquidit del
sistema finanziario internazionale. Un atteggiamento cooperativo  essenziale anche per
affrontare il vero nodo della questione, che  quello della regolazione dei rapporti di debito

e credito internazionali (di cui parleremo dopo).
In questo senso,  avviso comune che il governo che esce debba mantenere un
atteggiamento di dialogo costruttivo con le istituzioni europee, eventualmente presentando le
misure prese come temporanee, magari come applicazione delle clausole di salvaguardia
previste dai trattati europei (Sapir, 2011b), senza mettere in discussione la legittimit delle
istituzioni europee, e diffondendo il pi possibile nei media lidea che luscita  stata
condotta in termini amichevoli e che il Paese che recede mantiene intatta la propria fiducia
verso i partner europei. Un atteggiamento di questo tipo  essenziale anche per evitare di
legittimare risentimenti e di fomentare atteggiamenti nazionalistici, purtroppo gi
sufficientemente attizzati dalla follia delleuro.
Va anche capito, per evitare timori, tremori, e vittimismi anticipati, che lincentivo a
restare in buoni rapporti  simmetrico:  evidentemente anche interesse dei Paesi
creditori evitare il collasso del sistema bancario di un Paese debitore.

I controlli sui movimenti di capitali
Le esperienze storiche mostrano che luscita da ununione monetaria si accompagna spesso
a restrizioni sui movimenti di capitali. Non tutti i commentatori sono daccordo circa
lopportunit di una tale restrizione: Bootle (2012) sostiene che sarebbe possibile evitarla
se si riuscisse a mantenere la segretezza fino allora X e se si potesse contare su un
weekend lungo per effettuare i necessari adeguamenti del sistema bancario; Sapir (2011b)
tende invece a considerarla inevitabile. Molto dipende da come si concepisce il mondo di
dopo, ovvero se si ritiene che in esso debba continuare a prevalere la deregolamentazione

finanziaria, oppure se si ritiene, come chi scrive, che sia necessario evolvere verso una
gestione pi prudenziale dei mercati finanziari.
In ogni caso, tutti sono daccordo sul fatto che misure simili si renderebbero inevitabili se
lintenzione del Paese di abbandonare leuro trapelasse prima del dovuto. In questo caso
occorrerebbe:
 proibire ai residenti di acquistare attivit finanziarie definite in valuta estera o di
accendere o detenere conti bancari allestero;
 vietare laccensione di crediti/debiti con controparte estera;
 imporre la conversione in valuta nazionale dei saldi monetari in valuta estera risultanti
dalleffettuazione di operazioni di compravendita, donazioni, sussidi, eccetera;
 vietare il rimpatrio dei profitti percepiti da aziende straniere sul territorio nazionale.
Questa prospettiva suscita in alcuni commentatori nostrani una serie di reazioni sdegnate
che vanno dall tecnicamente impossibile, al non siamo in un Paese comunista. La
fattibilit tecnica  fuori discussione. Basta considerare che le transazioni sopra elencate
sono gestite da piattaforme informatiche, sottoposte in tutti i Paesi europei a controlli da
parte delle autorit per scopi che vanno dagli accertamenti fiscali alla lotta contro il
riciclaggio. Linibizione di certe operazioni  quindi tecnicamente possibile.
Altra questione  quella dellefficacia macroeconomica e del significato politico.
Intanto, va precisato che istituzioni non bolsceviche come il Fondo monetario
internazionale (2011b) parlano apertamente dellopportunit di regolamentare i movimenti
di capitale anche al di fuori di una logica strettamente emergenziale come quella dettata
dallabbandono di ununione monetaria. Per quanto riguarda lUnione europea, va

ricordato che i controlli dei movimenti di capitale sono s vietati dallarticolo 63 del Tfue,
ma larticolo 65 specifica che questa norma non pregiudica il diritto degli Stati membri di
prendere tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle
regolamentazioni nazionali o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico
o di pubblica sicurezza. Potrebbe rientrare in questo caso la necessit di gestire unondata
di panico bancario.
Rimane da valutare lefficacia di queste misure. Qui le evidenze sono ancora controverse,
soprattutto per quanto riguarda gli aspetti macroeconomici, anche perch gli studi recenti
riguardano pi che altro la limitazione di afflussi di capitale nelle economie emergenti
(sostanzialmente per evitare che in esse si inneschi il ciclo di Frenkel; Baba e Kokenyne,
2011), mentre quello che a noi interessa  evitare deflussi di capitale da uneconomia
avanzata.
Gli studi generalmente riconoscono ai controlli unefficacia almeno temporanea, il che ai
fini immediati  sufficiente, perch il problema  come arrivare allora X. Una volta
scoccata questora, la valuta nazionale dovrebbe deprezzarsi abbastanza rapidamente, e da
quel punto in poi le esportazioni di capitali sarebbero automaticamente scoraggiate, perch
chi dovesse cercare di esportare valuta sopporterebbe una perdita secca immediata.

Chi decide?
Questa  evidentemente la questione pi delicata, ma su di essa gli studi internazionali non
fanno molta luce. Il fatto  che il processo decisionale dipende dalla struttura politico-
istituzionale di ogni singolo Paese.

Alcuni autori sostengono, probabilmente a ragione, che luscita da ununione monetaria sia
un atto pi penetrante dellabbandono di un semplice accordo di cambio. Quindi, mentre nel
1992 la decisione di uscire dallo Sme venne presa in tempi rapidi dal governo, di concerto
con la Banca dItalia, senza specifici provvedimenti, nel caso di una uscita dalleuro
occorrerebbe probabilmente lapprovazione di una legge speciale che disciplinasse tutti i
dettagli dei quali parliamo qui di seguito (il passaggio al nuovo conio, la ridefinizione dei
rapporti di debito e credito, gli eventuali controlli ai movimenti di capitali, con le connesse
sanzioni in caso di violazioni, eccetera).
In una Repubblica presidenziale come quella francese il compito  pi agevole: Sapir
(2011b) fa riferimento allarticolo 16 della Costituzione francese, quello che attribuisce
poteri eccezionali al presidente della Repubblica nel caso in cui le istituzioni della
Repubblica, lindipendenza della nazione, lintegrit del suo territorio o lesecuzione dei
suoi impegni internazionali siano minacciati in modo grave e immediato. In Italia non c
nulla di simile, e rimane allora aperta la questione se un simile processo decisionale possa
essere gestito con lo strumento del decreto legge, e di quali sarebbero le conseguenze
qualora non si riuscisse a convertirlo in legge entro i sessanta giorni prescritti. Daltra
parte, lidea adombrata da alcuni studi di convocare una seduta straordinaria del parlamento
a mercati chiusi (venerd sera?) per approvare durgenza una legge speciale, in questo
momento sembra molto poco praticabile, data la ostentata fede eurista di tutte le forze
parlamentari (con qualche vena di scetticismo qua e l).
Comunque, di tutti gli snodi pratici, questo  senzaltro il pi controverso. Va anche capito
che la fede eurista  destinata a sgretolarsi di fronte alla violenza dei mercati. Lo scenario

pi plausibile non  certo quello che vede manifestarsi in parlamento una maggioranza
disposta a smascherare leuromenzogna e a votare una legge a favore delluscita.
Borenzstein e Panizza hanno chiarito che questo comportamento non sarebbe razionale da
parte dei politici. Continueranno a far finta di niente fino a quando non diventer
impossibile farlo, e a quel punto il nodo politico-istituzionale dovr necessariamente
risolversi, stante la radicale insostenibilit delleuro.

La fase due: il passaggio al nuovo conio
Accade spesso che quello che preoccupa di pi i cittadini sia quanto preoccupa di meno gli
esperti. Questo principio si applica anche al caso della sostituzione delle vecchie banconote
e monete con le nuove. I cittadini sono preoccupati, perch a loro si dice, mentendo, che una
cosa simile non  mai successa. Gli esperti sono tranquilli perch sanno benissimo che
invece  successo centinaia di volte senza causare particolari problemi.

Princpi
In linea assolutamente generale ricordiamo che uno Stato sovrano (e lItalia ancora lo )
applica il principio della Lex monetae, in base al quale esso sceglie liberamente quale
valuta usare. Ne consegue che i contratti regolati dal diritto nazionale possono essere
semplicemente riconvertiti nella nuova unit di conto, senza che alcuna delle parti
contraenti possa eccepire questa conversione come motivo di recesso dalle obbligazioni
contrattuali.
Le conseguenze pratiche di questo principio sono disciplinate dagli articoli 1277 e
seguenti del Codice civile, che riportiamo per comodit del lettore:

Art. 1277 Debito di somma di danaro
I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore
nominale.
Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha pi corso legale al tempo del pagamento, questo deve
farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.

Art. 1278 Debito di somma di monete non aventi corso legale
Se la somma dovuta  determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facolt di pagare in
moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.
Art. 1281 Leggi speciali
Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i princpi derivanti da leggi speciali.
Sono salve le disposizioni particolari concernenti pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato.

A scanso di equivoci, vi esorto, nel leggere i titoli dei primi due articoli, a ricordare che
ogni debito di qualcuno  il credito di qualcun altro. Chi vi dice che i vostri depositi
bancari verranno convertiti in lire, ma la rata del mutuo dovrete pagarla in euro,  una
persona dalla limitata capacit di comprensione, o un terrorista prezzolato (due qualit
perfettamente compatibili). Ma andiamo con ordine.
Larticolo 1277 si applicherebbe laddove lEurozona esplodesse. In quel caso leuro non
ci sarebbe pi, non avrebbe pi corso legale da nessuna parte al tempo del pagamento, e i
pagamenti andrebbero fatti in moneta legale (nuova lira) ragguagliata per valore alleuro,
utilizzando il tasso di cambio stabilito alluscita (vedi sotto).
Larticolo 1278 si applicherebbe laddove lEurozona non esplodesse, per cui leuro
continuerebbe ad avere corso legale, ma non nello Stato italiano. In questo caso il debitore
potrebbe pagare in euro, ma ha facolt di pagare in moneta legale (nuova lira) al cambio
corrente alla scadenza. Ecco! interviene il luogocomunista terrorista Vedi! Il povero
consumatore sar schiacciato dalle rate del mutuo, perch dovr pagarle in euro o, il che 
lo stesso, in nuove lire svalutate. Calma. Leggiamo tutto. Queste disposizioni si applicano
a meno che non intervengano leggi speciali, previste dallarticolo 1281, e lo Stato

ovviamente dovr, gi nel decreto di uscita, prevedere una deroga allarticolo 1278
stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile
saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data delluscita, e non a quella
della scadenza del pagamento (che potrebbe risultare svalutato).
Perch dico ovviamente? Perch se non lo facesse condannerebbe allinsolvenza una
quantit abnorme di famiglie e di imprese. Nessun governo prenderebbe una decisione
simile, se non altro perch significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi
aspirazione politica dei suoi componenti. Del resto, non  questo quello che si aspettano i
mercati e non  questo quello che gli studiosi esteri (Sapir, Bootle, eccetera) prefigurano.
Va da s che la Lex monetae si applica simmetricamente ai debiti dei cittadini verso le
banche (quindi, ad esempio, ai mutui), ma anche ai debiti delle banche verso i cittadini
(quindi ai depositi bancari). Insomma: a tutti i rapporti, e quindi a tutti i pagamenti, che
ricadono sotto la sovranit nazionale.
Questo ha una conseguenza molto semplice: dato che i debiti delle banche, cio i depositi
dei loro clienti, saranno esigibili solo in nuove lire, a loro baster esigere il rimborso dei
loro crediti (cio dei mutui dei loro clienti) in nuove lire. Nellipotesi assurda che il
governo permettesse loro di esigere questi mutui in euro (cio nellipotesi che il governo
regalasse alle banche una rivalutazione dal 10 per cento al 20 per cento del loro attivo, e
non si vede perch dovrebbe farlo), lunico risultato che le banche otterrebbero sarebbe
quello di non vedere una (nuova) lira! Semplicemente, i clienti sarebbero costretti alla
bancarotta, e invece di un portafoglio crediti rivalutato del 20 per cento per effetto della
rivalutazione delleuro rispetto alla nuova lira, le banche si troverebbero il 50 per cento dei

propri crediti in sofferenza.
Perch mai dovrebbero fare una bischerata simile, me lo volete spiegare?
Certo, c il problema dei rapporti internazionali, lo so. Ne parliamo pi avanti. Ma se si
esce, il vostro mutuo con una banca italiana, governato dal diritto italiano, cade sotto la Lex
monetae. Punto.

Il tasso di conversione
Solo qualche stralunato o tendenzioso commentatore italiano ha potuto pensare che luscita
dalleuro implicherebbe il ritorno a una lira con la vecchia parit di 1936,27 rispetto
alleuro. Lo scopo di questi figuri  quello di connotare negativamente luscita dalleuro
come un ritorno al passato. Le provano proprio tutte, i professionisti della
disinformazione! Sono furbetti, non c che dire. Ma le cose non stanno cos: tutti gli studi
concordano sul fatto che si uscir con un tasso di conversione pari a uno, un euro per una
nuova lira.  la cosa pi semplice da gestire (anche in termini di adeguamento dei sistemi
informatici) e pi trasparente (detto brutalmente, il cambio uno a uno espone a meno
fregature del cambio 1936,27 a uno). Di fatto, questa brutta esperienza ci avr lasciato in
eredit una lira pesante, quella che Andreatta (1991) o Craxi volevano adottare negli anni
Ottanta.
Quindi: al momento delluscita il decreto che la sancir stabilir, invocando larticolo
1281 del Codice civile, che i debiti contratti in euro che ricadono sotto la giurisdizione
italiana potranno essere onorati in nuove lire con un tasso di cambio uno a uno. Se avete
5000 euro in banca, avrete 5000 nuove lire, e se la rata del mutuo  500 euro, sar 500

nuove lire. E se il mutuo  a tasso variabile? Buoni, dei tassi di interesse parliamo pi gi,
ma vi anticipo che tutti gli studi concordano sul fatto che, esattamente come nel 1992, anche
oggi, liberandoci dal vincolo esterno, potremmo godere di tassi pi convenienti. Calma.

Come sostituire monete e banconote
I precedenti storici indicano due soluzioni: preparare prima le nuove banconote, oppure
stampigliare le banconote vecchie, in attesa di sostituirle con le nuove. Nel caso
dellEurozona per Bootle (2012) sostiene in modo convincente che la soluzione pi pratica
sarebbe unaltra. Vediamo meglio.
Intanto, gli accordi interni allEurozona fanno s che non sia possibile considerare come
nuove lire le monete e le banconote che recano simboli o numeri di serie nazionali.
NellEurozona ogni euro  uguale a un altro.
La soluzione che consiste nello stampare in anticipo le nuove banconote ha qualche
precedente storico recente: ad esempio, il Sudan del Sud  riuscito nei sei mesi precedenti
la propria dichiarazione dindipendenza (8 luglio 2011) a stampare tutte le nuove banconote
necessarie per rendersi autonomo. Questa soluzione  anche quella consigliata da Sapir
(2011b), che propone nel caso francese una procedura di uscita in due fasi:
 fase preparatoria, nella quale la Francia implementa controlli sui movimenti di capitali,
reintroduce unilateralmente il principio del finanziamento monetario del fabbisogno
pubblico e provvede al riacquisto del proprio debito pubblico in mano estera stampando
gli euro necessari, invocando lo stato di necessit, e invitando gli altri Stati membri a
riunirsi al pi presto per riformare i trattati europei;

 fase decisionale, nella quale, qualora gli Stati membri non abbiano acceduto alle richieste
francesi, la Francia esce unilateralmente.
In questo schema, la preparazione delle nuove banconote dovrebbe aver luogo fra la prima
fase (una volta constatata linutilit dei tentativi di negoziato) e la dichiarazione delluscita,
cio linizio della seconda fase. Secondo Sapir questo compito richiederebbe circa un
mese, ma i precedenti storici suggeriscono tempi pi lunghi per il changeover (circa sei
mesi: questo  quanto  servito al Sudan nel 2011, ma anche alla Cecoslovacchia nel 1993).
La procedura in due fasi, per, convince poco nel caso dellItalia, perch la sua gestione
richiede una coesione nazionale e un potere decisionale forte che nel caso del nostro Paese
sono difficili da immaginare.
Laltra soluzione storicamente sperimentata  quella di stampigliare le vecchie banconote,
che diventano cos a tutti gli effetti utilizzabili per la circolazione, mentre quelle non
stampigliate sono automaticamente demonetizzate. Questa opzione  stata adottata ad
esempio in Cecoslovacchia nel 1993 durante la transizione al nuovo conio. Tuttavia, nel
caso delleuro ci presenta qualche criticit. Normalmente, questa tecnica  stata usata
quando la dissoluzione dellunione monetaria si accompagnava a quella di uno Stato
nazionale (come la Cecoslovacchia) o di un impero (come quello austroungarico), per cui il
vecchio conio era comunque destinato a scomparire. Nel caso delleuro, viceversa, esiste
una probabilit non piccola che esso continui comunque a sopravvivere, eventualmente
come moneta unica di un blocco del Paesi del Nord. Di conseguenza, laddove gli euro
stampigliati venissero percepiti dai cittadini come euro a tutti gli effetti, evidentemente
verrebbero tesaurizzati, nellattesa di esportarli (magari illegalmente, magari in pi riprese)

allestero.
Se la Bce dichiarasse recisamente che gli euro stampigliati andrebbero considerati come
valuta del Paese periferico, questo problema si mitigherebbe, ma naturalmente chi avesse in
portafoglio euro non stampigliati li terrebbe comunque per s, determinando una scarsit di
circolante. In questo senso ci sembra pi sensata la proposta di Bootle, che passiamo a
illustrare.

Facciamo a meno del circolante
La proposta parte da una constatazione ovvia: la stragrande maggioranza delle transazioni
avviene ormai utilizzando moneta bancaria o elettronica. Questo dato introduce una effettiva
discontinuit storica rispetto ai casi precedenti. Le transazioni business-to-business non
avvengono praticamente mai per contanti (a cominciare dal pagamento degli stipendi), e
anche fra i consumatori  ormai diffusissima la moneta elettronica. Il circolante resta
essenziale per le transazioni di piccolo importo. La Banca centrale europea (2011) segnala
che l87 per cento delle transazioni di importo inferiore ai 20 euro avviene ancora in
contanti nella media dellEurozona, con significative differenze (da un minimo del 65 per
cento in Olanda a un massimo del 91 per cento in Italia). In Paesi come la Francia il
pagamento con bancomat o assegno  accettato anche per piccoli importi: il limite non 
certo di tipo tecnico ma economico (costi di transazione) e culturale. Lunico settore
economico nel quale il contante resta effettivamente essenziale  quello che gli economisti
definiscono, con un piacevole eufemismo, informale: leconomia sommersa, o quella
criminale.

La proposta di Bootle  quindi la seguente:
 iniziare la stampa delle nuove banconote e il conio delle nuove monete subito dopo
lannuncio delluscita (iniziare prima metterebbe significativamente a rischio la necessaria
segretezza);
 contestualmente, chiudere i bancomat per evitare il prelievo di euro durante il weekend, e
ridefinire in nuove lire con cambio uno a uno tutti i depositi bancari, inclusi quelli
presso filiali nazionali di banche estere, comunque governati dal diritto italiano;
 alla riapertura dei mercati (alla fine del weekend), il prelievo di euro dai bancomat sar
nuovamente permesso, ma al tasso di cambio determinato dal mercato; 57
 incoraggiare il massimo impiego di moneta elettronica e bancaria (assegni) per tutte le
transazioni correnti;
 permettere luso di euro per regolare piccole transazioni.
Insomma: rimarrebbe sempre possibile prelevare euro dai bancomat (fino allarrivo delle
nuove banconote), ma secondo le regole che disciplinano oggi i nostri prelievi di valuta
estera dai bancomat di Paesi esterni allEurozona. Se prelevo 50 franchi svizzeri da un
bancomat a Zurigo, sul mio conto vengono addebitati 500.82=41 euro (applicando il
cambio corrente).
Vantaggi e svantaggi della proposta sono evidenti. Fra i primi:
 non ci sarebbe necessit di stampigliare le banconote;
 non si rischierebbero corse agli sportelli per prelevare euro, perch a essi verrebbe
applicato il nuovo tasso di cambio (fluttuante). 58
Fra gli svantaggi:

 risulterebbero penalizzati i consumatori meno familiari con i mezzi di pagamento
elettronici (anziani, eccetera) e i piccoli commercianti, questi ultimi nella misura in cui
non venissero adeguati i sistemi di pagamento.
 diventerebbe difficile regolare le transazioni riferite ai piccoli servizi domestici (baby-
sitting, lavori domestici) che tipicamente sono sommerse.
Sopra abbiamo detto che in caso di uscita la perdita di potere dacquisto sui mercati
interni corrisponderebbe non alla svalutazione rispetto alleuro, ma allinflazione da essa
conseguente (e sarebbe quindi pi ridotta). Nel caso si applicasse la proposta Bootle,
questa affermazione andrebbe qualificata, perch in effetti le transazioni che per qualsiasi
motivo si decidesse di regolare in euro subirebbero limporto della svalutazione.
Supponiamo che io debba comprare da un giornalaio una rivista che sabato costava 5 euro.
Il luned after questa stessa rivista coster 5 nuove lire. Se la potessi pagare con il
bancomat, mi verrebbero addebitate 5 nuove lire sul mio conto. Se invece il giornalaio non
 attrezzato, evidentemente dovrei prelevare 5 euro. Se nel giro di un weekend si
verificasse una svalutazione del 10 per cento, questi euro mi costerebbero 5.5 nuove lire
(il 10 per cento in pi). Attenzione, ho detto se.

Figura 44  La svalutazione della lira rispetto al valore di agosto 1992 (variazione percentuale cumulata del tasso
di cambio lira/Ecu).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2010).

Bella fregatura! direte voi, e sono daccordo, certo un minimo danno c, che
ovviamente va confrontato con i vantaggi. Nessuno, peraltro, ha mai detto che uscire sia una
passeggiata: uscire  possibile, si sa come farlo (e ve lo sto dimostrando) e i costi
macroeconomici ci sono, ma non sono quelli assurdi dei quali cianciano i giornali.
Lalternativa, ve lo ricordo,  farsi tagliare lo stipendio del 10-20 per cento. Vi ricordo

anche quei bei negozi dei quali parla Moro (2011): Tutto a mille lire, che in un altro day-
after divent rapidamente: Tutto a un euro. Cos, tanto per dire che in vita nostra, sui
piccoli importi, abbiamo preso fregature maggiori.
Ma soprattutto, il problema non va sopravvalutato. Luso degli euro per le transazioni in
contanti in effetti danneggerebbe poco il consumatore, per una serie di motivi:
 perch per definizione riguarderebbe piccoli importi;
 perch una serie di servizi sommersi (tipicamente tutti i servizi domestici) si basano su
rapporti fiduciari e potrebbe quindi essere relativamente agevole regolarli a credito, in
attesa delle nuove banconote;
 perch ladeguamento della nuova lira al suo nuovo valore di equilibrio sarebbe graduale.
Quando si parla di svalutazione del 20 per cento fra 1992 e 1993 ci si riferisce al dato
annuale. Ma noi stiamo parlando di una transizione verso il nuovo conio che prender al
pi 6 mesi. La figura 44 mostra che nel 1992 il nuovo livello di equilibrio (svalutato del
20 per cento) venne raggiunto in pi di sei mesi. Rispetto al dato di agosto la svalutazione
iniziale, quella del day after, fu di circa il 5 per cento, poi and al 12 per cento a ottobre,
scese al 9 per cento a novembre (perch nel frattempo anche altri Paesi avevano
svalutato), eccetera. Il processo fu graduale: a febbraio 1993 la svalutazione rispetto
allagosto precedente non aveva ancora raggiunto il 20 per cento. Tornando allesempio
fatto sopra (acquisto di una rivista), il day after, prelevando 5 euro dal bancomat, mi
verrebbero addebitati in conto non 5.5 euro, ma 5.25. Sono daccordo che  spiacevole,
ma non  catastrofico se lo confrontiamo ai vantaggi determinati dal rilanciare leconomia;
 perch i venditori potrebbero accettare (come comunemente fanno) di vendere a credito,

fino al raggiungimento di importi tali da giustificare luso di una carta bancaria, o magari
proporre prezzi differenziati (pi bassi) per chi regola le transazioni in euro. Sistemi di
prezzi duali si sono visti da tante parti nel mondo (ad esempio in Russia, appunto durante
la dissoluzione dellunione monetaria sovietica). Non sono lideale, ma possono
funzionare per assicurare una breve transizione. Del resto, per i commercianti
lalternativa, in caso di atteggiamento non cooperativo,  di vedere i clienti rivolgersi
ancora di pi alla grande distribuzione. Un esito che andrebbe scongiurato in tutti i modi,
perch in una visione di economia sostenibile  chiaro che occorrer valorizzare il
commercio di prossimit e la filiera corta. Qui comunque stiamo parlando di come gestire
la transizione, cio qualcosa che al pi durer sei mesi. In questo lasso di tempo, per
evitare distorsioni verso la grande distribuzione, ci sono anche altri strumenti:
 lo Stato potrebbe incoraggiare la diffusione di carte prepagate e di altri strumenti
elettronici di pagamento per i piccoli importi, finanziando ladeguamento delle strutture,
con specifici provvedimenti normativi da incorporare nelleventuale decreto legge di
uscita;
 nellesperienza italiana abbiamo gi avuto, alla fine degli anni Settanta, casi di scarsit
di contante, risolti mediante lemissione di assegni circolari delle varie Banche, emessi
in contropartita di depositi presso le banche emittenti (i famosi miniassegni). Anche
questa una soluzione non ottimale, ma che potrebbe comunque evitare al consumatore i
vari costi di transazione legati alluso delleuro o di un sistema di prezzi duale. La
Banca dItalia potrebbe accreditare essa stessa le banche in cambio di emissione di
miniassegni, quale moneta temporanea sostitutiva.

Va anche considerato che se da un lato si stima che il completamento della transazione
potrebbe richiedere un semestre, dallaltro le nuove banconote potrebbero cominciare a
circolare in tempi molto pi rapidi. I costi sopra elencati sono quindi del tutto transitori, e,
lo ripetiamo, vanno ponderati con il beneficio di consentire alleconomia di ripartire, alle
imprese di trovare commesse allestero e di poter riassumere, allo Stato di poter finanziare
progetti di investimento e di riqualificazione del territorio per rilanciare la domanda
interna, eccetera. In questa ottica i costi diventano veramente trascurabili e la soluzione
Bootle sembra effettivamente essere quella preferibile.

La fase tre: debiti e crediti
Cosa succede al mio mutuo? E il debito pubblico? Nessuno ci prester pi soldi! E
dovremo pagare gli interessi allestero in moneta svalutata, saremo schiacciati dai mercati!
Ecco: parliamone, ma parliamone in modo razionale. Circola sulla stampa una leggenda
metropolitana, un sapiente mix di complottismo e terrorismo, secondo cui dopo che la
svalutazione avr dimezzato il valore degli stipendi (e abbiamo visto, sopra, che questa 
una balla), il povero consumatore, pagato in nuove lire, dovrebbe per continuare a pagare
la rata del mutuo in euro perch le banche sono furbe, con in pi laggravante di una
fiammata dei tassi di interesse (altra balla, smentita dalle precedenti esperienze storiche).
Mi ripeto. Ci vuole una bella dose di ignoranza per non capire una cosa piuttosto ovvia:
ogni debito di qualcuno  il credito di qualcun altro. Se il rapporto  regolato dal Codice
civile nazionale (il che  la regola se i contraenti sono entrambi residenti in Italia, e questa
nozione comprende anche le filiali italiane di aziende di credito estero), la Lex monetae si
applica simmetricamente. Chi vi dice che i vostri depositi (presso una banca italiana)
saranno convertiti in lire, ma i vostri mutui (con una banca italiana) rimarranno in euro
commette uninqualificabile operazione di disinformazione terroristica. Nessuno (ripeto:
nessuno) degli studiosi che hanno affrontato operativamente il problema della conversione
prende nemmeno lontanamente in considerazione unipotesi simile, e il motivo lo abbiamo
gi detto: se non agisse cos, lo Stato condannerebbe allinsolvenza una percentuale enorme
di famiglie e imprese, e perch? Per far lucrare un illecito guadagno alle banche? Ma
queste, come vi ho gi fatto notare, dato che anche i loro debiti sarebbero stati ridenominati,
in fin dei conti avrebbero pi da perdere che da guadagnare dalla bancarotta dei propri

clienti, no? Non ci vuole molto a capire che questa prospettiva  assolutamente strampalata.
Vediamo quindi quali sono gli scenari pi plausibili, cominciando dai rapporti fra privati
residenti, passando poi al debito pubblico, e considerando infine le problematiche connesse
ai debiti/crediti esteri (cio quelli nei quali una controparte  non residente nel Paese), che
sono pi intricate perch a questi rapporti non  sempre possibile applicare la Lex monetae.

I debiti privati di diritto nazionale
Ci rientrano i mutui contratti da imprese o famiglie con una banca nazionale, o con una
filiale italiana di una banca estera, ma governati dal diritto nazionale, e in generale tutti i
rapporti di debito e credito definiti in valuta a corso legale (anzich specificatamente in
euro) nello Stato italiano. Questi rapporti verranno convertiti con il tasso uno a uno. La
conversione quindi sar simmetrica: non verranno convertiti in nuove lire solo i depositi,
ma anche i prestiti.
La famosa rata del mutuo che giustamente preoccupa il cittadino passer, poniamo, da 600
euro a 600 nuove lire, a parit di altre condizioni. Nel frattempo lo stipendio sar passato
poniamo da 1500 euro a 1500 nuove lire. Nellimmediato quindi non succeder
assolutamente nulla. Nel medio periodo bisogna vedere cosa accadr a tasso di inflazione e
tasso di interesse, tenendo sempre presente lovvio principio che un aumento dellinflazione
favorisce il debitore (cio chi ha contratto il mutuo), mentre un aumento del tasso di
interesse lo sfavorisce. Circa linflazione, abbiamo gi detto che comunque il suo impatto
non sar devastante. Circa il tasso di interesse, osserviamo che molti mutui sono agganciati
allindice Euribor, che non  riferito ai tassi italiani ma alla media di pi di 50 tassi

interbancari europei. Chi dice che i mutui a tasso variabile schizzerebbero al 25 per cento
dice quindi una ovvia fesseria, perch ci implicherebbe un aumento generalizzato e
prolungato dei tassi interbancari europei a livelli mai sperimentati nel dopoguerra (Borghi
Aquilini, 2012). Viceversa,  interesse di tutte le istituzioni europee garantire durante
luscita di un Paese rilevante come il nostro condizioni di liquidit sui mercati (lo abbiamo
notato parlando della necessit di fornire a queste istituzioni un breve preavviso). Inoltre, il
recupero della sovranit monetaria permetter allo Stato italiano di tenere sotto controllo la
dinamica dei tassi di interesse.
Sintesi: nervi saldi. Non date retta a chi vuole terrorizzarvi, perch  a libro paga di quel
potere che ci ha ridotti al punto in cui siamo, e cerca disperatamente di restare incollato alla
poltrona.

Il debito pubblico
E qui apriti cielo! Siccome ci hanno detto e ripetuto che questo  il problema, e che  colpa
nostra, linformazione su questo punto  distorta da una specie di masochistica volutt di
espiazione, che porta certi commentatori a ostentare un godimento tanto pi indecoroso,
quanto pi riescono a convincere e convincersi che lesito sar catastrofico, sar un default
(che poi sarebbe una bancarotta, ma dallAzzeccagarbugli in poi sappiamo che il latinorum,
oggi sotto forma di inglese, fa pi colpo sul popolino).
Premesso che ormai dovremmo sapere che non siamo in crisi per colpa del debito
pubblico, e che questo debito ha poco a che fare con colpe dei cittadini, e molto con precise
scelte di politica economica, eterodirette dalle centrali della finanza internazionale,

cerchiamo comunque di difenderci da questa informazione perversa, fornendo un resoconto
pi oggettivo.
Come la quasi totalit dei debiti pubblici europei, anche il debito italiano  governato
dalle leggi nazionali ed  quindi soggetto alla Lex monetae. LItalia, in quanto Stato
sovrano, pu decidere in quale valuta denominare i rapporti di debito e credito e questo
vale anche per il debito pubblico. Ci significa che chi possiede un Btp per 1000 euro, sia
un cittadino italiano o di un altro Paese, si trover con un Btp per 1000 nuove lire, e lo Stato
italiano gli corrisponder la cedola semestrale in nuove lire. Dal punto di vista legale ci 
perfettamente possibile ed  dubbio che possa essere considerato una bancarotta, dal
momento che lo Stato continuer a rispettare le proprie obbligazioni.
Per il creditore interno, ad esempio per una famiglia che detenga titoli di Stato presso una
banca, questo non cambia molto: cos come depositi, mutui, e altre forme di investimento
finanziario sui mercati interni, anche i titoli di Stato vengono convertiti uno a uno. Di fatto,
il bilancio familiare rimane lo stesso, e dove prima si leggeva euro poi si legger nuova
lira.
Lo stesso discorso vale per lo Stato, che ridefinendo il debito nel nuovo conio evita i
problemi derivanti dalla necessit di applicare un tasso di cambio fluttuante ai propri
esborsi per il servizio del debito, e soprattutto evita che lonere del debito esploda in
rapporto al Pil, come fatalmente sarebbe se il debito andasse onorato in euro. 59 Come
abbiamo visto, i nostri illuminati governanti, dal divorzio in gi, hanno fatto del loro meglio
per ridurci come lArgentina, e ci sono quasi riusciti, ma non del tutto. Dopo le rispettive
crisi, il debito pubblico di Paesi come lArgentina, la Russia, o le tigri asiatiche,  esploso

in rapporto al Pil perch era in gran parte definito in dollari e regolato da norme di diritto
anglosassone, che imponevano il regolamento in valuta forte, o la bancarotta. Ma questo non
 il caso dellItalia, che pu ridenominare il proprio debito pubblico.

Il debito pubblico estero
Parliamo allora dei creditori esteri dello Stato italiano.
Bootle (2012), mentre riconosce che la ridenominazione del debito pubblico italiano
potrebbe essere sufficiente ad assicurarne la sostenibilit, insiste al contempo sul fatto che
un simile evento potrebbe essere considerato un default dalle agenzie di rating e da
organismi quali la International Swaps and Derivatives Association (Isda), la societ
privata che gestisce il mercato dei derivati e in particolare quello dei Credit Default Swaps
(Cds). 60
Il mercato dei Cds  stato criticato pi volte per la sua mancanza di trasparenza e per gli
abusi ai quali si  prestato. 61 Noi, che in Italia una volta eravamo cos sensibili al tema del
conflitto di interessi, dovremmo interrogarci su quanto sia sensato attribuire a una
quindicina di esponenti di grossi operatori sul mercato la responsabilit di dichiarare un
credit event dal quale le istituzioni cui essi appartengono verosimilmente traggono perdite o
benefici. Ma lasciamo stare.
La preoccupazione di Bootle, economista della City, sembra un po quella del bue che dice
cornuto allasino. Certo che se lItalia ridefinisse il debito in nuove lire i creditori esteri
dovrebbero sopportare il costo della svalutazione. Ma scusate: ai creditori della Gran
Bretagna non  successa esattissimamente la stessa cosa? Parliamone. Abbiamo visto (figura

14 a pagina 82) che la Gran Bretagna dopo il settembre 2008 ha reagito allo shock Lehman
con una svalutazione secca, che nel quarto trimestre dellanno  stata di circa il 13 per cento
in termini effettivi (cio in media), andando da circa il 17 per cento verso il dollaro
statunitense, a circa il 12 per cento verso leuro. 62 Le passivit lorde della Gran Bretagna
verso il resto del mondo (comprensive di debiti pubblici e privati) nel terzo trimestre del
2008 erano di circa 6857 miliardi di sterline, di cui 230 miliardi di debito pubblico,
corrispondenti a circa 342 miliardi di dollari, o 245 miliardi di euro.
Naturalmente questo debito non era tutto collocato solo presso creditori statunitensi o
europei, quindi, in mancanza di statistiche precise sulla sua distribuzione,  difficile avere
una misura esatta di quanto il resto del mondo sia stato effettivamente colpito dalla
svalutazione della sterlina. Diciamo che se la valutiamo in dollari, la perdita determinata
dalla svalutazione  stata di circa 2000 miliardi, di cui 67 sui titoli pubblici, mentre se la
valutiamo in euro  stata di circa 1025, di cui 30 su titoli pubblici.
Qualcuno si  suicidato? Gli Stati Uniti hanno mandato portaerei alle foci del Tamigi?
Qualcuno ha parlato di default? Il Regno Unito  stato escluso dai mercati finanziari? Gli
sono stati imposti dazi? I suoi tassi di interesse sono schizzati alle stelle? No, no, no, mille
volte no, e sarebbe strano se fosse successo, perch una svalutazione  la normale risposta
a uno shock esogeno: il creditore, se non  scemo, come generalmente non , se la
aspetta, e la preferisce a una bancarotta del debitore. Lindebitamento estero del settore
pubblico inglese ha continuato a crescere, segno che nonostante la svalutazione i mercati
hanno continuato ad avere fiducia nel governo britannico. Il motivo, ovvio,  che il governo
britannico, avendo mantenuto sovranit monetaria,  perfettamente liquido, cio pu

comunque soddisfare le proprie obbligazioni battendo moneta. Quanto al debito privato,
molto pi rilevante, esso ha subto una flessione per due trimestri consecutivi, e poi ha
ricominciato a crescere dal terzo trimestre del 2009, tornando ai livelli dellanno
precedente. Questo, si badi bene, nonostante i tassi di interesse dopo la svalutazione siano
tutti scesi (quello sui titoli di Stato dal 4,80 per cento all1,25 per cento), in conseguenza
delle misure prese dal governo britannico per evitare una crisi di liquidit.
I numeri dellItalia, non bisogna nasconderselo, sono pi preoccupanti. Anche se la quota
di titoli pubblici italiani detenuti allestero  in caduta libera dal 2010, quando aveva
raggiunto il 45 per cento, le ultime statistiche della Banca dItalia (2012) dicono che 666
miliardi di titoli pubblici, pari al 34 per cento del debito totale, sono in mano a non
residenti. Questi dati per sono provvisori, e stime di altri centri di ricerca (Morgan
Stanley) forniscono cifre inferiori, intorno ai 500 miliardi. 63 Il conto  presto fatto: una
svalutazione del 10 per cento della nuova lira significherebbe per i non residenti una perdita
fra i 50 e i 70 miliardi di euro, che arriverebbe a quasi 130 miliardi se la svalutazione
raggiungesse il 20 per cento (un caso piuttosto improbabile). Saremmo insomma fra una
volta e mezzo e quattro volte la perdita subita dai creditori della Gran Bretagna a causa
della svalutazione della sterlina nel 2008.
Un evento grave, suscettibile forse di incrinare la fiducia dei mercati, ma tuttaltro che
catastrofico o senza precedenti. Ci sono poi diversi fattori da considerare, che in questo
ragionamento a bocce ferme non abbiamo preso in considerazione.
Lordine di grandezza fornito considera il caso doppiamente sfavorevole in cui il debito
pubblico estero italiano sia detenuto tutto da Paesi del centro dellEurozona (rispetto ai

quali la svalutazione dovrebbe appunto avere un ordine di grandezza simile), e che la
svalutazione non sia graduale. In effetti, una quota del debito  detenuta da Paesi come gli
Stati Uniti e il Regno Unito, rispetto ai quali la svalutazione sarebbe inferiore, o gli altri
Paesi periferici dellEurozona, che in gran parte seguirebbero lItalia, laddove questa
decidesse di uscire (e quindi il problema della svalutazione non si porrebbe). Inoltre, 
improbabile che anche verso i Paesi del centro la svalutazione possa essere istantanea,
mentre  verosimile che sarebbe graduale.
Lo spread che stiamo pagando, al di l della sua nota e ovvia dimensione di ricatto
politico, dal punto di vista tecnico segnala che i Paesi creditori stanno incorporando nel
tasso di interesse un premio per il rischio connesso alla svalutazione dellItalia. Levento,
quindi,  gi stato scontato dai mercati, che stanno incassando lauti interessi a titolo di
risarcimento anticipato del danno. Ci apre la strada a due considerazioni: la prima  che
avendo gi scontato il costo dellevento, i mercati in effetti non sarebbero penalizzati
indebitamente dalle misure prese dal governo italiano e non avrebbero motivo di reagire in
modo protezionistico. La seconda  che da pi di un anno stiamo pagando il costo
delluscita, in termini di premio per il rischio degli investitori esteri, senza per incassarne
il beneficio, in termini di recupero dellautonomia monetaria e valutaria e di rilancio
delleconomia. Stiamo pagando in anticipo una colpa che non  tale (il ripristino di un
minimo di razionalit economica), e stiamo pagando per non commetterla (non per averla
commessa). Chiaramente questa situazione  tanto paradossale quanto iniqua e dovr trovare
una soluzione.

Il default  inevitabile?
Al di l di queste considerazioni, il ragionamento secondo il quale se uscissimo svalutando
faremmo bancarotta perch nessuno ci farebbe pi credito non funziona molto, e questo per
due ben precisi motivi:
 perch lItalia storicamente ha avuto meno bisogno rispetto ad altri Paesi di ricorrere al
risparmio estero per finanziare la propria economia;
 perch anche se la svalutazione venisse considerata default (ma abbiamo visto che su
questo ci sono dubbi), le esperienze storiche dimostrano che i Paesi che riportano la
propria economia su un sentiero sostenibile ritrovano rapidamente la fiducia dei mercati.
Cominciamo dalla fine. Nelle esperienze delle economie emergenti le svalutazioni sono
state seguite da default perch, come abbiamo gi notato, il loro debito pubblico era
prevalentemente definito in valuta straniera e disciplinato dal diritto estero, quindi non
soggetto alla Lex monetae. Come nota Bootle, le economie avanzate normalmente non hanno
fatto bancarotta dopo una grande svalutazione ( il caso, ad esempio, dellItalia nel 1992),
per il semplice motivo che il loro debito definito in valuta estera era esiguo. Questo sarebbe
il caso dellItalia, che applicando la Lex monetae scioglierebbe il vero nodo del problema:
quello di esser stata ridotta dallingresso nelleuro al rango di Paese del Terzo mondo,
costretto a indebitarsi in una valuta estera (De Grauwe, 2011).
Anche nei casi in cui una crisi valutaria  stata seguita da default, la fiducia dei mercati 
stata ritrovata piuttosto rapidamente. Borenzstein e Panizza (2008) studiano
approfonditamente questo aspetto, e anche Bootle (2012) fornisce esempi eloquenti: uno  il
caso dellUruguay, che nel 2003 riusc in soli cinque mesi a ritrovare laccesso ai mercati

internazionali in seguito a un default.
Lidea quindi che lo Stato italiano si debba trovare costretto a sospendere i pagamenti
sembra un po pessimistica. Questa idea risente di un evidente e molto diffuso problema
metodologico: quello di voler considerare i costi delluscita in modo statico, senza tener
conto n dei benefici delluscita, n dei costi della permanenza nelleuro. Le evidenze ci
dicono che in caso di uscita da un aggancio nominale con svalutazione i Paesi, nel triennio
successivo, hanno sperimentato forti crescite del prodotto (Weisbrot e Ray, 2011). Si sta
quindi facendo strada fra i pi autorevoli commentatori lidea che limpulso dato
alleconomia produrrebbe le risorse necessarie a onorare gli impegni dello Stato. Daniel
Gros (2012) analizza il caso della Grecia, concludendo che un default non sarebbe
necessario. 64 E la situazione greca  decisamente peggiore della nostra.
Veniamo ora al primo punto: abbiamo veramente bisogno del risparmio estero? Certo, oggi
apparentemente s, perch leuro ha distrutto reddito e risparmio nazionali, e perch le
condizioni di finanziamento che dobbiamo subire allinterno dellEurozona sono
particolarmente vessatorie, soprattutto considerando che nel resto del mondo il costo del
denaro  in caduta libera, con tassi inferiori al 2 per cento in termini nominali e quindi
negativi in termini reali.
Ma non  sempre stato cos, e potrebbe tornare a non essere cos se uscissimo dalla
trappola delleuro. Ce lo indicano alcuni fatti, che elenchiamo prima di documentarli
brevemente:
 il governo italiano  in una posizione di surplus primario;
 il recupero della sovranit monetaria consentirebbe il finanziamento a tassi di interesse

meno onerosi;
 si reintrodurrebbero per le banche vincoli di portafoglio o incentivi di altra natura per
indurle ad acquistare una quota consistente del debito pubblico;
 le famiglie italiane hanno unalta propensione al risparmio, momentaneamente intaccata
dalla crisi, ma suscettibile di recupero.
Vediamo qualche ordine di grandezza, sperando di non annoiarvi troppo.
Intanto, il Governo italiano, nonostante le infauste apparenze, ha finanze meno fragili di
quanto potrebbe sembrare. La figura 45 mostra la distribuzione dei Paesi dellEurozona per
saldo primario di bilancio, cio per saldo al netto delle spese per interessi, considerando la
media dal 1999 al 2008. LItalia si piazza terza per surplus primario, con una media vicina
a 2.5 punti di Pil, molto al di sopra della Germania, o della Francia, la cui situazione in
questo riguardo non differisce molto da quella della Grecia (abbiamo del resto gi notato
che la Francia  un Paese che nel prossimo anno, il 2013, ci dar senzaltro delle
soddisfazioni, per cos dire). Gli ultimi scenari prodotti dal Fondo monetario internazionale
(2012) danno lItalia in testa in termini di avanzo primario, con una media superiore a 4
punti di Pil nel periodo 2012-2017.
Come nota Bootle (2012), fra i candidati alluscita, quelli che hanno un forte surplus
primario di bilancio pubblico sono nella posizione pi forte, per il semplice motivo che in
linea di principio sono in condizione di finanziare le proprie spese senza alcun bisogno di
indebitarsi, ovviamente laddove siano disposti a sospendere i pagamenti di interessi. Ma
lItalia sotto questo profilo si piazza molto bene, al punto che la sospensione dei pagamenti
non sarebbe certo necessaria.

Figura 45  Avanzo primario nei Paesi dellEurozona (media 1999-2008; punti di Pil).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2012).

Il solito luogocomunista, sempre in agguato, potrebbe dire: Certo che se non
consideriamo gli interessi stiamo messi bene! Ma se gli interessi sono cos onerosi ora che
siamo nelleuro, pensa cosa succederebbe se uscissimo! Gli interessi schizzerebbero (loro

dicono cos, lo abbiamo visto).
Ormai dovreste aver capito che le cose stanno in un altro modo. Il motivo per il quale
stiamo pagando alti tassi di interesse in questo momento, lo ripeto, non  legato n a un
rischio di sostenibilit del nostro debito (che non esiste se non in quanto gli alti tassi lo
determinano), n alle condizioni generali dei mercati finanziari internazionali. Gli alti tassi
sono legati alla nostra permanenza nelleuro, per il semplice fatto che gli investitori
anticipano il rischio di una nostra uscita con svalutazione.
La conseguenza  che quando saremo usciti, questo rischio non ci sar pi, le perdite
saranno state scontate, e lItalia potr permettersi tassi di interesse reali in linea con quelli
prevalenti nei mercati finanziari internazionali, che attualmente sono pressoch nulli o
addirittura negativi. Nel 2011 il tasso di interesse sui titoli a dieci anni, depurato
dallinflazione,  stato pari al 2.52 per cento in Italia, al -0.41 per cento negli Stati Uniti, al
-2.26 per cento nel Regno Unito.  evidente che le potenze alleate debitrici, Stati Uniti e
Gran Bretagna, hanno gi intrapreso un percorso di liquidazione del proprio debito
attraverso tassi reali negativi, secondo una prassi ciclicamente adottata negli ultimi due
secoli di storia (Reinhart e Sbrancia, 2011). Solo la permanenza nelleurotrappola
impedisce allItalia di inserirsi oggi in questa tendenza, come aveva fatto durante il periodo
di Bretton Woods.
La figura 46 mostra il potenziale impatto sulla spesa per interessi (in rapporto al Pil) di
una ipotesi di uscita con adeguamento dei tassi reali sul nostro debito pubblico a quelli
prevalenti sui mercati finanziari internazionali.
Lo scenario del Fondo monetario internazionale (2012) prevede che nei prossimi cinque

anni la spesa per interessi si avvii su un sentiero crescente, perch il costo medio del
debito, che nel 2011 era ancora sotto al 4 per cento, incorporer progressivamente gli effetti
dei rialzi che hanno portato i tassi sulle emissioni dellultimo anno vicini al 6 per cento. Si
noti che sotto queste ipotesi, cio in caso di permanenza nelleuro, il Fondo prevede che nel
2017 la spesa per interessi sia ancora in crescita. Ne consegue che nello scenario del Fondo
il governo italiano riesce a portare il fabbisogno pubblico (non rappresentato nel grafico)
all1 per cento del Pil solo spingendo lavanzo primario (cio al netto degli interessi) oltre
il 5 per cento del Pil, un valore assolutamente abnorme.

Figura 46  Impatto sulla spesa per interessi delluscita dallEurozona (punti di Pil).

Fonte: Fondo monetario internazionale (2012) e elaborazioni dellautore.

Lo scenario alternativo  costruito utilizzando ipotesi standard, ricavate dai vari studi che
abbiamo citato, e prevede che:
 dopo luscita la crescita reale salga al 2 per cento (contro lo 0.7 per cento previsto dal
Fondo);
 linflazione nei primi due anni sia pari al 5 per cento (contro l1.5 per cento previsto dal

Fondo), e quindi la crescita nominale sia pari al 7 per cento (2 per cento di crescita reale e
5 per cento di crescita dei prezzi);
 il tasso di interesse reale sui titoli del debito pubblico sia pari a -1 per cento (un valore
coerente con quelli attualmente prevalenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito);
 una quota pari al 30 per cento del fabbisogno pubblico sia finanziata con moneta (Sapir
propone un coefficiente di monetizzazione pari al 50 per cento, che nelle circostanze
italiane sembra per eccessivo);
 il saldo primario sia portato in pareggio, dalla situazione di avanzo al 4.5 per cento del
Pil prevista dal Fondo, liberando risorse da dedicare alla crescita.
Sotto queste ipotesi, che, se pure plausibili, hanno un valore sostanzialmente indicativo, si
vede che la spesa per interessi scenderebbe in quattro anni al 2 per cento del Pil, rispetto al
6 per cento previsto dal Fondo. 65 Uscire dalleuro smontando il meccanismo perverso
attivato dal divorzio avrebbe quindi un impatto estremamente propizio sui nostri conti
pubblici, riducendo la spesa per interessi, analogamente a quanto accadde dopo lo
sganciamento dallo Sme (si veda la figura 31, a pagina 188).
Qualcuno potrebbe chiedersi: Ma chi comprerebbe un titolo italiano con un tasso reale
cos basso? E la risposta  molto semplice: nel momento in cui lItalia ricominciasse a
crescere, i suoi titoli li comprerebbero le famiglie, le banche (inclusa la Banca dItalia,
realizzando un controllato finanziamento monetario del fabbisogno, incorporato nel nostro
scenario alternativo), e anche gli investitori esteri (dei quali ci sarebbe meno bisogno di
quanto non ce ne sia adesso, perch il Paese ricomincerebbe a crescere e risparmiare). Lo
farebbero perch, pur con rendimenti contenuti, i titoli di uno Stato italiano che avesse

recuperato sovranit e ricominciato a crescere sarebbero un investimento sostanzialmente
privo di rischio.
Le famiglie italiane storicamente hanno mostrato una propensione al risparmio elevata, che
solo la crisi ha scosso, ma che potrebbe rapidamente tornare ai livelli pre-crisi una volta
rimosse le cause di questultima. Anche in questa classifica lItalia  sul podio, come
mostra la figura 47.

Figura 47  Il tasso di risparmio nei Paesi dellEurozona (media 1999-2008).

Fonte: Ameco (2012).

LIstat ci mostra che dal 2007 a oggi la propensione al risparmio delle famiglie 
diminuita di quattro punti percentuali. Sono, ai valori attuali del reddito disponibile delle
famiglie, una cinquantina di miliardi di euro in meno allanno, un 3 per cento del Pil che con
la ripresa delleconomia potrebbe essere recuperato e convogliato almeno in parte verso
lacquisto di titoli del debito pubblico.

Inoltre, tutte le proposte di uscita prevedono che si ristabilisca, in via almeno temporanea,
un vincolo di portafoglio per il sistema bancario, che lo costringa ad acquistare titoli del
debito pubblico. Del resto, abbiamo chiarito che misure di questo genere rientrano a pieno
titolo nellesercizio della ritrovata sovranit monetaria.
E infine, lo ripetiamo, una volta immessa su un percorso di crescita, lItalia ritroverebbe
rapidamente la fiducia degli investitori internazionali.
Un default, o anche solo una ristrutturazione del debito pubblico italiano, sono quindi
eventi estremamente improbabili. La ridenominazione nella nuova valuta e la ritrovata
sovranit saranno sufficienti a porre il debito pubblico italiano su un sentiero sostenibile.

I debiti privati esteri
Ma non abbiamo dimenticato qualcosa? S, naturalmente, abbiamo dimenticato di dire cosa
succede ai debiti privati esteri, e non  una piccola dimenticanza, perch in effetti i
problemi maggiori rischiano di venire da l. Siamo per giustificati: di questo, che
potenzialmente  il vero problema in ogni Paese della periferia, incluso il nostro (se pure
in misura minore che negli altri partner europei), nessuno ci parla, per motivi ideologici .
Rimediamo subito, distinguendo fra famiglie e imprese, che presentano due scenari
radicalmente diversi.
Anche nei Paesi che sono debitori esteri netti, come la Grecia, le famiglie sono
generalmente in posizione creditoria verso lestero, e la crisi non ha cambiato la situazione.
Mentre  facile che una famiglia della periferia sposti i propri euro su una banca del centro
(per ovvi motivi precauzionali),  molto difficile che una famiglia della periferia chieda un

prestito a una banca del centro, e questo perch prima dello scoppio della crisi il credito
era sufficientemente a buon mercato in periferia, mentre dopo la crisi le banche del centro
comunque non accorderebbero credito a un cittadino della periferia. 66 Anche le famiglie
italiane sono creditrici nette nei confronti dellestero. 67 In questo senso il settore famiglie
di un Paese periferico che uscisse dalleuro sarebbe mediamente avvantaggiato in termini
finanziari, perch la svalutazione implicherebbe una simmetrica rivalutazione della
ricchezza investita allestero. 68
La situazione delle imprese  pi intricata.
Secondo la Banca dItalia (2012b), il debito estero lordo privato dellItalia nel 2011
superava i 1300 miliardi di euro (il doppio del debito pubblico estero), di cui circa 600
miliardi attribuibili ai settori non bancari, e circa 700 ai settori bancari. Rientrano in questi
debiti i prestiti obbligazionari collocati su piazze estere, gli eventuali debiti contratti con
banche estere allestero, i pacchetti azionari in mano estera (investimenti diretti), eccetera.
Il problema, anche in questo caso,  quello di capire quale ordinamento giuridico disciplina
il rapporto di credito/debito, ma  probabile che una buona parte di questi debiti sia
regolata dal diritto estero e quindi non possa essere ridenominata. Gestirla diventer
difficile, anche se bisogna considerare che oltre ad avere debiti verso lestero, le imprese
(bancarie e non) hanno anche crediti.
Le esperienze precedenti in questo senso sono controverse. Nel caso della crisi asiatica,
ad esempio, le svalutazioni dellordine del 30 per cento avvenute fra il 1997 e il 1998
furono seguite da unondata di bancherotte private (Tepper, 2012), ma va anche detto che in
Paesi come la Malesia o le Filippine il debito estero in termini netti (cio defalcando i

crediti) aveva raggiunto quasi il 50 per cento del Pil.
La svalutazione italiana del 1992, di un ordine di grandezza comparabile, non fu seguita da
particolari disordini sui mercati finanziari interni, ma il debito estero netto del Paese era
allora attorno all11 per cento del Pil. Oggi siamo al 20 per cento, una percentuale che  s
pi elevata di quella del 1992, ma rimane ben lontana ancora da quelle raggiunte a suo
tempo dai Paesi asiatici, o oggi dagli altri Paesi dellEurozona. Inoltre, la svalutazione che
ci aspetta sarebbe inferiore, e la situazione  diversificata fra i vari settori. Il settore privato
non bancario, escludendo il settore pubblico, in Italia  creditore netto dellestero, per circa
550 miliardi di euro, mentre il settore bancario (esclusa la Banca centrale)  debitore netto
per circa 235 miliardi (i dati si riferiscono alla fine del 2011).
Naturalmente, il fatto che nellaggregato crediti e debiti si compensino ci dice poco su
quanto potr succedere a livello della singola impresa o azienda di credito, e bisogna
prendere in considerazione il fatto che molte di esse saranno colpite sfavorevolmente dalla
svalutazione. Per questo motivo gli studi pi dettagliati danno per scontato che lo Stato
dovr intervenire, approfittando dello spazio fiscale che la ritrovata autonomia monetaria
gli offre.
Sapir (2011b) offre una proposta articolata, distinguendo tre casi:
 grandi imprese con filiali allestero: in questo caso, nellipotesi che le imprese
considerate continuino a effettuare profitti in valuta forte, la proposta  quella di
valutare caso per caso la necessit di un sostegno pubblico in presenza di difficolt
transitorie con il servizio del debito. Questo sostegno potrebbe essere accordato vuoi
attraverso prestiti ponte concessi da un polo bancario pubblico costituito allo scopo,

vuoi attraverso la partecipazione dello Stato, in seguito a un aumento di capitale; 69
 piccole e medie imprese: la loro esposizione ai mercati finanziari esteri  pi ridotta, ma
causa problemi proporzionalmente maggiori dato che queste imprese normalmente non
operano su scala multinazionale. La proposta  di allestire per esse delle linee di credito
agevolato, a tassi nominali molto bassi (1 per cento), per consentire loro di finanziare gli
accresciuti oneri del debito estero;
 aziende di credito: le principali aziende di credito dovranno essere commissariate mentre
gli organi di vigilanza stabiliranno lesatto importo delle perdite e dei guadagni
determinati dalla svalutazione. Verosimilmente, dato che la posizione netta sullestero del
settore bancario  debitoria, sar necessario intervenire per ricapitalizzare le banche. Ci
potr accadere sia attraverso il rientro dello Stato nellazionariato dei gruppi bancari, sia,
in casi estremi, attraverso la nazionalizzazione, anche temporanea, delle banche con
maggiori difficolt (vedi anche Bootle). Il governo potr finanziare queste
ricapitalizzazioni con emissioni di titoli. Il riacquisto da parte della mano pubblica del
controllo sul sistema bancario sar un necessario preliminare per la successiva scissione
fra banche dinvestimento e banche commerciali, da realizzare in tempi stretti.
Questi i suggerimenti della letteratura scientifica internazionale. Va anche notato, tuttavia,
che ancora una volta ci vengono presentati come catastrofici eventi di un ordine di
grandezza che abbiamo gi sperimentato in passato, uscendone vivi. I 235 miliardi di
euro di debito estero netto del settore bancario italiano alla fine del 2011 corrispondevano
al 15 per cento del Pil. La Banca dItalia (1998) ci ricorda che nel 1992 lesposizione delle
banche italiane verso lestero era appena leggermente inferiore, attorno al 13 per cento del

Pil, e non vi fu unondata di bancherotte. Sembra un po improbabile che oggi, a fronte di
una svalutazione che sarebbe inferiore a quella del 1992, due soli punti di Pil di debito
estero netto in pi possano scatenare un disastro finanziario che non si verific in presenza
di uno shock ben pi grande, e che in fondo non fa comodo a nessuno, e tanto meno ai Paesi
creditori.
Pi delle bancherotte, il vero rischio, ora come allora,  quello della svendita delle nostre
banche al capitale estero, un rischio al quale non si pu certo ovviare rimanendo
intrappolati nelleuro e nelle regole asimmetriche che governano lUnione europea a
beneficio dei grandi gruppi del Nord e dei loro solerti lobbysti.

55
Lo studio, date le sue palesi finalit terroristiche, non  esplicito su questo punto, e si limita ad affermare che se Grecia,
Portogallo e Irlanda facessero default simultaneamente, il costo per un cittadino tedesco sarebbe di circa 1000 euro. Si tenga
presente che il sistema bancario italiano, tanto per citare un Paese che dovrebbe esserci caro,  molto meno esposto di quello
tedesco verso i Paesi periferici, per motivi che dovrebbero esservi chiari, e quindi il costo per un cittadino italiano di un simile
evento sarebbe nei fatti trascurabile.

56
La pi recente e vicina a noi,  la dissoluzione dellunione monetaria fra Repubblica Ceca e Slovacchia nel 1993 (Fidrmuc
et al., 1999).

57
Quindi, ad esempio, se la valuta dovesse svalutarsi del 10 per cento, al prelievo di un euro dal bancomat corrisponderebbe
laddebito di 1.10 nuove lire sul conto del prelevante. Nota bene: il 10 per cento  indicativo, naturalmente, e non verr
raggiunto dalloggi al domani. Gli adeguamenti del cambio, storicamente, sono stati progressivi, il che ha delle ovvie (e

positive) conseguenze sul processo di transizione, come ci accingiamo a spiegare.

58
Non sarebbe possibile prelevare euro con il cambio iniziale di un euro per una nuova lira, quindi esportare (illegalmente) gli
euro prelevati, e poi farli rientrare nel Paese chiedendo 1.10 nuove lire (guadagnando i 10 centesimi). Il prelievo costerebbe
gi 1.10 nuove lire, e quindi non ci sarebbe incentivo allesportazione illecita.

59
Ricordiamo sempre che ci richiederebbe comunque che leuro continuasse a esistere nel Paese di residenza del
creditore, il che  s probabile ma comunque non certo.

60
I Cds sono una sorta di contratto assicurativo nel quale una parte, che possiede un titolo di credito, si impegna a
corrispondere dei pagamenti alla controparte, e questa, in cambio, si impegna a rifondere il valore nominale del credito in
caso di bancarotta, diventando titolare del credito stesso. Insomma: ti pago per assicurarmi contro il rischio che lItalia non mi
rimborsi il Btp, poi se scatta il credit event, come si dice in gergo, io ti do il Btp, tu me lo rimborsi al valore facciale, e poi
vedi se riesci farti dare i soldi dallo Stato italiano.

61
Ad esempio, poteva acquistare un Cds anche chi non avesse il titolo sottostante. Questa prassi  stata vietata dal
parlamento europeo nel 2011.

62
Il tasso effettivo viene da Fondo monetario internazionale (2010), i tassi bilaterali dal sito Pacific Exchange Rate Service,
fx.sauder.ubc.ca/data.html.

63
Nota bene: il debito pubblico italiano collocato allestero oggi  quindi pari al doppio del debito pubblico inglese collocato
allestero nel 2008. Nel frattempo, per, vista la mala parata, gli investitori hanno cominciato a considerare i Gilt britannici
come un bene rifugio, e quindi il debito pubblico inglese allestero  raddoppiato, arrivando a circa 500 miliardi di euro, una
somma non lontana da quella del debito italiano attualmente in mano estera.

64
Pi precisamente, Gros ipotizza che occorrerebbero circa dieci anni alla Grecia per tornare allattuale valore del Pil
nominale espresso in euro. La Grecia sarebbe quindi in grado di onorare i propri impegni in euro (cio senza applicare la Lex
monetae), anche dopo una svalutazione del 50 per cento, purch concordasse una ristrutturazione dei pagamenti con una
dilazione di un decennio e una rinegoziazione del tasso di interesse. Si noti che la proposta di Gros si pone comunque in una
prospettiva ibrida, perch ovviamente non avrebbe senso per il nostro Paese rivendicare la propria sovranit monetaria per
poi rinunciare a usarla, non ridefinendo il proprio debito in valuta nazionale. Ma appunto, il fatto che perfino in questa
prospettiva un Paese pi debole come la Grecia, costretta dai vari piani di aiuto ad accettare impegni soggetti a giurisdizioni
internazionali, sostanzialmente riesca a onorare i propri impegni, chiarisce che le conseguenze delluscita in termini di finanze
pubbliche per un Paese come lItalia non sarebbero cos catastrofiche.

65
La crescita nominale pi sostenuta permetterebbe di portare il debito al 106 per cento del Pil gi nel 2017, e al 100 per
cento nel 2020, pur avendo liberato una notevole quantit di risorse da destinare alla crescita: il risparmio di interessi, la
possibilit di espandere la spesa primaria, e la possibilit di finanziamento monetario del deficit, liberano, nello scenario
alternativo, 172 miliardi di euro da dedicare alla crescita (di cui solo 50 corrispondenti a finanziamento monetario).

66
Ricordo comunque che le filiali nazionali di banche estere sono regolate dal diritto nazionale e si considerano quindi a tutti
gli effetti banche nazionali: le considerazioni nel testo si applicano alle filiali estere di banche estere.

67
Lo confermano i Conti finanziari della Banca dItalia,
www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/pimecf/2012/sb39_12/suppl_39_12.pdf.

68
Naturalmente ci riguarda solo il segmento pi facoltoso delle famiglie, e rimane il rischio che i Paesi del centro
reagiscano secondo la proposta di De Grauwe e Ji (2012), limitando la convertibilit per non residenti.

69
Misure di questo tipo sembrano pi adatte alla situazione francese che a quella italiana.

Dopo leuro

Il percorso compiuto fin qui porta a una conclusione: leuro  antidemocratico (lo confessa
perfino chi, come Attali, ha contribuito a definirne le regole), ed economicamente
insostenibile. Due ottimi motivi per rifiutarlo.
Il suicidio economico collettivo di un intero continente, se pure venisse accettato dai suoi
abitanti, orwellianamente condizionati dai mezzi di informazione, verrebbe comunque
rifiutato dai mercati. Questi manifestano un nervosismo sempre maggiore di fronte alle
politiche di austerit praticate dai vari garzoni di bottega, che il grande creditore teutonico
ha inviato in giro per lEuropa a riscuotere i sospesi. Il pragmatismo anglosassone dei
mercati capisce che una volta ridotta lEuropa a un deserto economico, non ce ne sarebbe
pi per nessuno, avrebbero perso tutti, soprattutto i creditori. Lintransigenza di stampo
leghista della cancelliera Merkel, foriera di tensioni internazionali, viene criticata da
tempo anche allinterno del suo stesso Paese. Non  una donna molto intelligente,
dichiarava gi nel 2010 lex cancelliere Helmut Schmidt allHandelsblatt, sostenendo come
la politica della Bundesbank, alla quale la Merkel rigorosamente si conformava e tuttora si
conforma, fosse sostanzialmente contraria alla logica dellintegrazione europea, e come il
mercantilismo, la politica economica basata sul perseguimento del surplus estero a tutti i

costi, fosse, nel lungo periodo, fallimentare. Dopo pi di dieci anni, al lungo periodo, e
quindi al fallimento, possiamo dire di esserci arrivati.
Non possiamo sapere esattamente quando accadr: probabilmente non prima delle ormai
imminenti elezioni americane, ma verosimilmente nel corso del prossimo anno, il 2013,
quando la crisi diventer conclamata in Francia. 70 Anche in questo caso abbiamo un
precedente storico: quando nel 1992 le tensioni dello Sme credibile ci colpirono nel modo
che abbiamo pi volte ricordato, lItalia venne additata, come al solito, come la pecora
nera, costretta a svalutare dal retaggio dei propri vizi atavici. Quando, un anno dopo, le
stesse tensioni si scaricarono sulla Francia, le regole dello Sme vennero semplicemente
cambiate (il 10 agosto 1993), adottando una banda di oscillazione dei cambi del 15 per
cento, che di fatto trasformava lo Sme in un sistema di cambi fluttuanti. Fossero state
cambiate un anno prima, avremmo evitato la crisi. Ma limportante  che prima o poi quello
che  assurdo venga riconosciuto per tale e smantellato.
Daltra parte,  inconcepibile che i cittadini francesi possano accettare anche solo per un
giorno il martellamento mediatico colpevolizzante al quale sono sottoposti ormai da anni i
cittadini dei Paesi periferici dellEurozona, Italia compresa, accusati dai propri governi e
dai propri mezzi di informazione di essere i colpevoli della crisi, a causa della propria
scarsa produttivit, della propria corruzione e via dicendo. Durante la scorsa campagna
elettorale presentarsi in televisione insieme ad Angela Merkel non ha portato molta fortuna
a Nicolas Sarkozy: il tentativo di rassicurare i mercati ha evidentemente preoccupato gli
elettori. Da parte sua, Hollande  in caduta verticale nel consenso degli elettori: gli elementi
perch la situazione esploda ci sono tutti, ed  solo questione di (poco) tempo. Si

realizzeranno allora le profetiche parole di Martin Feldstein (1997) che abbiamo pi volte
citato: Le aspirazioni francesi alluguaglianza sono incompatibili con il desiderio tedesco
di egemonia. Qualcosa dovr succedere.
Non possiamo nemmeno sapere chi gestir luscita. Come abbiamo osservato, per quel che
ci riguarda sar certamente il governo sbagliato, cio un governo che fino al giorno prima
avr ostentatamente difeso i valori (antidemocratici) delleuro. Ma il probabile collasso del
sistema interbancario europeo, a fronte dellaumento delle tensioni politiche, e
dellaccumularsi degli squilibri determinati dal fallimento delle politiche di austerit, non
lascer scelta. La soluzione sar imposta dai mercati, e il giudizio politico arriver dopo.
Proprio questo, per, garantisce che il buon senso prevarr, come notano De Grauwe e Ji
(2012). I governi europei, tutti, di qualsiasi colore, lasciati a se stessi, non avrebbero altra
opzione che quella di perseverare nel delirio ideologico delle proprie menzogne. Nessuno
direbbe: Abbiamo sbagliato, perch chi lo facesse pagherebbe costi elettorali
elevatissimi. Ma appunto, lo ripetiamo, sono proprio queste menzogne (leuro ci difende,
lausterit far ripartire leconomia) che infliggono perdite sempre pi pesanti ai
mercati, e saranno questi a reagire, ponendo fine al delirio.
Come abbiamo visto, innumerevoli precedenti storici ci informano sul fatto che gli agganci
valutari fra Paesi troppo diversi falliscono sempre. Abbiamo anche visto che nel caso
dellEurozona esistono solide basi giuridiche su cui fondare la transizione verso un regime
meno folle, abbiamo analizzato le forme che questa transizione potrebbe prendere sotto il
profilo tecnico, ne abbiamo valutato le principali conseguenze macroeconomiche, in termini
di crescita, svalutazione, inflazione, gestione del debito pubblico e del debito estero, e

abbiamo accennato a una possibile agenda economica da perseguire una volta ritrovata
lautonomia valutaria, e quindi quella monetaria, e quindi quella fiscale.
Lo ripetiamo: lEuropa non  leuro, lEuropa non  lUnione europea. Le forme che
lintegrazione europea ha preso negli ultimi trentanni, essendo visibilmente condizionate
dalle logiche economiche del Paese egemone (Krugman, 1998), non potevano che
allontanare i Paesi europei da un comune percorso di sviluppo, come molti economisti
avevano ampiamente previsto. Contestare queste forme non significa essere antieuropei. 
invece antieuropeo, spesso semplicemente per difetto di cultura, qualche volta per
asservimento a interessi particolari inconfessabili, chi si ostina a difendere queste
istituzioni fallimentari, contro ogni ragionevole evidenza e contro lavviso dei maggiori
studiosi internazionali.
Che unEuropa senza euro e senza (o con una diversa) Unione europea possa essere
migliore  ormai opinione condivisa in vari ambienti, da quelli accademici, a quelli politici.
Ma ci sono dati che la supportano, questa opinione, oppure  anchessa un pio desiderio,
come evidentemente lo era quello che leuro ci proteggesse dalle crisi? Per verificarlo,
cerchiamo di analizzare qualche possibile scenario, partendo dalla situazione del nostro
Paese e allargando progressivamente lo sguardo.
Un percorso autonomo dellItalia, sganciato dallEurozona e dallUnione europea cos
come la stiamo sperimentando  desiderabile e sostenibile, come abbiamo cercato di
documentare nelle pagine precedenti. Ma sarebbe verosimilmente pi auspicabile la
ripresa, su basi razionali e paritarie, di un percorso comune con i Paesi europei, che
proceda dallabolizione dellEurozona e dalladozione di un insieme di regole

economicamente pi razionali. Un percorso comune potrebbe portare benefici non solo al
nostro Paese, ma allintera economia mondiale. Ferme restando quindi le ragioni che
suggeriscono la necessit di un rapido sganciamento dellItalia dalla follia delleuro, 
anche importante delineare quali potrebbero essere le linee guida di questo percorso
comune. Compito, questo, piuttosto facile, perch, come vedremo, la maggior parte del
lavoro  stata svolta pi di cinquantanni or sono.

LItalia
Per verificare leffettiva sostenibilit, da parte dellItalia, di un percorso di sviluppo
autonomo, almeno nel breve-medio periodo, analizziamo i due problemi pi urgenti che
lItalia dovrebbe fronteggiare dopo luscita dallEurozona: le reazioni degli altri Paesi
membri, e la dinamica dellindebitamento pubblico.

Le reazioni degli altri Paesi
Uno degli argomenti utilizzati per indurre i cittadini dei Paesi periferici a restare in trappola
 la minaccia di reazioni devastanti da parte degli altri Paesi dellEurozona, reazioni che, si
dice, potrebbero andare dallimposizione di dazi esorbitanti, allisolamento politico del
Paese che decidesse unilateralmente di uscire. Cerchiamo di riflettere serenamente sugli
scenari possibili, partendo da due presupposti:
 lidea che i Paesi del centro reagirebbero schiacciando quelli della periferia, invece di
cercare una soluzione cooperativa, procede da una prospettiva che potrebbe rivelarsi non
completamente corretta: quella che i Paesi del centro siano in una situazione economica
molto pi solida rispetto a quelli della periferia, che darebbe loro la certezza di uscire
vincitori da un eventuale conflitto economico;
 leventualit di reazioni di tipo conflittuale  legata comunque alle modalit politiche di
gestione delluscita che verranno scelte, nonch agli effetti a catena che potrebbero
determinarsi a valle delluscita di un Paese come lItalia.
Uno studio di Merril Lynch International diffuso nel luglio scorso (Woo e Vamvakidis,

2012) chiarisce che lItalia  il Paese che avrebbe il maggior incentivo a uscire
dallEurozona, per i motivi elencati nel capitolo precedente (la relativa solidit del Paese in
termini di avanzo primario di bilancio, la verosimile riduzione del costo del suo debito
pubblico in caso di uscita, il fatto che la ridenominazione del debito estero nel suo caso non
porterebbe necessariamente a un default).  chiaro per che luscita di un Paese periferico
incentiverebbe gli altri a uscire, in rapida successione, perch posti di fronte a un chiaro
esempio del fatto che luscita  possibile, una volta infranto il truffaldino dogma
dellirreversibilit delleuro, i risparmiatori degli altri Paesi periferici si affretterebbero a
esportare i propri capitali, mettendo i rispettivi governi nella necessit di imporre controlli
e provvedere rapidamente alluscita dallEurozona (Tepper, 2012).
Ci avrebbe due conseguenze. La prima, spesso evocata dai media italiani,  che gli
eventuali effetti benefici della svalutazione italiana verrebbero contrastati dal fatto che altri
Paesi europei svaluterebbero a loro volta, il che, secondo i nostri piccoli Goebbels,
renderebbe inutile luscita. Questo argomento sembra plausibile, ma procede da una
valutazione disinformata. I Paesi periferici dellEurozona assorbono appena il 9 per cento
delle esportazioni italiane, 71 contro il 32 per cento dei Paesi del centro, cui dovremmo
aggiungere gli altri Paesi rispetto ai quali la nuova lira svaluterebbe (ad esempio, Regno
Unito e Stati Uniti, che contano per un altro 11 per cento). Insomma, i Paesi che sono
suscettibili di svalutare quanto o pi di noi contano per meno del 10 per cento del nostro
interscambio commerciale, quindi lidea che un effetto a catena annullerebbe i benefici
della svalutazione  un po azzardata (e infatti nessun analista serio la considera).
La seconda conseguenza  che in seguito alluscita lItalia non si troverebbe

completamente isolata in termini politici. Ci ristabilirebbe degli spazi di negoziato e
sconsiglierebbe misure commerciali aggressive da parte dei Paesi del centro. In questo
senso, molto dipende dallatteggiamento che i governi vorranno o potranno adottare. Da un
lato infatti esistono ampi margini per argomentare che luscita avviene a causa di violazioni
commesse dalla controparte (si vedano sopra gli argomenti di Barra Caracciolo, 2012), e
che la sola uscita dalleuro non  risolutiva, ma occorre ripensare le stesse modalit di
adesione allUnione europea, prendendo quindi un atteggiamento reciso in punto di diritto.
Dallaltro, tutti gli studi suggeriscono di prendere misure che attutiscano il colpo,
evitando in particolare di delegittimare le istituzioni comunitarie e di annunciare
immediatamente luscita dallUnione europea, quando anche questo si dimostrasse
desiderabile (Bootle, 2012), presentando viceversa le deroghe dai trattati come misure
provvisorie (Sapir, 2011b).
Il vantaggio  che in questo modo sarebbe sempre possibile, da parte dei Paesi uscenti,
presentare le misure prese come applicazione delle clausole di salvaguardia variamente
previste dai trattati (cosa pi difficile da argomentare se i trattati venissero ricusati
totalmente). Al contempo, ritorsioni in senso protezionistico da parte dei Paesi del centro
sconfesserebbero il credo liberoscambista dellUnione europea (Sapir, 2011b), e
contraddirebbero la necessit di continuare a rendere attraente per i Paesi al margine la
prospettiva di aderire allUnione europea (Bootle, 2012). Questa necessit non va
sottovalutata, perch fra i Paesi in bilico, come abbiamo notato, figura anche la Francia.
Non sarebbe molto intelligente da parte della Germania spingere questultima nel blocco dei
Paesi del Sud.

Al di l di queste considerazioni politiche, si applicano anche allItalia le considerazioni
che Sapir (2011b) svolge per la Francia: dato che molte industrie italiane operano come
subfornitrici di industrie tedesche, gli industriali tedeschi potrebbero non vedere di buon
occhio lapplicazione di dazi ai prodotti italiani, mentre sarebbero avvantaggiati dalla
diminuzione dei prezzi delle subforniture indotta dalla svalutazione.
C poi unulteriore considerazione, piuttosto ovvia, ma che raramente viene svolta:
quando si parla di uscita  naturale soffermarsi sulla sua prima motivazione e conseguenza,
cio sul necessario riallineamento dei cambi. Ci porta a concentrare lattenzione sugli
effetti di prezzo. In questo modo per si trascura il fatto che la ripresa delleconomia
italiana avrebbe anche ripercussioni positive sulleconomia tedesca: laumento del reddito
degli italiani determinerebbe una maggior domanda di prodotti esteri, anche tedeschi. Ci
compenserebbe almeno in parte la riduzione delle esportazioni nette dalla Germania verso il
nostro Paese.
Daltra parte, basta rovesciare il ragionamento per capire cosa intendiamo: il 2012  stato
un interminabile bollettino di guerra per leconomia tedesca, durante il quale le previsioni
di ripresa della produzione industriale venivano successivamente smentite, fino allultimo
dato del -1.7 per cento su base annua nel mese di luglio (fonte Eurostat), ed era sempre pi
chiaro come ci dipendesse dal crollo delle principali economie di sbocco, i Piigs. Dopo
lestate si  parlato di ripresa, suggerendo che la Germania avesse conseguito un surplus
commerciale nei riguardi della Cina, e quindi che ormai non avesse pi bisogno della
domanda espressa dai Paesi periferici dellEurozona, ma le cose ovviamente non stanno
cos. Gli ultimi dati consolidati disponibili sul sito Destatis (2012) chiariscono che nel

2011 le esportazioni verso i Paesi mediterranei ammontavano a 108 miliardi di euro, quelle
verso la Cina a 64 miliardi, e soprattutto, in termini netti (cio sottraendo le importazioni),
mentre la Germania aveva un surplus di 30 miliardi di euro verso i Paesi mediterranei,
verso la Cina aveva un deficit di 14 miliardi di euro. La Cina, quindi, continua a sottrarre
domanda alla Germania, in termini netti, mentre i Paesi periferici continuano a sostenere la
crescita tedesca.
Vista con gli occhi della razionalit economica, la strategia di intransigenza nei confronti
dei Paesi periferici  totalmente demenziale, perch equivale, per la Germania, a segare il
ramo sul quale  seduta. Ma lindebolimento dei Paesi periferici potrebbe anche essere
deliberatamente perseguito per mettere questi ultimi nella necessit di svendere le proprie
aziende pubbliche e private. Pensateci: lausterit imposta di fatto dal governo tedesco, con
la compiacenza dei suoi garzoni di bottega, uccide la domanda interna dei Paesi periferici.
La redditivit delle aziende della periferia crolla, cos come crollano, nelle turbolenze
indotte e guidate dalla manovra degli spread, le quotazioni in borsa delle aziende quotate.
Tutti elementi che evidentemente conducono i piccoli, medi, e grandi imprenditori italiani
ad accettare offerte di acquisto che in condizioni di maggior floridezza economica
potrebbero rifiutare.
Un eventuale intento di tipo colonialistico, insomma, potrebbe conferire razionalit a un
atteggiamento altrimenti insensato. Ma se, come  molto probabile e com evidente nella
scansione degli eventi, lintento che oggi guida lintransigenza tedesca fosse quello di
annettersi a vile prezzo il resto dellEurozona (in una sorta di riedizione della riunificazione
tedesca), ci determinerebbe,  chiaro, per i Paesi periferici, un ulteriore incentivo a

sganciarsi il prima possibile dalleuro e dallUnione europea.

La liquidazione del debito
Abbiamo visto (figura 46 a pagina 355) che uno sganciamento dellItalia dalleuro
porterebbe a un sensibile risparmio della spesa per interessi sul debito pubblico. La nostra
simulazione, puramente indicativa,  condotta nel presupposto che la Banca centrale
ridiventi uno strumento nelle mani nel Tesoro, e incorpora quindi lipotesi di
monetizzazione parziale del fabbisogno (il 30 per cento del fabbisogno viene finanziato
stampando moneta). Tuttavia anche autori del tutto rispettosi del dogma antidemocratico di
indipendenza della Banca centrale concludono che luscita dellItalia dalleuro porterebbe a
una diminuzione dei tassi di interesse sul debito. Ci varrebbe, in realt, per tutti i Paesi
periferici, dove il costo elevato del debito  dovuto al fatto, unanimemente riconosciuto, che
essi non hanno una politica monetaria indipendente, il che rinforza il rischio percepito di
svalutazione e di bancarotta (Woo e Vamvakidis, 2012).
A nostro avviso luscita dallEurozona sarebbe sostenibile, in termini di finanza pubblica,
non solo nel breve periodo, come abbiamo visto nel capitolo precedente, ma anche nel
lungo, per due motivi, uno interno e uno internazionale.
Del motivo interno abbiamo gi parlato: lItalia, dato ampiamente riconosciuto dalla
letteratura economica,  posizionata meglio degli altri Paesi periferici in termini di
risparmio delle famiglie e di avanzo primario del settore pubblico. Il governo italiano
quindi non dovrebbe incontrare soverchie difficolt a finanziarsi sul mercato finanziario
nazionale, tenuto anche conto del fatto che al finanziamento sarebbero chiamate a

partecipare la Banca nazionale (attraverso la monetizzazione del deficit) e le aziende di
credito (tramite limposizione di un vincolo di portafoglio).
Nel lungo periodo potrebbe giocare un ruolo determinante il motivo internazionale.
Come documentano Reinhart e Sbrancia (2011), lattuale fase storica  caratterizzata da una
crisi debitoria di proporzioni epocali, comparabili a quelle della crisi del 1929, e della
crisi seguita alla seconda guerra mondiale. Lesperienza storica dimostra che i possibili
percorsi di uscita da crisi di questa entit sono obbligati: o la bancarotta, o liperinflazione,
o il ripristino di un sentiero di crescita moderatamente inflazionistico, assistito dalla
regolamentazione dei mercati finanziari (quella che gli economisti chiamano repressione
finanziaria). Nellesperienza storica lausterit, comunque definita, non ha mai
rappresentato una via duscita da una crisi debitoria. 72
Dopo la seconda guerra mondiale le potenze alleate scelsero la strada della
regolamentazione finanziaria e dellinflazione, un percorso condiviso dalle potenze
dellAsse, che per passarono attraverso episodi di default con o senza iperinflazione. 73
Nel periodo della repressione finanziaria, che Reinhart e Sbrancia datano dal 1945 al
1980, il tasso di interesse reale medio sui titoli del debito pubblico (cio il tasso calcolato
al netto dellinflazione) fu del -1.6 per cento in media nelle economie avanzate, contro il 2.8
per cento dal 1981 al 2009. Fu il mantenimento di tassi di interesse reale negativi o
prossimi allo zero a garantire la liquidazione degli ingenti debiti accumulati, lungo un
sentiero di crescita moderatamente inflazionistica. Naturalmente, il collocamento di titoli
con tassi di interesse cos contenuti era appunto favorito dalladozione totale o parziale
delle misure che abbiamo visto rientrare nel concetto di regolamentazione o

repressione finanziaria.
Ora, ci sono un paio di dati che generalmente sfuggono a quella categoria di espertoni
particolarmente funesta costituita dai portatori di visione geopolitica. Sono quelli che
normalmente concludono che dobbiamo restare nelleuro, perch fuori non si sa cosa ci sia
(ma abbiamo visto che la storia e leconomia tolgono parecchi dubbi in merito), e perch il
nemico amerikano non vede lora che noi ci isoliamo dal gregge europeo per farci sbranare
dal lupo della speculazione.
Le cose che non vanno in questa storia sono tante, e alcune le abbiamo gi dette: ad
esempio, non ci sono esempi cogenti di Paesi con fondamentali sani (surplus estero)
attaccati dalla speculazione, per quanto piccoli fossero, e quindi se lItalia uscisse e
recuperasse competitivit, sarebbe difficile che venisse attaccata. Ma soprattutto, questo
approccio visionario dimentica due banali dati di fatto.
Il primo, del tutto generale,  che per un debitore  pi facile andare daccordo con un
altro debitore, piuttosto che con un creditore. In questa ottica, rudimentale ma efficace, 
chiaro che lItalia, posto che non possa camminare con le proprie gambe, ha pi interesse ad
appoggiarsi agli Stati Uniti (per fare un esempio) piuttosto che alla Germania. Questultima,
quando anche non fosse creditrice diretta dellItalia, avrebbe comunque un interesse a
propugnare politiche deflazionistiche, per evitare di essere rimborsata in moneta svilita
dallinflazione. LItalia ha un interesse contrario. Non va poi dimenticato che le banche
tedesche sono pesantemente esposte sul mercato dei subprime statunitensi (Johnson, 2011).
Ma gli Stati Uniti, a differenza della Grecia, non sono un debitore con il quale si possa fare
la voce grossa. Questo suggerisce che certe intransigenze tedesche dovranno prima o poi

venire a patti con la realt.
Il secondo dato  contingente allattuale situazione storica. Il comportamento di Stati
Uniti e Gran Bretagna lascia intuire che questi Paesi hanno intrapreso, se pure
timidamente, un percorso analogo a quello tracciato dopo la seconda guerra mondiale.
Non c nulla di definito, per ora, ma il fatto che lo scorso anno i tassi di interesse reali
siano stati negativi in entrambi i Paesi, il fatto che si parli di ripristinare il ring fencing (la
separazione fra banche commerciali e banche dinvestimento), il fatto che organismi come il
Fondo monetario internazionale ammettano la possibilit e lefficacia (in alcuni casi) dei
controlli dei movimenti di capitale, il fatto che gli organi di stampa espressione della
comunit finanziaria internazionale parlino di fine del dogma dellindipendenza della Banca
centrale, il fatto che il governatore della Fed, Ben Bernanke, abbia adottato il cosiddetto
Quantitative Easing 3, cio limpegno di acquistare titoli pubblici per 40 miliardi di
dollari al mese fino a quando leconomia reale statunitense non dia segni di ripresa, sono
tutti elementi che indicano un cambio di atteggiamento da parte delle principali potenze
finanziarie mondiali. Un atteggiamento, insomma, pi favorevole a ripristinare un ambiente
ordinato sui mercati finanziari mondiali, assicurando un percorso di crescita moderatamente
inflazionistica come quello che ha consentito la liquidazione del debito nel trentennio dal
1950 al 1980.
Questo elemento, per quanto incerto, non  banale, perch segnala che lItalia potrebbe
trovarsi nei consessi internazionali in consonanza di interessi con Paesi debitori quali
gli Stati Uniti e il Regno Unito, i quali quindi non avrebbero incentivi a opporsi a
politiche che ristabilissero un quadro macroeconomico compatibile con la crescita, che 

esattamente ci che in questo momento la Germania ci sta impedendo. Lo dico in un altro
modo, pragmaticamente: lAmerica (o Amerika, se preferite) pu piacere o non piacere, ma
in questo momento storico condivide con noi un ben preciso interesse economico: quello di
poter servire il proprio debito pubblico a tassi di interesse reale nulli o negativi. Alcuni
nostri fratelli nelleuro (non ripeto quali, lho appena detto) hanno linteresse esattamente
opposto.

Unaltra Europa  possibile?
Quella di un rovesciamento di fronte, che porti i debitori ad allearsi con altri debitori, o con
diversi creditori,  unopzione sempre aperta. Basti pensare al recente caso di Cipro, che
trovandosi in difficolt ha chiesto aiuto alla Russia piuttosto che a Bruxelles, per i tanti
motivi spiegati da Romano (2012). Ma  anche unopzione desiderabile? Leuro  un
modello di integrazione fallimentare, che ha condotto a un disastro in Europa, e che avrebbe
comunque urtato contro una serie di contraddizioni facilmente prevedibili sullo scenario
internazionale, quandanche fosse riuscito a soffocare pi a lungo le ragioni interne della
propria fragilit. Ma leuro non  lunico modello di integrazione possibile. Come abbiamo
detto nel capitolo precedente, uscendo dalleuro lItalia dovrebbe comunque farsi
promotrice, nelle sedi internazionali, di una politica di scambi esteri pi equilibrati, basata
sul principio che abbiamo chiamato dellExternal compact. Questo approccio pu costituire
la base per il rilancio di un percorso di integrazione europea. Prima di descrivere i risvolti
pratici di questo approccio alternativo, per, pu tornare utile approfondire i limiti di
quello adottato fino a oggi.

La tentazione dei vincitori
La vera vittima delleuro  lEuropa.
Come abbiamo detto, ripetuto, e, spero, contribuito a dimostrare, la gestione del processo
di integrazione europea, ispirata (in teoria e nelle conferenze stampa) ad alti ideali
condivisi, ma condotta (in pratica e nelle stanze di Bruxelles) in nome di interessi di classe

e strategici particolaristici, ha condotto dove doveva condurre: a una lacerazione del tessuto
sociale e identitario del continente di proporzioni mai sperimentate dalla seconda guerra
mondiale in poi. Le tante caricature di Angela Merkel con i funesti baffetti di pessima
memoria, che abbiamo visto affisse non solo in Grecia, ci fanno capire che la logica
imperialistica, insita nella gestione delleuro, non  sfuggita ai cittadini che ne sono stati
schiacciati. Il tentativo, tuttora in corso, di annessione, di colonizzazione, paludato dietro
espressioni altisonanti quali cessione di sovranit, unione politica, non poteva che
promuovere unovvia reazione di rivolta, che  appena agli albori.
Queste cessioni sono asimmetriche come asimmetrica  la logica, anzi, la morale
mercantilista sottostante: chi esporta merci  bravo, quindi, come dire, in cambio merita di
importare sovranit; questa gli deve essere ceduta da chi, avendo importato merci,  stato
cattivo, e quindi dovr cedere, cio esportare, la propria sovranit, naturalmente per il
proprio bene, che per  quello che altri hanno deciso per lui.
Tralasciando le slealt, le violazioni dei trattati, i compiacenti errori di gestione
macroeconomica e aziendale (a livello di grandi gruppi bancari), che sono stati necessari ai
bravi per essere tali (cio per riuscire a esportare),  chiaro che su un simile double
standard, su una simile politica del due pesi e due misure, non si pu costruire un
percorso di integrazione. Lo constata lo stesso commissario europeo Andor, nellintervista
in cui accusa il mercantilismo tedesco di essere la causa degli squilibri dellEurozona: La
Germania tuttavia deve chiedersi se nellUnione europea intende procedere secondo il
motto: In Europa non sono tutti uguali.
Riuscir lEuropa a salvarsi dalleuro?

Certamente s, in unottica di lungo periodo. Siamo pur usciti, pagando un conto molto
salato, dai due precedenti tentativi di aggressione imperialistica del centro, combattuti con
metodi, come dire, pi tradizionali, pi cruenti, pi espliciti. Usciremo anche dalla terza
guerra mondiale, quella delleuro, combattuta subdolamente e ipocritamente in nome di
ideali di pace, e del ripudio di un passato vergognoso, che forse sarebbe stato meglio tenere
ben presente, per evitare che si ripetesse. Ma, si sa, Oggi c la Cina, il mondo 
cambiato, e quindi la storia non ha nulla da insegnarci: o almeno questo ci vogliono far
credere le testate luogocomuniste.
Viceversa, il passato ha una lezione molto importante da insegnarci, che dovremo tener
ben presente: gestire una vittoria  pi difficile che gestire una sconfitta. Chi perde ha una
missione chiara da compiere: piangere le proprie vittime e ricostruire il proprio Paese. Sul
piano economico, spesso questa  unopportunit. Ma chi vince deve resistere alla pi
funesta delle tentazioni: quella di stravincere.
Non hanno resistito le potenze alleate dopo la prima guerra mondiale, schiacciando la
Germania sotto il peso dei debiti di guerra, contro lavviso di Keynes (1925). Rileggiamole,
le parole con le quali Keynes stigmatizzava lintransigenza francese alla conferenza di
Versailles: Una politica che riducesse la Germania in servit per una generazione, o che
degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da
rifuggire e con paura: da rifuggire e con paura anche se fosse attuabile, anche se ci rifacesse
pi ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civilt europea  (corsivo nostro).
Il risultato  noto, ed  stato proprio quello previsto da Keynes: si sono alimentati i motivati
risentimenti del popolo tedesco, ingiustamente oppresso, quei risentimenti che, poco pi di

una decina di anni dopo, sotto lulteriore spinta delle politiche di austerit del cancelliere
Brning, Hitler avrebbe sfruttato nel modo che sappiamo.
Non hanno resistito alla tentazione di stravincere gli americani a Bretton Woods, al
termine della seconda guerra mondiale, quando hanno imposto al mondo un sistema
monetario asimmetrico perch basato sulla loro valuta nazionale. Questo sistema avrebbe
creato problemi, sarebbe stato insostenibile, e prima di Triffin (1960) se nera accorto
Keynes, che faceva parte della delegazione britannica a Bretton Woods. Ma, ancora una
volta, le sue parole non furono ascoltate. Il risultato fu il Nixon shock, e le successive crisi
finanziarie globali, frutto di un sistema nel quale un Paese si  arrogato il ruolo di banca
del mondo, senza considerare con sufficiente attenzione il fatto che le banche, per erogare
credito, devono accettare depositi dai clienti, cio indebitarsi. Come osserva Gandolfo, una
fuoriuscita netta di valuta da un Paese  sempre la contropartita di acquisti netti di beni, cio
di un deficit delle partite correnti, cio di un indebitamento netto estero. Finch il sistema
monetario internazionale continuer a basarsi sul dollaro, per evitare una penuria di
liquidit internazionale gli Stati Uniti dovranno mantenere la bilancia dei pagamenti in
deficit, compromettendo la fiducia nel dollaro; daltro canto, ovviare al deficit per
rafforzare il dollaro creerebbe problemi di liquidit internazionale (Gandolfo, 2002).
Anche a non voler deprecare la scellerata immoralit di un sistema che convoglia una
quantit abnorme di capitali verso il Paese pi potente del mondo, sottraendoli alle
necessit delle tante aree ancora sottosviluppate, osserviamo che la tentazione di
stravincere ha portato, una volta di pi, su un percorso instabile.
A distanza di un secolo dalla prima guerra mondiale la situazione si  rovesciata e la

memoria di dove pu condurre la cattiva gestione di una vittoria si  persa. Ed  ora la
Germania a esigere limpoverimento e la degradazione di milioni di esseri umani, senza
ricordare perch e con chi sono stati contratti certi debiti, senza chiedersi se chi deve
pagare  in condizioni di farlo e quali politiche possano aiutarlo in tal senso, per il bene di
tutti, e senza ascoltare le voci autorevoli, come quella di Helmut Schmidt, che dal suo
interno si levano per stigmatizzare lassurdit e la miopia di questo comportamento. Per la
terza volta in un secolo i vincitori, in questo caso la leadership tedesca, non stanno
resistendo alla tentazione di stravincere, e cos facendo si pongono, ci pongono, su un
percorso molto instabile, in fondo al quale si intravedono due esiti possibili: o la
colonizzazione dellintera Eurozona, o lennesimo crollo della Germania, travolta dalla
propria vittoria di Pirro, ottenuta a prezzo di lacerazioni interne e internazionali.
 molto probabile che presto, nel giro di pochi anni o forse pochi mesi, ci si trovi a dover
ricostruire unidea di Europa.
Con la sorpresa di molti, il vincitore potrebbe non essere quello che tutti si aspettano, o, se
volete, il perdente potrebbe essere il solito. Il sistema bancario tedesco  pesantemente
esposto verso il mercato dei subprime e i salvataggi monstre dei quali parla Cerretelli
(2011) non hanno completamente sanato la situazione (Johnson, 2011). I Bund gi da
questestate non sono pi percepiti come bene rifugio: dopo aver raggiunto, allacme del
proprio successo, tassi di interesse negativi, capita ora che rimangano invenduti alle aste,
perch, come dire, la gente capisce che in fondo questi Bund sono titoli di uno dei pi
elevati e crescenti debiti pubblici dellEurozona, e di un Paese, per di pi, che per salvarsi
dal crollo del sistema potrebbe vietare la convertibilit in marchi (o nuovi euro) ai non

residenti, secondo le sagge indicazioni di De Grauwe e Ji (2012). Meglio rivolgersi ai Gilt
inglesi. Gli osservatori sono concordi: qualsiasi evento intaccasse lintegrit dellEurozona
farebbe schizzare verso lalto il costo del debito pubblico tedesco, 74 e allora uno stock di
debito oltre l80 per cento del Pil diventerebbe difficile da gestire senza ricorrere a un
minimo di inflazione.
Ma soprattutto, la strategia di compressione della domanda interna, intrinseca
nellapproccio mercantilista, ha represso per anni gli investimenti fissi nel Paese: unovvia
conseguenza del fatto che dal 1995 al 2008 il 76 per cento dei risparmi tedeschi sono stati
investiti allestero (Beck, 2012). Questo si doveva fare (il ciclo di Frenkel insegna) per
assicurare un mercato di sbocco, ma c da chiedersi se per alimentare la domanda estera
non si sia trascurato di adeguare lofferta interna. Certo, il problema si pu risolvere
delocalizzando, ma questo crea a valle ulteriori tensioni sociali nel popolo dei minijobber,
dei nuovi poveri a 400 euro al mese.
Insomma: quando il bubbone esploder, la distinzione fra i vinti e i vincitori di questa
guerra non dichiarata potrebbe non essere cos netta. In fondo, questa potrebbe essere una
buona notizia: forse per una volta, per la prima volta in un secolo, la mancanza di effettivi
vincitori allontanerebbe la tentazione di stravincere. S, mi rendo conto che questo  solo un
pio desiderio. Tuttavia pu valere la pena di indicare una possibile strada di reale
integrazione.

Se avesse funzionato
Ma cosa avevano in mente i nostri statisti, mentre biascicando Peace and love, persi

nelle loro visioni europsichedeliche a uso delle telecamere, ci consegnavano a questo
disastro?
In qualche modo ne abbiamo parlato: un disegno, pi o meno consapevole, ma comunque
leggibile, e condiviso su scala internazionale, di controriforma dei mercati finanziari e
del lavoro, a svantaggio delle classi subalterne. E va bene. Ma qui mi chiedo unaltra cosa:
come vedevano, come era possibile immaginare, il ruolo delleuro nel sistema monetario
internazionale? Perch la logica delleconomia, e i precedenti storici, non  che lasciassero
aperte tante strade: di fatto, le poche strade aperte erano tutte senza uscita. Mi spiego
meglio.
Storicamente, laffermazione di una moneta come standard di riferimento internazionale 
successiva allaffermazione economica e militare del Paese che la emette, ed  strumentale
alla realizzazione di unespansione di tipo imperiale della potenza egemone:  stato cos
della sterlina dopo le guerre napoleoniche,  stato cos del dollaro dopo Bretton Woods.
Ora, su un piano locale, europeo, anche leuro ha rivestito un ruolo simile: di fatto, leuro,
indipendentemente da quali ne fossero le motivazioni iniziali, ha comunque rappresentato
nellultimo decennio il tentativo della Germania di colonizzare il resto dellEuropa
attraverso una marchizzazione dei Paesi finora mantenutisi allesterno allarea del marco:
lestensione allintera Eurozona dellesperimento riuscito (per la Germania Ovest) di
riunificazione con la Germania Est. La crisi, scatenata dallincapacit del capitalismo
tedesco di intuire i limiti del proprio modello di espansione mercantilista, ha per reso
palese un dato che finora era rimasto nascosto, perch troppo evidente: leuro  la moneta di
nessuno Stato, e quindi non  una moneta. I tentativi di costruire affannosamente, a

posteriori, unidentit e una struttura statuale dietro leuro urtano, come abbiamo visto,
contro una serie di aporie determinate dalle menzogne e dagli egoismi contrapposti di centro
e periferia. Pi Europa  un mantra privo di significato. Leuro  gi stato giudicato dalla
storia, in attesa del prossimo giudizio dei mercati.
Ma se anche cos non fosse stato, se la crisi non avesse chiamato il bluff delleuro, quali
sarebbero state le probabili conseguenze per il non sistema monetario internazionale?
Detto in altri termini, quanta lungimiranza esprimeva lidea che una valuta forte, concorrente
del dollaro, ci avrebbe aiutato a risolvere i nostri problemi?
Abbiamo gi riflettuto sul fatto che a un primo livello, quello pi ingenuo, quello dei
luogocomunisti, questa idea si articola in due affermazioni contraddittorie: quella che leuro
ci avrebbe aiutati, in quanto valuta forte, ad approvvigionarci di materie prime
relativamente a buon mercato, e quella che leuro ci avrebbe aiutati, in quanto valuta
grande, a competere con le economie emergenti. Va da s che se vuoi pagar di meno il
petrolio, ti tocca far pagare di pi i tuoi prodotti finiti, e quindi, come dire, queste analisi
dicono molto su chi le espone, e poco sullutilit del progetto euro.
Il dilemma di Triffin ci aiuta ad analizzare pi in profondit le conseguenze di un ipotetico
successo del progetto euro. Affermandosi come secondo dollaro, leuro si sarebbe trovato
a dover fronteggiare le medesime criticit del dollaro, in primo luogo la difficile scelta su
come dimensionare lofferta di moneta, cio se riferirla al mercato europeo, o alle
aspirazioni di egemonia internazionale. Come ci ricorda Gandolfo, nel secondo caso
lEuropa avrebbe dovuto mantenere la bilancia dei pagamenti in deficit, per assicurare una
congrua fuoriuscita netta di euro dal sistema europeo (in analogia a quanto accade negli

Stati Uniti). Ma in Europa questo avrebbe determinato lesplodere di numerose
contraddizioni.
Intanto, il modello di sviluppo mercantilista della potenza egemone chiaramente preclude
la possibilit di operare un deficit persistente della bilancia dei pagamenti a livello di
Eurozona.
Un altro problema  causato dalla delirante visione germanica di uno Stato virtuoso,
risparmiatore e privo di debiti (visione, lo avrete notato, da applicare a casa altrui e
dimenticare a casa propria). Il motivo  semplice. Fatti salvi i casi di piccoli risparmiatori
occasionali (turisti, eccetera), o magari dei narcotrafficanti, chi detiene dollari nel resto del
mondo non domanda contante (che non rende nulla), ma titoli denominati in dollari, che
rendono un interesse. Questo pone un ovvio problema: la carta (obbligazioni, azioni) che il
resto del mondo ti compra, quando sei una potenza egemone, qualcuno deve pur stamparla, e
pu essere il settore pubblico o quello privato. Nel caso degli Stati Uniti la domanda di
dollari da parte di operatori esteri incontra unofferta di titoli denominati in dollari nei quali
lo Stato riveste un ruolo importante (i famosi Tbill, Treasury Bill, i Bot americani).
Ma nellEuropa del Fiscal compact, in questa Europa idealmente priva di debito pubblico,
leccesso di risparmio mondiale si sarebbe dovuto rivolgere prevalentemente a titoli emessi
dal settore privato. Questi da un lato avrebbero offerto meno garanzie agli investitori esteri
(non essendo coperti da uno Stato dotato di sovranit monetaria), e dallaltro avrebbero
creato pi rischi di instabilit per il sistema finanziario europeo (abbiamo sufficientemente
parlato finora del carattere destabilizzante del debito privato estero), un sistema nel quale le
attivit di vigilanza sono ancora decentrate e non particolarmente efficienti, come le ondate

di fallimenti e nazionalizzazioni bancarie al Nord allinizio della crisi hanno
sufficientemente dimostrato.
La visione ideologica di stampo teutonico avrebbe dimostrato una volta di pi la propria
inferiorit rispetto al rude ma sano pragmatismo anglosassone.
A monte di tutto questo, e ritornando in una prospettiva realistica, mentre nel caso degli
Stati Uniti la relativa debolezza del dollaro, determinata dal suo deficit strutturale di partite
correnti,  compensata dal fatto di avere dietro un Paese economicamente e militarmente
affermato, con un rischio Paese nullo, nel caso dellEurozona invece il rischio Paese 
massimo perch il Paese non c. Detto in un altro modo: dietro i titoli pubblici europei
non c uno stato sovrano che possa garantirli, come la crisi ha reso chiaro.  per questo
che le banche centrali esterne allEurozona hanno adottato un atteggiamento prudenziale
verso questa nuova valuta, accordandole nei loro portafogli un peso sistematicamente
inferiore a quello che avevano storicamente avuto le valute nazionali della futura Eurozona
(marco, franco, fiorino ed Ecu).
Ma se anche queste criticit fossero state sapientemente gestite dalla Bce, se anche essa
avesse saputo fingere, pi o meno a lungo, di essere la banca centrale di uno Stato sovrano,
quale sarebbe stato lesito di questa farsa?
Quello di avere, sul panorama mondiale, unulteriore valuta forte, richiesta come forma
di investimento prudenziale dai risparmiatori delle economie emergenti. Bene. Cio quello
di costituire nei Paesi sviluppati, accanto agli Stati Uniti, un secondo polo di assorbimento
di quelle risorse finanziarie delle quali il resto del mondo, a partire dallAfrica, avrebbe
bisogno per vaccinare i propri bambini e dar loro acqua potabile, giusto per fare un

esempio. Cosa pensano di questo risultato certi sognatori progressisti, tuttora persi nel loro
fumoso delirio di un euro che affratellerebbe i proletari di tutto il mondo? Anzi, no, scusate:
di un piccolo pezzo del Nord del mondo? Non  dato saperlo. La loro visione geopolitica
globale snobba, bollandole come sterile tecnicismo, le realt della macroeconomia. La
disamina storica che abbiamo compiuto fin qui chiarisce quale sarebbe stato un impegno
coerente con certe premesse ideali e ideologiche: quello a favore di un sistema monetario
internazionale meno asimmetrico, non di un sistema bipolare, che favorisse egoisticamente
lulteriore distacco di chi  gi avanti (forse ancora per poco).
Ma perch combattere con dignit la battaglia giusta, quando si pu perdere con disonore
quella sbagliata?

Back to the future: lExternal compact
Io lavevo detto!
Da quando la crisi  scoppiata, pochi economisti hanno resistito alla tentazione di mettere
la propria monetina alla banca dellio lavevo detto. Unoperazione un po puerile, se
volete. Chiedo per la vostra indulgenza per una professione alla quale generalmente non
sono riservate altre soddisfazioni se non quella di capire domani perch la cosa prevista
ieri non si  verificata oggi (come recita un noto aforisma). Nel testo abbiamo visto
eccezioni a questa regola: molti avevano gi capito ieri quello che sta succedendo oggi.
Quanto a me, ho rinunciato a competere quando ho visto che tutto era gi chiaro cinque anni
prima che io nascessi. Ad impossibilia nemo tenetur.
Il 1957  la data della firma dei Trattati di Roma, che istituirono la Comunit economica
europea, e lEuratom (Comunit europea dellenergia atomica). Nello stesso anno, circa sei
mesi dopo la firma dei trattati, il 5 settembre, James Meade pronuncia a Dublino una
prolusione dal titolo: I problemi di bilancia dei pagamenti di unarea di libero commercio
europea, che verr poi pubblicata dallEconomic Journal (Meade, 1957).
Il lavoro di Meade si pone un obiettivo dichiaratamente circoscritto: quello di esaminare i
possibili problemi finanziari posti dalla creazione di unarea di libero scambio in Europa, e
in particolare di verificare se sia possibile combinare il libero scambio con la piena
occupazione. Obiettivo, questultimo, che oggi suona forse un po arcaico, abituati come
siamo a ministri del Lavoro moderni, per i quali il lavoro non  un diritto (Il Messaggero,
2012), ma che in effetti somiglia molto a quanto troviamo nella versione consolidata del
Trattato sullUnione europea: LUnione si prefigge i seguenti obiettivi: promuovere un

progresso economico e sociale e un elevato livello di occupazione e pervenire a uno
sviluppo equilibrato e sostenibile, in particolare mediante la creazione di uno spazio senza
frontiere interne (Titolo I, articolo 2).
La conclusione alla quale Meade giunge  che la compatibilit fra gli obiettivi di libero
commercio e piena occupazione pu essere garantita solo nel caso in cui ogni membro
dellarea di libero scambio mantenga la propria bilancia dei pagamenti in equilibrio
complessivo (cio riguardo a tutto il resto del mondo).  quello che ho chiamato il principio
dellExternal compact: garantire il pareggio dei conti con lestero. Per capire quanto sia
sensata questa prescrizione basta affacciarsi alla finestra e vedere cosa sta succedendo
adesso: lEurozona  in fiamme perch un Paese ha perseguito, anzich una politica di
equilibrio complessivo dei suoi conti esteri, una politica di squilibrio bilaterale,
accumulando surplus esteri verso gli altri Paesi dellarea, e quindi forzando
simmetricamente dei deficit esteri in questi ultimi. Lesatto contrario di quanto Meade
proponeva. 75
Fino a qui, in realt, non  che ci sia nulla di nuovo nella proposta di Meade, se la
valutiamo nel suo contesto storico. Nel secondo dopoguerra erano ben chiari due principi:
primo, che i governi dovevano impegnarsi per garantire la piena occupazione (un principio
che aveva ispirato il rapporto Beveridge, 1942); secondo, che gli scambi esteri dovevano
svolgersi in modo complessivamente equilibrato, ovvero che non cera nulla di
particolarmente glorioso nel forzare un surplus strutturale nei conti con lestero (principio
incorporato dagli Statuti del Fondo monetario internazionale con la clausola della valuta
scarsa). Affermati insieme dopo la guerra, questi princpi sono stati contestati insieme con

la controriforma liberista degli anni Ottanta (Reagan, Thatcher, eccetera), e il motivo 
che essi sono legati: la libert del capitale di muoversi dove vuole implica che siano
tollerabili, perch provocate, posizioni di deficit estero strutturale (vedi ciclo di Frenkel);
quando queste diventano insostenibili, la garanzia  che il capitale esige  di non sopportare
il rischio di cambio, implica che gli aggiustamenti macroeconomici nei Paesi riceventi si
spostino dal mercato del cambio a quello del lavoro (almeno, fino a quando il giocattolo
non si rompe). Quindi, parafrasando Diaz-Alejandro (1985), addio regolamentazione
finanziaria, benvenuta disoccupazione (o svalutazione interna, per quel che ci riguarda).
Quello che ci interessa, perch  di una straordinaria attualit,  lanalisi che Meade
svolge su come perseguire lobiettivo di equilibrio esterno da parte dei Paesi di unarea
economicamente integrata. La premessa  che nel 1957 vigeva ancora il sistema di Bretton
Woods: i cambi erano fissi, il che eliminava un possibile, fisiologico, metodo di
aggiustamento degli squilibri.
Per ovviare ai problemi che questi squilibri causano Meade individua cinque possibili
percorsi, che definisce:
 lapproccio liquidit;
 lapproccio gold standard;
 lapproccio integrazione;
 lapproccio protezionismo;
 lapproccio tasso di cambio.
In cosa consistono questi approcci? Ve lo spiego ricorrendo il pi possibile alle parole di
Meade, per due motivi: il primo  che non saprei spiegarvelo meglio di lui, e il secondo 

che  impressionante vedere quanta preveggenza potesse avere un economista degli anni
Cinquanta, o, forse, banalmente, quanto poco siano cambiati i problemi che lEuropa ha di
fronte, con buona pace di chi suole strombazzare i decisivi cambiamenti epocali determinati
dalla globalizzazione, dalla Cina, eccetera. Tutte cose che, come gli storici sanno, per lo pi
cerano anche prima della prima guerra mondiale, e non  quindi cos strano che siano
ancora qui dopo la terza. Il mondo non  cambiato cos tanto come vogliono farci credere
quelli che cercano di distoglierci dalle lezioni della storia.

Due approcci sbagliati
Lapproccio liquidit consiste nel garantire che i Paesi appartenenti allarea abbiano
sempre mezzi sufficienti per soddisfare i pagamenti internazionali, anche in caso di
squilibrio. Una possibilit sarebbe stata quella di utilizzare lUnione europea dei Pagamenti
(Uep), unistituzione creata nel 1950, che fungeva da camera di compensazione dei
crediti/debiti commerciali fra Paesi membri, permettendo di economizzare luso della
liquidit internazionale (i dollari). Semplicemente, lUep registrava i debiti di un membro
verso laltro, portava in compensazione i crediti, e a fine mese la valuta si spostava solo per
saldare il netto. Una buona idea, ma il suo potenziamento, secondo Meade, avrebbe
fatalmente portato allimpossibilit di compensare i saldi, e quindi a una crisi dei
pagamenti, sostanzialmente perch i Paesi in surplus avrebbero preferito tesaurizzare la
valuta pi pregiata (oro o dollari). 76
Lapproccio gold standard consiste nellapplicare allarea integrata i princpi del sistema
a cambio aureo (in inglese gold standard). In quel sistema lo strumento di liquidit

internazionale era loro, che era anche legato alla massa monetaria in circolazione in ogni
Paese. Un Paese in deficit estero, quindi, esportava oro in cambio delle merci importate, il
che comportava una restrizione della massa monetaria interna, cui conseguiva la deflazione
reale (svalutazione interna), e il riequilibrio dei conti esteri. Va da s che il Paese in
surplus, cio quello che le merci le esportava, avrebbe invece importato oro, e quindi
sperimentato unespansione della massa monetaria, cui sarebbe conseguita inflazione
(rivalutazione reale). Insomma, il tipo di aggiustamento che abbiamo visto allopera
parlando dei cambi fissi, dei quali il gold standard  una particolare versione.
Se si fosse fatto funzionare cos il sistema, di fatto saldando tutti gli squilibri in dollari (o
oro), gli squilibri esterni certo si sarebbero corretti, ma questa soluzione, secondo Meade,
sarebbe stata pericolosa, per due motivi: perch avrebbe vincolato le politiche
economiche nazionali alla situazione della bilancia dei pagamenti, e perch avrebbe
condotto a una gestione asimmetrica degli squilibri.
Sentite che esempio fa Meade:

Ci vorrebbe dire che la Germania, fino a quando si trovasse in surplus della bilancia dei pagamenti, sarebbe costretta a
inflazionare i propri redditi monetari, i propri prezzi e i propri costi. Ma la Germania, con i suoi ricordi di passate
iperinflazioni,  estremamente riluttante a farlo. E, come i fatti recenti dimostrano, un Paese in surplus come la
Germania  sempre in grado di contenere linflazione ; attraverso politiche fiscali e monetarie restrittive, pu
compensare gli effetti inflazionistici di un surplus estero, e continuare ad accumulare oro e valute di riserva. Ma ci
significa che un membro dellarea di libero commercio potenzialmente in deficit, come la Francia, potrebbe essere
chiamato a sostenere una quota esorbitante dellaggiustamento, tramite la deflazione dei propri redditi, prezzi
e costi; questo perch non pu posporre laggiustamento indefinitamente, dato che loro e le valute di riserva sono una
risorsa esauribile e limitata. Potrebbe cos essere costretto ad abbandonare una politica di espansione e di pieno
impiego, proprio nel momento in cui gli aggiustamenti strutturali delle sue aziende, resi necessari dalla rimozione delle

barriere commerciali, determinano esuberi nelle imprese meno efficienti, cos che sarebbe desiderabile poter contare su
politiche espansive per facilitare lo sviluppo di industrie p i efficienti [Meade, 1957, p. 385, corsivo
aggiunto].

Nel 1957. Poi ne parliamo.

Due approcci impraticabili
Ma vediamo il terzo approccio, lapproccio integrazione. Si tratterebbe, come dice la
parola, di andare oltre larea di libero scambio, e di creare tutto quello che poi abbiamo
creato: un mercato comune per le merci, il lavoro e il capitale, e magari (ma non sarebbe
strettamente necessario) anche una moneta unica. Certo, una bella idea, perch tutta questa
mobilit, indovinate un po? Contribuirebbe ad alleviare i pericoli del gold standard.
Insomma,  quello che sarebbe stato, quattro anni dopo, nel 1961, largomento di Mundell:
in cambi fissi (e tali erano sotto Bretton Woods), la mobilit del lavoro e del capitale
allevia le conseguenze di shock esterni, cio sopperisce alla rigidit del cambio.
Meade, per, aveva visto quattro anni prima una cosa di cui Mundell non avrebbe parlato
quattro anni dopo. Il fatto , dice Meade, che oltre alla creazione di questi spazi economici
comuni, lapproccio integrazione richiede:

[] la cessione di una gamma molto estesa di poteri a una sorta di governo unico europeo. Questo governo dovrebbe
essere in grado di controllare la politica monetaria della banca centrale [altro che indipendenza! ndt] e la politica del
bilancio pubblico in tutta Europa, di stabilire una politica commerciale e valutaria unica per lEuropa rispetto ai Paesi

terzi, e di mettere in opera delle politiche efficaci per sostenere le regioni depresse in Europa
Secondo me ci sar in definitiva desiderabile. Speriamo che sia anche in definitiva praticabile. Ma certo non  la cosa
dalla quale cominciare adesso, e sarebbe un gran peccato sacrificare le attuali prospettive concrete di creare unarea
di libero scambio a questo ideale di integrazione monetaria e fiscale simultanea. (Meade, 1957, p. 388).

Nel 1957. Sarebbero cinquantacinque anni fa. Niente male, eh? Sembra scritto ieri. Se ci
fate caso,  pi o meno quello che  successo: in assenza di una unione politica, che manca
perch  impraticabile oggi come lo era nel 1957, abbiamo sacrificato prospettive concrete
di integrazione e di percorso comune a un ideale delirante di integrazione monetaria con
convergenza fiscale. Ma andiamo avanti.
Il quarto approccio  quello protezionistico, dei controlli diretti (dazi, contingenti). Ma
qui c poco da dire. A parte la lunga discussione (interessante quanto si vuole) dei metodi
con i quali questi controlli possono essere aggirati, rimane il punto politico: non costruisci
unarea di libero scambio per gestirla con dei dazi! Insomma, non pu essere questa la
soluzione.

Un approccio giusto
E allora? E allora:

[] un semplice processo di eliminazione porta alla conclusione che se i governi nazionali europei vogliono usare la
politica monetaria e fiscale per fini di stabilizzazione  se, ad esempio, nellattuale situazione di surplus estero le autorit
tedesche vogliono usare la propria politica monetaria per contrastare linflazione interna  e se si desidera evitare luso
di vincoli quantitativi sul commercio allinterno dellarea di libero scambio, bisogner fare un maggior uso dellarma

della variazione del cambio. (Meade 1957, p. 392)

Considerando che nel 1957 vigeva il sistema di cambi fissi di Bretton Woods, la proposta
non era banale. E infatti Meade sente di doverla giustificare cos:

Penso che il mio atteggiamento verso la flessibilit del cambio sia molto simile allatteggiamento di Churchill verso la
democrazia, da lui descritta come la peggiore fra tutte le possibili forme di governo, escluse le altre. (Meade, 1957, p.
394)

Per noi, che insieme con la flessibilit del cambio abbiamo perso anche la democrazia,
queste parole suonano sinistramente profetiche. Ma prima di vedere le implicazioni
pratiche, per noi, qui e ora, di questa proposta, facciamoci una domanda.

Dove abbiamo sbagliato?
Dovrebbe essere evidente: la costruzione dellEurozona incorpora il peggio dei due
approcci sbagliati. LEurozona ha funzionato come un gold standard, accoppiato con un
meccanismo di creazione di liquidit in automatico, il sistema Target2, una stanza di
compensazione che da un certo punto in poi non ha compensato (perch non poteva farlo),
permettendo agli squilibri di crescere oltre misura.
Il lato gold standard dovrebbe essere evidente: come nel gold standard, i Paesi
dellEurozona dipendono, per i loro pagamenti internazionali, da uno strumento di liquidit
internazionale del quale non hanno il controllo, e che possono quindi acquisire solo

attraverso un surplus estero. La Spagna ha avuto nel XVI secolo la controversa fortuna di
trovare in giro per il mondo delle miniere doro, ma la miniera degli euro  decisamente
fuori dalla sua, come dalla nostra, portata. Ci determina, dati i cambi fissi, una situazione
nella quale, esattamente come nel gold standard, gli aggiustamenti possono avvenire solo
attraverso i salari reali (non essendovi la possibilit di variare il cambio).
Inoltre, il sistema  distorto in senso deflazionistico, cio si parla sempre e solo di tagli
dei salari per chi  in deficit, e mai di aumenti per chi  in surplus, e questo per un motivo
ovvio: il Paese in surplus, per il semplice fatto di essere in surplus, ha messo da parte dei
mezzi di pagamento (oro, euro) con cui sovvenire ai propri bisogni. Il Paese in deficit,
invece, per il semplice fatto di essere in deficit,  a rischio di esaurimento delle riserve (di
oro, di euro) e deve quindi sbrigarsi a recuperare competitivit per evitare laccumulo di
debiti insostenibili.

Figura 48  I saldi Target2 di alcuni Paesi dellEurozona (miliardi di euro).

Fonte: Euro Crisis Monitor, Universit di Osnabrck, http://www.iew.uni-osnabrueck.de/en/8959.htm.

Ma se lEurozona fosse stata un autentico gold standard, forse non saremmo arrivati fino
a una crisi devastante come quella odierna, per un motivo molto semplice. Ricordate la
figura 19 a pagina 97? I Paesi periferici erano in deficit estero delle partite correnti a livelli
abnormi gi al momento del loro ingresso nella moneta unica. La situazione era in equilibrio
perch il saldo corrente negativo veniva continuamente e copiosamente finanziato dai

capitali privati del Nord, che vi trovavano il proprio tornaconto (come da ciclo di Frenkel).
Ma nel 2007 la situazione si intorbida, e esplodono i saldi Target2 (figura 48).
Il motivo non  lontano da quello previsto da Meade. Questi prevedeva che i saldi Uep
sarebbero esplosi perch i Paesi in surplus avrebbero tesaurizzato la moneta buona. I
saldi Target2 sono esplosi perch i Paesi in surplus hanno rifiutato la moneta cattiva, cio
perch le banche tedesche, invece di reinvestire nei Paesi periferici i propri saldi in euro,
mettendo cos allattivo dei crediti che temevano essere inesigibili (moneta cattiva),
hanno preferito depositarli presso la propria Banca nazionale, che ha cos accumulato un
saldo attivo cospicuo presso il sistema Target2. Dallaltro lato della transazione,
ovviamente, le Banche centrali periferiche hanno accumulato saldi negativi, indebitandosi
con la Bce.
In un vero gold standard non sarebbe successo niente di tutto questo. Una volta interrottosi
il flusso dei finanziamenti privati, i Paesi periferici avrebbero dovuto sopperire ai
pagamenti cedendo riserve: la deflazione sarebbe iniziata subito, e il giocattolo, per i
capitalisti del Nord, si sarebbe rotto prima. Privi di mezzi di pagamento, i Paesi del Sud
avrebbero ridotto prima e in modo ancora pi drastico le loro importazioni di prodotti del
Nord. Dallaltra parte, lo slittamento della produzione industriale tedesca al quale abbiamo
assistito durante il 2012 si sarebbe verificato gi nel 2010.
Nella follia economica c sempre un metodo.

La gestione dellExternal compact
Ma questo  ormai il passato. Se per il futuro si accetta la logica dellExternal compact, non

si pu sfuggire alla conclusione che la sua gestione richiede il ripristino di una naturale
flessibilit del cambio fra Paesi membri, almeno finch questi avranno diversi mercati del
lavoro.
Rimangono ancora validi i tre principi fondamentali indicati da Meade (1957, p. 394):
 i Paesi partecipanti devono impegnarsi a effettuare politiche di stabilizzazione
macroeconomica interna, volte nei Paesi in surplus a evitare la deflazione (il contrario di
quanto ha fatto la Germania) e nei Paesi in deficit a evitare linflazione;
 gli aggiustamenti di cambio devono avvenire in regime di fluttuazione libera e
rispettando un principio di simmetria, ovvero la valuta dei Paesi in surplus deve essere
libera di apprezzarsi, quella dei Paesi in deficit deve essere libera di deprezzarsi;
 deve essere creato un meccanismo (un Fondo monetario europeo, per capirci) che sia in
grado di fornire valuta di riserva ai Paesi in deficit, consentendo loro di gestire senza
traumi economici e sociali il processo di aggiustamento.
Tutto questo nel contesto di un principio di coordinamento in base al quale ogni Paese
membro riconosce formalmente che gli altri membri hanno un interesse legittimo alla
stabilizzazione della sua economia, per quanto riguarda redditi, prezzi e costo del lavoro, e,
in particolare, al fatto che Paesi in surplus evitino la deflazione e Paesi in deficit evitino
linflazione. Come abbiamo pi volte ricordato, il Tfue gi prevede che le politiche
economiche dei Paesi membri siano coordinate. Questo interesse legittimo dovrebbe essere
la base per stabilire un effettivo, simmetrico e preventivo monitoraggio degli squilibri
macroeconomici (qualcosa di diverso da quello inefficace, asimmetrico e postumo proposto
nel 2011 dalla Commissione europea).

Sarebbe un errore, dice Meade, pensare che la libera fluttuazione del cambio apra a uno
scenario di oscillazioni devastanti:

Se si applicano delle ragionevoli politiche per la stabilizzazione delle economie nazionali, nulla potrebbe essere pi
assurdo; di converso, se tali politiche non vengono applicate, non  possibile immaginare alcuna politica della bilancia
dei pagamenti sensata per una zona di libero scambio. Se si applicano delle ragionevoli politiche di stabilizzazione
interna, rimarranno da aggiustare degli shock esterni, o delle moderate divergenze nella dinamica dei prezzi e dei costi
del lavoro. A questo scopo, i tassi di cambio oscilleranno moderatamente in su o in gi; e bisognerebbe incoraggiare in
ogni modo lo sviluppo di un libero mercato dei cambi a termine, che minimizzi i problemi causati da queste oscillazioni.
(Meade 1957, p. 395).

Queste, evidentemente, devono considerare anche il mercato del lavoro, tenendo presente
che:

Solo se si possono definire delle opportune regole di fissazione dei salari i governi Europei saranno in grado di utilizzare
il proprio potere di controllo sul sistema bancario e sulle politiche di bilancio in modo da combinare il pieno impiego con
una sufficiente stabilit, per rassicurare i propri cittadini e gli investitori esteri che non sar necessario speculare
continuamente al ribasso sulla valuta nazionale.

Mentre, daltra parte:

Il controllo dellinflazione dal lato del costo del lavoro pu essere affrontato solo su base nazionale, perch i sindacati e
i meccanismi contrattuali variano enormemente da Paese a Paese [come oggi, ndt]. Ci sono sicuramente divergenze di
trattamento; e differenze fra Paesi europei nella variazione percentuale dei prezzi e dei costi del lavoro, per quanto

piccole, possono creare seri problemi di bilancia dei pagamenti accumulandosi negli anni.

Morale:

Per questa ragione, se non altro, i tassi di cambio fra le valute europee devono restare variabili, se si desidera evitare
limpiego di restrizioni pi o meno permanenti delle importazioni come strumento per compensare divergenze crescenti
fra i livelli dei prezzi nei vari Paesi.

Certo: noi questultimo problema non lo abbiamo avuto. Il protezionismo  stato
accuratamente evitato, mentre veniva consentita la disoccupazione, che ha il pregio, come
abbiamo visto, di contenere il costo del lavoro. Ma percorrendo allindietro questo
ragionamento, sempre attuale nei suoi fondamenti economici, non si pu che giungere alla
conclusione che se invece vogliamo tornare a rispettare il principio (iscritto nei trattati
europei) di promozione del pieno impiego, allora dobbiamo smontare la moneta unica,
reintrodurre la flessibilit del cambio per assicurare uno svolgimento ordinato degli
scambi esteri, il tutto in un contesto di politiche di stabilizzazione interna volte a
garantire che sul mercato dei cambi non si scarichino indebite pressioni (e quindi a
disinnescare eventuali aspettative destabilizzanti negli operatori).
In questo senso, tornano utili, acquistando un senso nuovo, numerose proposte fatte negli
ultimi anni da una serie di economisti eterodossi.
Mi riferisco in particolare alle proposte di:
 adottare uno standard europeo di salario minimo garantito (differenziato per Paese, ma

definito secondo comuni regole europee; Hein, 2012);
 parametrare la crescita dei salari a quella della produttivit (Sapir, 2011b), eventualmente
legando alla produttivit la crescita del salario reale minimo (cio delle retribuzioni
minime garantite corrette per il costo della vita) e prevedendo ulteriori aumenti per i Paesi
in surplus commerciale (Brancaccio, 2011). Oppure, in modo forse pi trasparente,
determinare la crescita delle retribuzioni nominali sommando alla crescita della
produttivit quella di un comune obiettivo di inflazione concordato fra i Paesi dellarea
(evidentemente, dimenticandosi il funesto 2 per cent or less della Bce);
 programmare la spesa pubblica in modo tale che il deficit pubblico, dato lammontare
della tassazione, compensi il surplus privato (la differenza fra risparmio e investimento
privato), assicurando in tal modo lequilibrio del saldo delle partite correnti (Hein, 2012),
e una crescita compatibile con lequilibrio della bilancia dei pagamenti.
Queste proposte, con leccezione di quella di Sapir (2011b), fanno per lo pi parte di
progetti di difesa dellesistente, di tentativi di tenere insieme i cocci delleuro, poco
condivisibili e poco credibili, certo non per la scarsa razionalit economica dei
suggerimenti e di chi li propone, ma per levidente inattuabilit politica. Non ha senso
proporre nuove forme di coordinamento in un contesto (quello delleuro) nel quale
lesigenza di coordinamento, sancita dai trattati, avrebbe gi potuto attuarsi nelle forme
consuete, se solo ci fosse stata la volont politica. Dentro leuro non ci pu essere
coordinamento, perch leuro  il moderno gold standard, intrinsecamente basato sulla
legge del pi forte e sulla repressione delle classi subalterne (e della democrazia).
Ma le stesse proposte, nel contesto dellExternal compact  e quindi dopo il ripristino

della flessibilit di cambio e lesplicita assunzione di un obiettivo di conti esteri bilanciati
nel medio periodo  assolverebbero il compito essenziale di garantire la stabilizzazione
macroeconomica, permettendo alla necessaria flessibilit del cambio di operare in modo
efficiente, senza provocare episodi di turbolenza sui mercati, secondo le linee gi indicate
da Meade.
Ladesione convinta e fattuale a queste regole sarebbe il primo segnale di una effettiva
volont di cooperazione e di integrazione economica. Si pu speculare sul fatto che laddove
esse fossero state seguite fin dallinizio, lEurozona non sarebbe arrivata a una crisi cos
grave. Ma la storia non si fa con i se, notoriamente. Se queste regole, di puro buon senso,
non sono state attuate, un motivo ci sar stato, ed era quello, evidente, che in un contesto
che impediva ai Paesi pi fragili di difendersi, i Paesi pi forti non avevano particolari
motivi di mitigare le proprie pretese.
Viceversa, il mantenimento della flessibilit del cambio sarebbe la versione moderna
dellantico adagio: si vis pacem, para bellum. Ladeguamento dei tassi di cambio
intraeuropei diventerebbe sempre meno necessario a mano a mano che i mercati del lavoro
europei si integrassero e adottassero regole comuni. Ma nel contesto dellExternal compact
non sarebbe possibile per un Paese praticare deflazioni competitive in violazione dei
princpi di coordinamento, perch gli altri Paesi potrebbero reagire immediatamente con
una svalutazione difensiva del cambio, senza sacrificare i propri obiettivi di occupazione e
di sviluppo. Quando chi  aggredito ha unarma per difendersi,  pi facile che emergano
soluzioni cooperative.
.
Concludendo.
.
Parlando della teoria dellOca abbiamo visto come essa possa essere vista in due modi:
come un elenco di requisiti, o come lindicazione di un percorso. I Paesi europei erano privi
dei requisiti necessari per costituire ununione monetaria durevole. Imporla loro  stato
quindi percorrere il percorso sbagliato. Le virgolette sono dobbligo, perch dietro
questo errore, che, come ogni errore economico ha fatto vincitori e vinti, cerano precise
volont politiche, che si sono riflesse nei risultati macroeconomici conseguiti (in termini, ad
esempio, di redistribuzione dei redditi e di aumento della disuguaglianza).
Se si ritiene, come chi scrive, che lintegrazione economica europea sia un valore da
perseguire, il percorso giusto  ancora oggi quello che ci additavano gli economisti degli
anni Cinquanta e Sessanta: abolita laberrante integrazione monetaria, ricominciare
dallintegrazione delle economie reali, cio dei mercati del lavoro, dei sistemi
previdenziali, dei sistemi educativi, mantenendo fra le economie nazionali quei normali
presidi dati dallautonomia delle politiche fiscali, monetarie e valutarie. Cooperazione e
coordinamento possono realizzarsi anche senza integrazione, ma non senza volont
politica. Un eventuale successo di simili meccanismi di coordinamento, fra i quali quelli
che abbiamo elencato parlando della gestione dellExternal compact, sperimentato su un
periodo di tempo sufficientemente lungo, garantirebbe di poter procedere verso forme di
integrazione economica pi penetrante.
Un eventuale insuccesso di questa sperimentazione, viceversa, segnalerebbe che la volont
politica che anima lEuropa dopo leuro sarebbe la stessa che ha operato finora
nellEurozona: quella della sopraffazione, della guerra di tutti contro tutti, proclamata dal

pi forte e gestita secondo le sue regole.
E allora, posti di fronte a questo dato di fatto, bisognerebbe riconoscere, molto a
malincuore, che sarebbe pi opportuno andarsene ognuno per la propria strada. Un percorso
forse non ottimale, ma comunque possibile per un Paese come il nostro, che ha pi risorse
ed energie per affermarsi sul panorama delleconomia globale di quanto uninformazione
distorta a beneficio di interessi esterni voglia farci credere.

70
Le difficolt che avevamo anticipato nel maggio 2012 (Bagnai, 2012b), controcorrente rispetto allentusiasmo di maniera
per lavvento di Hollande, sono ormai ammesse anche dal Wall Street Journal (Mattich, 2012).

71
Queste quote di mercato si riferiscono al 2010.

72
Questo non significa che lItalia non debba intraprendere un cammino di riforma per razionalizzare la spesa
dellamministrazione pubblica, dove molti sprechi e inefficienze sono tra laltro dovuti, come abbiamo documentato,
alladesione a modelli e regole europee. Significa solo che questo tipo di intervento non sarebbe risolutivo se condotto al
difuori di un quadro macroeconomico favorevole, esattamente come negli anni Ottanta la riduzione del disavanzo e poi il
conseguimento di un avanzo primario non bastarono a scongiurare il raddoppio del rapporto debito/Pil, poich il divorzio aveva
determinato tassi di interesse reali elevati e superiori al tasso di crescita delleconomia.

73
Ad esempio, lItalia sospese i pagamenti sul debito estero dal 1940 al 1946, e liquid buona parte del suo debito pubblico,
portandolo dal 67 per cento del Pil nel 1945 al 38 per cento nel 1955, con una fiammata di inflazione alla fine della guerra.

74
Woo e Vamvakidis (2012), stimano un impatto di 80 punti base sul costo reale del debito tedesco.

75
Va precisato che Meade si riferiva allequilibrio complessivo della bilancia dei pagamenti, cio al fatto che le partite
correnti fossero esattamente finanziate dai movimenti di capitale senza bisogno di accumulare o decumulare riserve ufficiali,
e che il principio era riferito al medio-lungo periodo, cio ammetteva deroghe, in particolare per Paesi che dovessero
ricostituire le proprie riserve. Va da s che nel caso dellEurozona lesistenza di squilibri fondamentali si riflette, come
abbiamo visto, nellesplosione dei saldi Target2. Inoltre, gli ultimi trentanni di crisi finanziarie dimostrano che un equilibrio
complessivo in molte circostanze non  sufficiente: nelle fasi iniziali del ciclo di Frenkel i Paesi spesso attirano capitali al
punto da accumulare riserve mentre si stanno indebitando con lestero ( successo anche in Italia nel 1992).

76
Meade pone il caso in cui lOlanda abbia un surplus verso gli Usa e un deficit verso il Belgio, che  a sua volta in deficit
verso gli Usa. LOlanda riceve dollari dagli Usa e se li tiene, mentre paga con crediti il Belgio, che per, a sua volta, 
costretto a pagare gli Usa con dollari, e quindi alla fine incorre in una crisi di liquidit.
...
.
...
Epilogo.
.
Ricordate linfatuazione del Nobel Franco Modigliani per la moneta unica? La sua idea, un
po bislacca, che questa realizzazione del pi Europa avrebbe condotto nella futura
Eurozona a un governo della moneta pi collegiale e pi attento agli interessi dei Paesi
periferici?
Be, ora noi sappiamo cosa pensarne, di questo wishful thinking. Ma quello che forse non
tutti sanno,  che alle nostre stesse conclusioni Modigliani ci era arrivato ben prima di noi.
Bastarono tre anni, al nostro Nobel, per capire che la strada sbagliata (pi Europa!)
conduceva nel posto sbagliato. Intervenendo il 10 aprile del 2000 alla presentazione del
libro LEuropa legata: i rischi delleuro di Giorgio La Malfa, Modigliani affermava che
la Bce  un obbrobrio, perch crea erroneamente un alto tasso di disoccupazione  un
mostro che ha solo una funzione: la stabilit dei prezzi, e messa in mano ai tedeschi della
Bundesbank.
Quanti anni occorreranno a chi ora chiede pi Europa fiscale, a chi parla di unione
politica, a chi si arrampica sugli specchi per difendere quella mostruosit economica che 
leuro, per capire che ci significa mettere nelle mani dei Paesi del centro (di fatto, sempre
i tedeschi della Bundesbank) le nostre politiche di riequilibrio regionale e di rilancio

degli investimenti? Significa, insomma, affidare somme di denaro sempre pi ingenti a
organismi politici ancora pi remoti da qualsiasi possibilit di effettivo controllo
democratico? Ecco: impostiamo bene il calcolo: i costi economici delluscita dalleuro,
spesso gonfiati ad arte dai media, e dei quali in questo lavoro abbiamo cercato di dar conto
in modo oggettivo, vanno confrontati con i costi economici e politici (in termini di perdita
di democrazia), della permanenza nelleuro.
Per vedere questo film gi visto, noi e i nostri figli rischiamo di pagare un biglietto troppo salato.
.
Scritto al Fhnheim, agosto-settembre 2012.
...
.
...
FINE.
...
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...
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